L’UCRAINA E NOI/ È tempo di pregare più che pensare a strategie e armi segrete

- Edoardo Canetta

La guerra in Ucraina ci fa capire la differenza tra avere un giusto timore ed essere schiavi della paura che sfocia in panico irrazionale

sudafrica Ucraina, esercito russo a Mariupol (LaPresse, 2022)

La guerra in Ucraina si sta rivelando sempre più come un’immane tragedia. Ma c’è chi o per professione o per passione ne trae lo spunto per complicate riflessioni sulla strategia: è come se neanche il Risiko+ bastasse più. E poi i carrarmatini qui sono veri…

C’è chi paragona il conflitto tra l’Occidente e la Russia ad una partita a poker. Già, perché l’Ucraina sembra essere niente di più che la prima puntata, quella che si fa tanto per cominciare. Nel poker, si sa, bisogna avere buone carte e a volte si deve anche “bluffare”: e se quello lì avesse quella carta, quell’arma segreta? Qualcuno dice ancora che forse più che di poker si dovrebbe parlare di bridge, perché per giocare a bridge occorre avere un compagno fidato. E così anche con carte meno buone si può vincere giocando contro.

Comunque torniamo all’arma segreta. Non l’atomica, che non è più segreta e ce l’hanno in mano ormai in tanti, forse in troppi. Qualunque sia l’arma segreta, la prospettiva dell’inevitabile guerra nucleare, destinata comunque ad un inevitabile effetto domino, dovrebbe spaventare chiunque, anche chi avesse l’arma segreta.

A questo punto l’attenzione non può che spostarsi sulla questione della difesa dalle armi segrete e da un eventuale conflitto nucleare. Non intendo, e del resto non sono assolutamente in grado, di affrontare la questione dal punto di vista tecnico. Non mi intendo di bunker e non ho neanche una cantina dove di solito si tiene il vino buono. Penso però che in tale questione giochi un certo ruolo il capire che differenza c’è tra avere un giusto timore per un dovuto senso di responsabilità, ed essere schiavi di quella paura che sfocia in un panico irrazionale.

Il nocciolo della questione mi sembra sia: che cosa ho da perdere? Che cosa abbiamo da perdere?

C’è qualcosa per cui vale la pena sacrificare la mia vita o addirittura l’esistenza del pianeta? C’è persino chi dice che per il bene della Terra sarebbe opportuno che gli uomini sparissero. Già, ma mi sa che chi dice così si è già venduto agli extraterrestri di Red Ronnie (e di Crozza). C’è anche chi essendo in guerra vive già concretamente quella domanda.

Non so cosa risponderebbero le Borse a questa domanda. Forse si limiterebbero a sospendere le contrattazioni in attesa di nuovi elementi.

So però ciò che continua a dire quel vecchio argentino, comunque inascoltato: che la pace non è un’alternativa alla morte, ma all’ingiusta violenza, perché comunque, prima o poi, la morte è prevista per tutti. Dice che bisogna pregare, e pregare con convinzione. È quello che faceva, abbondantemente, anche padre Kolbe prima di dare la vita, coscientemente, per un altro (come aveva già fatto un Altro). è quello che si diceva pronto ad imparare anche Makarevich nella sua canzone, come farebbe ogni agnostico intelligente: non si sa mai…

L’alternativa è rimanere passivi in terribile attesa, alla mercé di chi ha armi di offesa segrete, anche se non ha ancora pensato a quelle di difesa per una inevitabile risposta. Se i missili ipersonici fossero capaci di eludere qualunque tipo di “scudo stellare”, non è chiaro come si potrebbe difendersi da un’inevitabile reazione. A meno che qualcuno non pensi di giocare d’anticipo…

Per ora lasciamo perdere queste congetture. Forse è meglio non perdere tempo e cominciare a pregare, e se qualcuno non sa come si fa, siamo qui ad aiutarlo, noi preti di strada, soprattutto quelli che di strada ne hanno fatta tanta.

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