LA STORIA/ L’imprenditore: con un vetro a prova di bomba ho salvato la Gioconda

La sua azienda sforna brevetti a tempi di record. Ma l’imprenditore ALESSANDRO GOPPION rivela: “Quello che in realtà dovremmo brevettare è il nostro modello organizzativo”

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Ha realizzato le teche in vetro che custodiscono la Gioconda, il Codice atlantico, i diamanti della regina d’Inghilterra e il Cristo Morto di Mantegna. Sfornando in tempi record nuovi brevetti utilizzati nei musei di tutto il mondo. Anche se, come rivela il patron della Goppion Spa, Alessandro Goppion, «quello che in realtà dovremmo brevettare è il nostro modello organizzativo, profondamente lombardo e concepito in modo tale da capitalizzare al massimo la creatività di tutte le persone che partecipano al processo produttivo». L’impresa si trova a Trezzano sul Naviglio, in provincia di Milano, ed è la preferita dai collezionisti di Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina e Francia ogni volta che devono scongiurare il rischio di furti, vandalismi o danni alle loro opere d’arte.

Dal 1952, la Goppion Spa si è trasformata da una piccola impresa artigiana in un vero e proprio distretto che lavora su scala globale e dà lavoro a 400 persone. Ilsussidiario.net ha intervistato l’imprenditore Goppion, per farsi svelare il segreto del successo che ha consentito un’espansione verticale del numero di posti di lavoro anche in tempi di crisi. Arrivando ad aggiudicarsi la commessa per la teca che oggi protegge il Koh-i-Noor, il diamante più prezioso al mondo che brilla al centro della corona della regina d’Inghilterra. Durante i lavori per la realizzazione della teca, i servizi segreti inglesi venivano ogni giorno a Trezzano sul Naviglio per controllare che il lavoro della Goppion fosse eseguito a regola d’arte. Una volta ultimati i prototipi, sono stati portati in un sotterraneo a Londra per tentare di disintegrarli con l’esplosivo.
 

Ogni volta l’Mi5 aumentava i quantitativi, scoprendo che il vetro di Trezzano era a prova di bomba. Ancora oggi le spie di sua Maestà britannica si chiedono quale sia il segreto di quelle teche indistruttibili. «Il nostro segreto non sta in una qualche trovata ingegnosa – ribatte Goppion -, ma nella nostra capacità di attingere al passato produttivo, artigianale, creativo e artistico della nostra regione. Sono secoli che qui in Lombardia trattiamo il metallo per farlo diventare sempre più resistente. Nel ‘600 i nostri antenati costruivano le armature per tutte le case reali d’Europa, poi è venuta l’epoca dei grandi carrozzieri e tutta una storia manifatturiera da cui si può e si deve attingere per produrre un made in Italy d’eccellenza».
 

Tutta la struttura aziendale di Goppion risponde proprio a questa necessità. «Se lei prende una grande casa automobilistica giapponese, l’intero processo produttivo avviene all’interno dei suoi stabilimenti. Con il risultato che se c’è un difetto di fabbricazione, per correggerlo bisogna spendere cifre esorbitanti». Il modello organizzativo dell’azienda di Trezzano è invece agli antipodi. «Accanto ai nostri 100 dipendenti, ci sono altre 300 persone che lavorano a pieno regime per noi pur facendo parte di altre piccole e medie imprese iperspecializzate. Noi li chiamiamo co-maker, perché agiscono insieme a noi risultando essenziali per la realizzazione del prodotto finale. E’ questo a essere decisivo, la coscienza di fare parte di un sistema produttivo con una lunga tradizione manifatturiera, con cui la mia azienda interagisce continuamente».
 

Non è un caso quindi, sottolinea l’imprenditore, se il Louvre si è rivolto a Trezzano sul Naviglio per realizzare la teca che custodisce gelosamente la tela della Gioconda. Protetta da un vetro spesso ben 30 centimetri e da una cerniera a chiusura perimetrale, realizzata in modo da non avere nessun punto debole su cui gli scassinatori possano fare leva per forzarla. Una lastra di due metri per due, tutta d’un pezzo, che sembra sia stata forgiata magicamente in un solo istante. In realtà, come sa bene Goppion, le cose non sono andate affatto così.
 

A chi gli chiede come sia stato ideato quel «piccolo capolavoro» che protegge il grande capolavoro di Leonardo da Vinci, l’imprenditore risponde: «Il nostro metodo è puramente sperimentale: non facciamo altro che provare e riprovare, fino a quando le teche ci vengono esattamente come le volevamo. La regola è semplice, anche se i risultati spesso sono complessi. Occorre sperimentare tutto, perché quello che non si sperimenta non funziona. Ogni volta che per motivi di tempo o di trascuratezza si salta questo passaggio, ci ritroviamo di fronte all’errore. Ed è questo che mi piace del mio lavoro, e che mi sorprende ogni volta: verificare che se ci fosse stata la prova, un certo problema non si sarebbe determinato. E’ da questo che nasce l’innovazione».
 

Come quella che ha portato l’azienda di Goppion a lavorare nel Victoria & Albert Museum di Londra. Un vaso di bronzo molto delicato doveva essere completamente isolato dal contatto con l’aria. Ci volevano guarnizioni che garantissero fino a 150 giorni senza nessun ricambio d’aria. E per raggiungere questo risultato è stato disegnato un cavo d’acciaio in grado di mantenere tesa la guarnizione, sigillandola completamente, senza che il filo fosse visibile esternamente.
 

«E’ solo un accorgimento, ma rende l’idea di come negli ultimi dieci anni siamo riusciti a creare continuamente nuovi posti di lavoro – sottolinea Goppion -. Certo io sono avvantaggiato perché mi occupo di musei. Ma ritengo che i principi e le potenzialità della nostra azienda siano un esempio per tutti. Il nostro scopo è che un altro imprenditore, guardando ai nostri risultati, possa dire: ma allora si può fare anche in altri settori».
 

E aggiunge Goppion: «Non basta però adottare un certo modello organizzativo, occorre anche un’altra dote: il coinvolgimento con la società cui si danno risposte. Lavorare nei musei per noi rappresenta l’opportunità di dare un contributo in termini sociali. E’ questo il nostro ruolo: non soltanto creare nuovi posti di lavoro, ma contribuire a cambiare il mondo in cui viviamo. Per questo non si raggiungono i nostri risultati senza entusiasmo e senza il piacere continuo di fare, di lavorare e di implicarsi».
 

(Pietro Vernizzi)


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