POTERI FORTI/ Da Monti ad Ambrosoli: quella Milano sempre in trincea

- Gianni Credit

Per GIANNI CREDIT, il ridotto del Corriere punta a portare Monti al Quirinale e a fare di Ambrosoli il vero Monti-bis, per fare da contraltare a un’eventuale affermazione del Pd bersaniano

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Poco più di tre anni fa, in Bocconi, si celebra una giornata in memoria congiunta di Giorgio Ambrosoli e Paolo Baffi: entrambi colpiti a morte – anche se in forme diverse – dal crack Sindona, da quanto vi era attorno e da quanto ne seguì nel declino della Prima Repubblica. Quel giorno il “chairman” è Mario Monti – allora “in riserva della Repubblica” alla presidenza dell’ateneo – mentre al microfono si susseguono il presidente di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli; Piergaetano Marchetti, presidente di Rcs ed ex presidente del patto Mediobanca; il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli; l’ex vicedirettore generale della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli.

In platea ascoltano la vedova Ambrosoli, Anna Lori e il figlio Umberto (apprendono durante il convegno della morta improvvisa di Filippo, l’altro figlio dell’avvocato assassinato nel 1979). In apertura dei lavori, vengono letti due lunghi messaggi del presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi e di Mario Draghi, quest’ultimo ancora governatore della Banca d’Italia. Una giornata, alle conclusioni, oltremodo “impegnata”, al di là dell’appuntamento: la nascita della Fondazione Ambrosoli e l’uscita di Qualunque cosa succeda: storia di un uomo libero. Monti rievoca senza mezzi termini “l’attacco criminoso della P2”. Marchetti – a un anno dallo scoppio della crisi finanziaria – denuncia il prevalere della “lex mercatoria” sulla “civiltà della polis” per l’ipotesi (poi non realizzata) che Angelo Rizzoli pretenda trent’anni dopo di avere giustizia per il presunto “esproprio” del Corriere dopo il fallimento del Banco Ambrosiano.

Bazoli, che ha ricostruito l’Ambrosiano, è il più duro nel condannare assieme Roberto Calvi ed Angelo Sindona, i due campioni della finanza cattolica degli anni 70. E’ lui a citare lettere fra Paolo Baffi e l’allora presidente di Comit e poi di Mediobanca, Francesco Cingano. E’ lui ad evocare Cuccia come garante esemplare di una “civiltà delle regole”. In quell’autunno 2009 il sistema-Italia è sotto pressione come gli altri per i primi postumi del crollo dei mercati: ma la leadership di Silvio Berlusconi (tessera 1816 della P2) non sembra in discussione, anche se la terza vittoria elettorale stenta a dipanare i suoi perché.

Sulla difensiva sembra comunque quel “ridotto” bocconiano: pur prestigioso, pur trasversale, pur armato di molte “divisioni” (anzi delle solite: Intesa, Mediobanca, le Generali, il Corriere, la Bocconi, etc). La voglia del “giovane-vecchio” Angelo Rizzoli di “riscrivere la storia” in un’aula civile impressiona. Per di più pochi giorni dopo, i magistrati rimettono a posto punti e virgole di un’altra grande saga politico-mediatico-finanziaria: la “guerra di Segrate” fra la Fininvest e il gruppo Espresso. Carlo De Benedetti – a dispetto della transazione del 1990 – riesce a farsi riconoscere un danno rilevante per il preteso “esproprio” della Mondadori: centinaia di milioni di euro.

L’avvocato che difende senza successo Berlusconi è Romano Vaccarella, un ex giudice costituzionale: che – non per coincidenza – si appresta a usare il copione vincente di De Benedetti per attaccare Bazoli e il riassetto del Corriere negli anni ’80, ufficialmente per conto di Rizzoli. Tre anni dopo, per infinite vicende note – Monti è subentrato a Berlusconi come premier tecnico, mentre Ambrosoli – nelle vesti di esponente della “società civile” milanese è diventato consigliere indipendente della Rcs (a fianco di Marchetti), ma soprattutto candidato front-runner del centro-sinistra in Lombardia. Draghi è divenuto presidente della Bce, mentre Bazoli e De Bortoli – saldi ai loro posti – hanno appena celebrato un’ennesima “riscrittura” della storia politico-finanziaria: quella redatta a due voci da Cesare Geronzi (ex presidente di Capitalia, Mediobanca e Generali) e Massimo Mucchetti, uno dei vice di De Bortoli.

All’ennesima “giornata della memoria” – nel contesto topico del palazzo del Corriere in via Solferino – ha partecipato anche Carlo De Benedetti: in funzione apparente di “outsider”, di “persona molto informata di fatti” che – ancora apparentemente – non hanno riguardato l’editore di Repubblica, il finanziere della Cir, l’ex patron di Olivetti e Omnitel. Il succo dell’ultima giornata corrierista – comunque – ha finito per riscrivere in parte la stessa giornata bocconiana del 2009: allora Geronzi era presidente di Mediobanca, eppure nessuno aveva pensato di invitarlo a una forte iniziativa culturale e civile contro le ombre di quella P2 che molti hanno sempre fatto risalire a un “grande vecchio” di nome Giulio Andreotti, grande alleato di Sindona e storico protettore del banchiere romano. Ora invece – nella riscrittura di Mucchetti subito riletta in pubblico da Geronzi, Bazoli e De Bortoli – per anni la finanza italiana ha poggiato i suoi equilibri sul rapporto personale fra i due banchieri “cattolici”. E lo stesso De Benedetti – apparentemente criticandoli – si siede volentieri a fianco dei due anziani “power broker”, accetta di entrare con disinvoltura in quel palazzo – apparentemente concorrente – del Corriere: di cui lui stesso, peraltro, tanti anni fa è stato proprietario indiretto quando fu per due mesi lo strano vicepresidente di Roberto Calvi all’Ambrosiano.

Il “ridotto del Corriere” non è troppo diverso da quello della Bocconi, tre anni fa: è una trincea (apparentemente) solida e confortevole, è un luogo che si propone di difendere gli ammessi e di dissuadere vigorosamente eventuali attaccanti, anzitutto esibendo coesione (apparente) e i mezzi di difesa e contrattacco (il destinatario rimane il potere politico). La continua riscrittura di un classico “passato che non passa” e la capacità di accreditamento di un “direttorio” politico-bancario è una delle leve strategiche. Sarà interessante vedere se e come questo nuovo tentativo avrà più o meno successo del primo: ad esempio collocando Monti al Quirinale e facendo di Ambrosoli il vero “Monti-bis” a capo di un potente “ridotto lombardo”. Un leader capace di fare da contraltare a un’eventuale affermazione del Pd bersaniano (da sempre poco amico del capitalismo bocconiano e corrierista) e di installarsi sulla tolda della Regione-ammiraglia per competere da subito con Matteo Renzi e forse Flavio Tosi, probabili cavalli di razza della Terza Repubblica.



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