DIBATTITO/ 10. Loi: la poesia, un “affare” scomodo messo a tacere col Grande fratello

Prosegue il dibattito sull’anima di Milano: FRANCO LOI, poeta dialettale milanese, ne parla a IlSussidiario.net

31.01.2011 - int. Franco Loi
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La Milanesiana nei Tram (Foto: Ansa)

«Nella nostra città la poesia fa il pieno ogni volta, ma la cultura per ogni potere è sempre stata scomoda. Stalin la metteva a tacere con i Gulag, oggi lo strumento del potere si chiama Grande fratello. Migliaia di persone escono la sera per andare a teatro, incontrare gli scrittori, andare alle mostre, ma a leggere i giornali sembra sempre che siano state tutte davanti alla tv». Il poeta Franco Loi, che per le sue poesie ha scelto il dialetto milanese, commenta così a IlSussidiario.net il giudizio del New York Times sulla cultura della nostra città. Per Loi quello che è venuto a mancare a Milano «non è la cultura, ma il popolo. Una volta andava a lavorare in fabbrica, e lavorando il ferro scopriva qualcosa sulla sua anima. Oggi questa attenzione a sé è venuta meno, e l’uomo è succube di tutto quello che lo condiziona dall’esterno».

Franco Loi, com’è lo stato di salute della poesia nella nostra città?

Qui a Milano ci sono un mucchio di iniziative per promuovere la poesia. Siamo fortunati, perché la cultura per definizione non è mai stata al servizio di qualcuno, spesso rompe le scatole al potere costituito. Nella Russia di Stalin o nella Germania di Hitler gli scrittori finivano nei gulag o nei lager, ma anche Dante è andato in esilio, Petrarca ha rischiato, Leopardi in vita sua non è mai stato considerato.

Oggi per fortuna non è più così…

Adesso non succede più perché tanto c’è la televisione, il potere è tranquillo perché ha trovato lo strumento perfetto per mettere a tacere la cultura, almeno agli occhi del popolo.

In che senso?

 

A Milano ogni sera ci sono delle occasioni interessanti di lettura pubblica della poesia. Elisabetta Sgarbi, sorella di Vittorio, ha organizzato persino dei momenti di musica e poesia all’interno dei tram. Di recente ho letto le mie poesie in piazza Mercanti, in piazza Santo Stefano e ai giardini della Vetra. Le iniziative di poesia, musica e pittura non mancano mai, quest’anno c’è stata l’inaugurazione del Museo del Novecento, con migliaia di persone che si sono messe in fila per vederla. Eppure chi ne parla? La cultura è sempre l’ultima istanza. A vedere la tv, sembra che l’unica cosa che accade in Italia sia un delitto dopo l’altro.

 

 

La poesia comunque è sempre più un fenomeno d’elite…

 

Non è affatto come dice lei. Il Grande fratello è visto in media da 5-6 milioni di telespettatori, ma in Italia abbiamo 40 milioni di persone maggiorenni. E tutti gli altri la sera cosa fanno? Io qui a Milano giro ovunque e trovo gente che prende iniziative, aiuta i carcerati, si dà da fare perché i drogati si disintossichino. E nessuno ne parla mai. La cultura e il volontariato sembra quasi che non esistano, ma ci sono.

 

 

Quali sono i gioielli che Milano ignora di avere?

 

Per esempio la chiesa di Santa Maria Bianca di Casoretto, citata da Stendhal nelle sue opere, ma che nessuno conosce. Ma anche la Darsena, la cui chiusa è stata costruita nientemeno che da Leonardo, o la chiesa di San Satiro in via Torino.

 

 

Milano è in grado di ispirare la poesia?

 

 

 

 

La poesia è legata alla vita di una persona. La poesia quindi non ha bisogno necessariamente di un luogo bello. A Milano ci sono momenti belli e altri in cui viene la rabbia, perché si vede la trascuratezza della città.

 

 

E’ l’unico segnale negativo che vede in giro?

 

Ce ne sono altri. Per esempio il fatto che la gente non si conosce più e ha paura dell’altro. Ho in mente un fatto di cronaca accaduto alcuni mesi fa. Un senegalese, mentre aspettava il tram , è stato avvicinato da un giovane, vestito in modo elegante e all’apparenza gentile, che gli dice: «Che bella giornata eh oggi? Sarà contento di questo sole…». Il senegalese abbozza, e l’altro gli fa: «Brutto negro» e gli pianta un coltellaccio nel petto. E’ stato tra la vita e la morte per un mese. Nessuno intorno si è mosso, l’aggressore è fuggito senza che nessuno alzasse un dito.

 

 

Un episodio provocato da uno squilibrato, o il segno di qualcosa di più profondo?

 

Una volta, quando succedevano cose simili, si diceva: «Non c’è più religione». Si è perso l’ordine morale che trattiene dal compiere certi gesti. E quindi la gente è disorientata e impaurita, quando non arrabbiata. Quando una civiltà decade, quando i costumi incominciano a cambiare, bisognerebbe stare in guardia.

 

 

E quali sono a Milano i segni di questo decadimento?

 

Innanzitutto il fatto che il popolo, almeno come l’ho conosciuto io, non c’è più. Basta pensare a come è cambiato il lavoro. Un tempo nessuno disprezzava le occupazioni manuali. Come diceva un mio amico, operaio meccanico, «quando io lavoro imparo qualcosa sul ferro e scopro qualcosa di me stesso». Ora che questa dimensione dell’attività manuale è venuta meno, si è perso anche il rapporto con la materia delle cose. E l’uomo non è più capace di prestare attenzione a quello che accade dentro di lui mentre si muove nella vita. Diventando quindi passivo e succube di tutto quello che lo condiziona dall’esterno.

 

 

Eppure una volta c’era meno possibilità di accedere alla cultura…

 

Mia madre, che aveva fatto la terza elementare, leggeva libri, mio padre era appassionato di musica lirica, che è stata la grande educazione culturale dell’800. Quello che un tempo era il popolo, oggi vuole solo panem et circenses. dimenticandosi dell’educazione della sua interiorità, del suo modo di essere e di vivere. Quei 15 milioni di persone che guardano la tv, pur non essendo la maggioranza delle persone, incidono enormemente sui costumi.

 

 

Come è cambiata Milano nel tempo?

 

Quando ero bambino, giocavo per strada e si sentivano le voci dei ragazzi che giocavano. E in questo modo facevano conoscere i genitori. Adesso io la gente di fronte a casa mia non so neanche chi sia. Ho scritto delle poesie per raccontare che andando per strada, incontro le facce e non le riconosco più. Per fare un altro esempio, prima abitavo in via Teodosio e giocavamo al pallone in mezzo alla strada. Quando arrivava una macchina si fermava, aspettava che andassimo sul marciapiede e poi passava. Il portone di casa mia era aperto fino alle 11 di sera. Adesso ci sono le grate alle finestre, i portoni sempre chiusi. E’ un altro segnale del cambiamento di cui parlavo prima.

 

(Pietro Vernizzi)

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