“Mia Martini porta sfortuna”/ Loredana Bertè spiega come nacque l’infamante diceria

- Raffaele Graziano Flore

“Mia Martini porta sfortuna”: l’infamante diceria che accompagnò a lungo Mimì nacque negli anni Settanta a seguito di un incidente della sua band.

Mia Martini a Sanremo
Mia Martini a Sanremo (YouTube, 2020)

Quella di Mia Martini fu un’(in)fam(i)a a dir poco ingiustificata. Quando iniziarono ad accusarla di portare sfortuna, i personaggi in questione (anche del mondo dello spettacolo) n’erano praticamente convinti. In base a che cosa? Difficile dirlo. Una credenza infantile, cieca, noncurante, irriverente e veramente inspiegabile. Proprio non si spiega, infatti, perché illustrissimi uomini e donne tra i suoi colleghi iniziarono a tacciarla di una cosa tanto assurda, irreale, basata sul niente. Ma la superstizione, tra gli artisti, è una piaga più diffusa di quanto si possa immaginare. È stata la stessa Bertè, all’interno della biografia Traslocando – È andata così pubblicata qualche anno fa, a raccontare come lei stessa abbia assistito a scene al limite del ridicolo, che comunque sia sono indici di un fenomeno da non sottovalutare. Perché è pericoloso anche chi ‘solo’ ha paura del viola o di uno specchio che si rompe. Loredana parla di un certo ambiente “falso e scaramantico” e racconta come la leggenda nacque e si diffuse all’inizio degli anni Settanta: “C’era stato un concerto in Sicilia. Era finito tardi. Mimì si era raccomandata con la band: ‘Avete l’albergo pagato, dormite qui, mi raccomando’. Ma i ragazzi, come capitava allora, avevano pensato di arrotondare la diaria viaggiando di notte. Ebbero un incidente, fecero un frontale, ci furono dei morti e i giornali iniziarono a pubblicare foto degli spartiti di Mimì insanguinati e a insinuare che non avesse voluto pagare l’hotel. In un ambiente falso e scaramantico com’è quello della musica, bastò e avanzò. ‘Mimì porta iella’ si diceva a mezza voce e l’infamia si fece largo”. (agg. di Rossella Pastore)

IL PUNTO DI VISTA DI DRUPI

L’infamante diceria che portava sfortuna accompagnò Mia Martini per anni. Per Drupi, invece, è stata la sua fortuna. La loro amicizia cominciò con una collaborazione. «Due amici compositori hanno pronto un brano adatto a Mia Martini, ma hanno bisogno di qualcuno che lo canti per incidere un provino e poi farglielo ascoltare. Chiedono a me. Mimì quando sente la canzone è entusiasta, ma pochi giorni prima di andare a Sanremo cambia idea. E molla tutto», ha raccontato a Libero. «Il brano è “Vado via” e diventerà un successo incredibile. Mia Martini è stata la mia fortuna, ho iniziato la carriera grazie a lei. E pensare che qualche imbecille ha sempre detto in giro che portava sfiga». Nel periodo di maggiore difficoltà, Drupi tentò di aiutarla ma dovette lottare. «Vent’anni dopo, quando lei era distrutta e al limite del suicidio, l’ho scelta come mia ospite per una trasmissione Rai. Non la volevano, ho dovuto lottare. Ma alla fine si è rilanciata. Avevamo un progetto, dovevamo registrare un album insieme. Purtroppo è morta prima che iniziassimo» (aggiornamento di Stella Dibenedetto).

“MIA MARTINI PORTA JELLA”: L’INFAMANTE DICERIA CHE LA ACCOMPAGNO’ PER ANNI

“Mia Martini porta sfortuna”: nella serata in cui Rai 3 celebra, a quasi 25 anni dalla scomparsa, la figura indimenticata dell’artista originaria di Bagnara Calabra, non si può non dimenticare l’infamante diceria che circolò per anni attorno al suo nome e che non terminò certo dopo la sua morte. Una accusa che, come ricordato dalla sorella Loredana Bertè ma anche da chi l’ha conosciuta bene, ferì profondamente Mimì che però solamente in poche occasioni pubbliche sbottò replicando a muso duro a quelle storie che, pur se non ancora in epoca di social network, circolavano sul suo conto per pura e semplice cattiveria. Ma come è nata questa diceria secondo cui la Martini portava jella e che quindi da alcuni andava evitata (come poi effettivamente accadde se si pensa a mancati inviti e interviste di cui fu “vittima”)? Tutto nacque, secondo la Bertè, da un incidente che l’aveva coinvolta nel 1971 mentre tornava da una tournée e in cui persero la vita due passeggeri: ovviamente da una circostanza tragica qualcuno volle far nascere questa vergognosa storiella che -e questo è il punto più grave- nell’Italia degli Anni Ottanta qualcuno arrivò persino a credere tanto che da lì in poi qualunque fatto negativo avvenisse nello showbiz nostrano si tendeva a darne la colpa a Mimì.

“MIA MARTINI PORTA JELLA”: COME NACQUE L’INFAMIA CHE LA ISOLO’ PER ANNI…

L’aspetto più sconfortante di questa vicenda di cui, per fortuna e per rispetto della memoria della cantautrice scomparsa nel 1995, non si parla più è che anche molte persone del mondo dello spettacolo presero sul serio la maldicenza che Mi Martini portasse sfiga: tutta colpa di quell’incidente a inizio Anni Settanta con la sua band in cui si era deciso di viaggiare di notte per ottimizzare i costi e che portò l’impresario Fausto Padeddu, conosciuto come ‘Ciccio Piper’, a mettere in giro certe voci. “L’ambiente della musica è falso e scaramantico” ha spiegato una volta la Bertè nella sua autobiografica motivando l’ondata di ignoranza che nacque contro Mimì: inoltre fino alla morte l’artista lottò contro questo marchio infamante che peraltro avvelenò i suoi ultimi anni di vita. In una intervista la Martini denunciò pubblicamente, ma inascoltata, questa situazione venutasi a creare: “Dovevo partecipare a Saint Vincent ma Gianni Ravera non mi volle mentre un’altra volta dovevo realizzare uno speciale tv per la Rai ma alla fine mi fu negato, senza dimenticare quando un programmatore radiofonico si permise di dire ai miei discografici che era molto meglio se stavo alla larga dalla sua troupe perché portavo jella” raccontava Mia che però spiegava pure di aver oramai smesso di odiare questa gente. Poi, dopo uno iato di quattro anni dal mondo della musica, emarginata dall’industria discografica, Mimì tornò e con “Almeno tu nell’universo” presentata Sanremo nel 1989 (grazie anche a Renato Zero) divenne immortale e l’abbraccio del pubblico dell’Ariston la ricompensò, anche se solo in parte, di tutte quelle sofferenze.

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