Manuela Tesse, “I nostri Mondiali del 1999″/ “Aprimmo la strada al calcio femminile”

Manuela Tesse, “I nostri Mondiali del 1999”: l’ex calciatrice azzurra si racconta al Guerin Sportivo, rievocando l’avventura negli USA di 20 anni fa. “Abbiamo spianato la strada alle donne”

Manuela Tesse, ex calciatrice
Manuela Tesse, ex calciatrice (Facebook, 2019)

Le azzurre del commissario tecnico Emanuela Bertolini stanno stupendo in Francia e hanno conquistato persino in anticipo il pass per gli ottavi di finale dei Mondiali Femminili di calcio che si stanno disputando in questi giorni, acquistando peraltro anche e soprattutto tra il pubblico maschile molti aficionados: e una delle più felici di questa nuova onda azzurra (e rosa…) è sicuramente Manuela Tesse, ex calciatrice che assieme alle sue compagne di squadra di allora, tra cui Patrizia Panico e Carolina Morace, due vere e proprie pioniere del football tra le donne, partecipò alla mitica spedizione dell’allora Nazionale negli Stati Uniti nel 1999, per quella che fino a pochi giorni fa era l’ultima partecipazione delle nostre ragazze a una kermesse iridata. 43 anni, originaria di Sassari e di professione allenatrice con la Lazio in Serie B, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo la Tesse oggi è anche opinionista e sulle colonne del prestigioso Guerin Sportivo ha parlato non solo dello stato di salute odierno del calcio femminile ma ha ricordato pure quei giorni in cui il loro viaggio fu una sorta di avventura nel continente americano.

MANUELA TESSE, “I NOSTRI MONDIALI DEL 1999”

L’ex giocatrice, di ruolo difensore, a vent’anni esatti di distanza dai Mondiali dal 1999 ha infatti fatto le carte al campionato in corso Oltralpe, spiegando di nutrire grande fiducia verso la selezione allenata dalla Bertolini, e facendo il confronto con la sua nazionale dell’epoca, composta da veri e propri fenomeni ma che non godeva dell’interesse di stampa e social network (che ancora non esistevano…) e che in pratica passò quasi inosservata. “Quella volta ci qualificammo direttamente” racconta Manuela Tesse al Guerin Sportivo, ricordando il ruolo importante del ct Sergio Vatta per l’approdo negli USA. “Allora il Mondiale era a 18 squadre, c’erano meno nazionali di oggi, e finimmo none” spiega con un pizzico di rammarico dato che solo le prime otto staccavano il pass per le Olimpiadi. “Durante la partita con la Germania presi una pallonata all’occhio che diventò gonfio ma restai in campo mezza cieca e quando mi vide Patrizia Panico per poco non sveniva: lei si impressiona davanti a una goccia di sangue…” scherza la Tesse che poi dà anche un consiglio alle azzurre di oggi: “Devono sentirsi forti, vivendo questa esperienza con serenità, ma serve anche un pizzico di presunzione perché con la consapevolezza dei propri mezzi si va oltre l’ostacolo”.

“NESSUNO SI OCCUPAVA DI NOI: MA ABBIAMO APERTO UNA STRADA…”

A proposito di quei giorni negli Stati Uniti, Manuela Tesse racconta pure le peripezie di una spedizione nata senza confort e in cui lei e le sue compagne hanno dovuto spesso arrangiarsi da sole: “Non si occupava nessuno di noi ed eravamo abituate e farlo da sole” ammette, ricordando pure i pesantissimi spostamenti in aereo verso gli stadi e il fatto che si lavavano da sole l’abbigliamento tecnico, viaggiando con dei pesantissimi borsoni. Anzi, ci fu pure la beffa: “Ci fecero la multa perché tenemmo il materiale come la maglia per ricordo…” aggiunge la Tesse che poi, a proposito del medico sociale al loro seguito, dice che “se avevi la febbre ti dava il whisky la sera e nemmeno ci visitava… Ma noi eravamo un gruppo unito, e anzi più cose ci mancavano e più l’aggregazione era forte” aggiunge con un pizzico di orgoglio l’ex calciatrice sarda. Che poi conclude l’intervista confermando di non avere nostalgia di quegli anni, e nemmeno provare invidia per la maggior considerazione che il calcio femminile ha oggi in Italia: “Io sono felice del mio percorso e tutto quello che abbiamo fatto e vissuto e combattuto ha spianato la strada e le ragazze di oggi ne raccolgono i frutti” conclude, consolandosi col fatto che il loro coraggio e le fatiche di vent’anni fa siano servite davvero a qualcosa.

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