MANOVRA/ La Ue non si fida: flessibilità e Gentiloni non ci eviteranno la stangata

- int. Massimo D'Antoni

Il “commissariamento” del commissario Gentiloni significa che la Ue non si fida dell’Italia. E sperare troppo nella flessibilità europea è un’illusione

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Valdis Dombrovskis (Lapresse)

Il nuovo governo ha appena ottenuto la fiducia in ambo i lati del Parlamento. Intanto Ursula Von der Leyen ha ufficializzato i nomi della prossima Commissione europea, che attestano i rapporti di forza in un’Europa dove i sovranisti sembrano in ripiegamento. Ne abbiamo parlato con Massimo d’Antoni, professore di scienza delle finanze all’Università di Siena ed ex collaboratore del ministero dell’Economia. Dal ruolo di Gentiloni, che sembra più un contentino al nuovo governo italiano amico dell’Europa, alla presunta possibilità di rivedere il Patto di stabilità, ci ha aiutato a fare chiarezza su quelli che sono i molti temi economici e politici di questi giorni. Per cercare di capire cosa l’Italia potrà ottenere in questa fase, non più di tanto nuova, di assetto di potere in Europa.

Giuseppe Conte ha detto in aula che il nuovo governo ha intenzione di rivedere il Patto di stabilità. Ci sono spazi di manovra su questo punto?

Negli ultimi tempi in Europa c’è una maggiore disponibilità a riconsiderare l’impianto dei vincoli del Patto di stabilità e crescita. Questa sembra essere anche la volontà politica dietro la nuova Commissione europea. Poi c’è il fatto che la Germania è in difficoltà, la crescita è inferiore alle aspettative, anche se probabilmente non ha bisogno di maggiori spazi di bilancio tali da violare le regole fiscali, visto che ultimamente era addirittura in avanzo.

Quali possono essere le ipotesi di revisione?

Se ne parla da tempo. Ad esempio da vincoli sul deficit strutturale a vincoli sulla crescita della spesa. Un vincolo resterebbe, perché verrebbe stabilito che la spesa debba restare allineata a quella che è la crescita tendenziale del Pil, salvo finanziare aumenti di spesa con maggiori imposte. Ma con l’occasione della modifica si potrebbe decidere di fissare obiettivi meno stringenti.

La von der Leyen ha nominato Gentiloni agli affari economici. Come va interpretata questa nomina?

Possiamo leggerla, prima di tutto sul piano simbolico, come una concessione alle richieste dell’Italia, un’accettazione del fatto che il rispetto rigido del vincolo sul debito dell’Italia avrebbe effetti negativi sull’economia.  Ma direi due cose. La prima è che la nomina del lettone Dombrovskis, un “falco” sui temi del bilancio, a vice-presidente della Commissione con delega all’economia, una carica che non c’era nella precedente commissione, sembra limitare le prerogative di Gentiloni; si è parlato addirittura di un commissariamento del nostro commissario. Evidentemente qualcuno non si fida del fatto di lasciare gli affari economici all’Italia. In secondo luogo, le decisioni sui temi finanziari sono già molto codificate e comunque oggetto di decisione collegiale. In questo momento ai paesi più forti interessavano di più altri ruoli.

Qual è il ruolo chiave nella nuova Commissione?

In questa fase sarà molto importante il ruolo di commissario alla concorrenza, visto che dovrà gestire la partita che più interessa adesso a Francia e Germania. La scorsa commissione aveva bloccato la fusione tra Alstom e Siemens, rispettivamente francese e tedesca, impedendo la formazione di un campione europeo nel settore della segnalazione ferroviaria e dei treni ad alta velocità.

Ha pesato anche la necessità di non rompere con l’Italia sui temi della politica estera in un momento in cui si rischia uno strappo importante sulla Brexit no deal?

La politica estera è senz’altro un tema importante. Il rischio che l’Italia andasse per conto proprio indubbiamente c’era con il governo Lega-5 Stelle, che aveva rotto l’unità della politica estera, cercando un rapporto privilegiato con Trump o avvicinandosi alla Cina sulla cosiddetta Via della Seta; quest’ultima scelta, peraltro, voluta più dai 5 Stelle che dalla Lega. Adesso, nel governo col Pd, i 5 Stelle appaiono molto meno preoccupanti.

Lei ha scritto ironicamente su Twitter: “Le regole Ue sono flessibili: il deficit è ammissibile, dipende da chi lo fa”. Col cambio di commissione resterà così?

È molto semplice: una regola rigida applicata in modo rigido è oggettiva. Se è flessibile si decide di volta in volta se applicarla, e la discriminante è per forza politica. Poi nelle regole stesse si dice “Vi lasciamo fare più debito per realizzare le riforme strutturali”. Ma quali? Le riforme strutturali non sono mai neutrali. Ecco che torna il giudizio politico.

Gualtieri sarà un buon ministro dell’economia?

Gualtieri l’ho conosciuto prima dei suoi incarichi: come impostazione culturale non è un sostenitore del liberismo economico. Poi, negli ultimi anni ha svolto un ruolo col quale si è guadagnato la stima a livello europeo sia per una sua competenza che ha acquisito sul campo sia perché alla fine non ha mai cercato uno scontro, è una persona di compromesso.

Lei ha scritto che il fatto che non sia un tecnico è una buona notizia.

Specialmente nel centrosinistra, il ministero dell’Economia veniva sempre affidato a dei tecnici: persone prese dalla Banca d’Italia, dall’Ocse o da qualche altra tecnostruttura. Il messaggio che passava era: occupatevi di tutto ma non dell’economia, che va lasciata ai tecnici. Ora il Pd si è assunto una responsabilità politica precisa, e, seppure su un piano solo simbolico, questa ripoliticizzazione della politica economica è un dato positivo.

La Reuters ha parlato ieri della possibilità di un bilancio ombra da parte della Germania, che le consentirebbe di spendere a deficit aggirando i limiti molto stringenti che i tedeschi hanno in Costituzione. Le sembra una mossa attuabile da parte di Berlino?

Non ne avevo sentito parlare, ma la possibilità di usare soggetti al di fuori del perimetro della Pa per fare politica economica non è una novità per la Germania. L’equivalente della Cassa depositi e Prestiti in Germania, la KfW, ha da sempre un campo di azione che va ben oltre quello della nostra istituzione omologa.

Alla prima riga del primo punto del contratto di governo si parla del blocco dell’aumento dell’Iva, ma 23 miliardi sono una cifra enorme da trovare. A che prezzo si otterrà questo risultato?

Il primo punto rischia di mangiarsi tutti gli altri. Ci sono due buone notizie per il bilancio: il presidente dell’Inps ha dichiarato che quota 100 costerà meno del previsto. Così anche il reddito di cittadinanza. Ma non basterà, servirà comunque una manovra correttiva. Si parla di 6 miliardi dalla spending review. Non sono pochi, e a meno di tagliare le pensioni, si andranno a colpire settori in sofferenza. Saranno, temo, tagli all’ingrosso.

Poi ci saranno le detrazioni.

Attaccarle è come alzare le tasse a chi paga l’Irpef. Leggo che da lì potrebbero arrivare altri 6 miliardi. Attaccare le detrazioni è un leitmotiv che sento da 7-8 anni. Poi nessuno le tocca perché sono punti davvero delicati. La spesa principale in detrazioni è quella sanitaria, poi ci sono le spese per famiglie e l’assistenza, dove colpire è particolarmente doloroso.

La politica monetaria espansiva mostra la corda, ma la Lagarde sembra volerla continuare. O addirittura intensificare.

Lo dicono tutti: la politica monetaria ha dato ossigeno alle banche, ma non è riuscita a rilanciare l’economia, i tassi sono già così bassi che si può far poco. In realtà non riesce neanche a raggiungere l’inflazione programmata al 2%, siamo su livelli ben al di sotto. Non è sufficiente, lo ha ammesso anche Draghi. Serve il coordinamento della politica monetaria con quella fiscale…

Ma coordinarsi tra politiche fiscali sembra impossibile in Europa.

Proprio ieri il premier austriaco ha ribadito di non voler pagare per i debiti dell’Italia. Sulla possibilità di fare politiche fiscali espansive ci sono paesi, come anche l’Olanda, molto più chiusi verso di noi rispetto alla stessa Germania.

Crede che il nuovo governo sarà avverso al Nord?

La questione è l’autonomia differenziata. Non la faranno come la vorrebbe Zaia, ma è nominata nell’accordo di governo. La formula enuncia: “Fare l’autonomia, ma tutelando la solidarietà”. Sembra un po’ contraddittorio: se fai l’autonomia la solidarietà, per forza di cose, deve arretrare.

(Lucio Valentini)

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