IDEE/ I numeri utili per riformare le Camere di Commercio

Le Camere di Commercio sono oggetto di prossima riforma. Ma come andrebbero cambiate? MASSIMO FERLINI e GUIDO BARDELLI rispondono sulla base della loro esperienza

02.07.2014 - Massimo Ferlini, Guido Bardelli
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Carlo Sangalli (Lapresse)

C’è bisogno di una riforma delle Camere di Commercio? Sì, senza alcun dubbio i cambiamenti degli ultimi anni nel sistema istituzionale, nel mondo economico e nelle rappresentanze ci portano a ritenere che questo appuntamento non sia più rinviabile. Le Camere, senza un impulso esterno, non hanno peraltro dato dimostrazione di una capacità di autoriforma. Da due legislature rappresentiamo la Compagnia delle Opere nel consiglio della Camera milanese. Da questa esperienza cerchiamo di estrarre un giudizio su quanto e cosa si potrebbe fare.

Riteniamo che siano due gli ambiti di intervento che le Camere esercitano: i servizi obbligatori e diretti alle imprese (dati, bilanci, informazioni, ecc.); la promozione del territorio e dell’economia locale. In questi anni l’indicatore di fondo usato per esprimere un giudizio sul funzionamento complessivo è stata la percentuale di risorse che tornavano in servizi alle imprese. A Milano siamo a quasi il 50%, ossia la struttura e i servizi obbligatori assorbono il 53% delle risorse raccolte e il 47% di esse va in servizi alle imprese, con una costante crescita prevista anche per gli anni a venire.

Gli interventi per la promozione economica e del territorio nascondono scelte finanziarie o speculative? Oggi negli impegni della Camera milanese è centrale il finanziamento del progetto Expo 2015 che continuiamo a ritenere importante per il rilancio della rete economica che caratterizza il tessuto imprenditoriale di Milano e un’importante occasione di rilancio della presenza italiana nel mondo. Nel passato furono scelti investimenti per la realizzazione di autostrade fondamentali per sostenere l’industria milanese (Milano-Genova in primis, ma anche la rete di collegamento est-ovest del nord del Paese). Fu finanziata la nascita della Fiera di Milano come vetrina mondiale per l’industria meneghina e dell’intero Paese. Parte delle risorse vanno a sostegno delle istituzioni culturali della città come la Scala e la Triennale e riteniamo che sia facilmente comprensibile come ciò dia un importante ritorno economico al sistema produttivo inteso in senso lato.

Si potrebbe andare avanti con altri esempi, ma tutto ciò non vuole essere un modo per aggirare il tema su cosa deve essere riformato perché condividiamo che le Camere possono fare di più e meglio. Il disegno presentato dal governo è stato caratterizzato da due mosse. La prima,“affamare la bestia” con il dimezzamento del contributo per le imprese per decreto e un disegno complessivo di riforma assegnato a un percorso parlamentare. Pur condividendo culturalmente la scelta di partire da un obbligo di efficienza legato alla diminuzione di risorse “pubbliche”, ci pare che slegare le risorse dal ridisegno dei compiti obbligatori apra più un periodo di incertezza che una svolta sussidiaria nel funzionamento delle istituzioni.

L’effetto immediato per quelle Camere che funzionano economicamente bene e hanno capacità organizzativa è di spostare i costi sui servizi alle imprese e di aumentare la concorrenza verso le attività oggi fornite dal sistema associativo. Questo dovrebbe fare riflettere quelle associazioni che automaticamente hanno espresso pareri superficiali sull’iniziativa governativa. Ma anche lo spirito sussidiario della riforma risulta indebolito dalla separazione fra oneri economici e responsabilità che ha contraddistinto l’avvio della proposta. Se il tributo sarà rivisto solo dall’anno prossimo c’è il tempo per approvare i cambiamenti e predisporre nuova modalità di funzionamento.

Venendo al merito, condividiamo che il numero complessivo delle Camere debba scendere. Solo 20, una per regione? Perché non una ogni 500.000 imprese associate? Le nostre regioni vanno da dimensioni di stati europei di media grandezza a dimensioni da consigli di quartiere: ponderare il numero sulla base del numero di imprese e con attenzione alle nuove aree metropolitane ci pare un’ipotesi più realistica per avere una base di rappresentanza ed economica che assicuri la funzionalità delle Camere. Prevedere poi indicatori che permettano una pubblica valutazione dell’efficienza della fornitura dei servizi permetterà di operare costanti confronti sulla capacità di fornire servizi obbligatori e servizi di promozione economica alle imprese, valutando la capacità dei governi camerali e creando servizi territoriali con modalità e dimensioni diverse.

Riteniamo che la riforma debba rilanciare un rapporto sussidiario fra associazioni di rappresentanza e Camere di commercio. Spesso ciò ha dato vita a imprese speciali che hanno promosso servizi utili ma anche doppioni, sovrapposizioni e sprechi. Due esempi possono servire a chiarire la nostra impostazione.

Il sostegno all’internazionalizzazione delle nostre imprese è un obiettivo primario che anche nella grande Lombardia dovrebbe vedere una sola società su base regionale agire in questo senso, mettendo fine agli incontri di delegazioni provinciali che vanno nello stesso Paese, nello stesso periodo e con messaggi diversi. D’altro canto, se vogliamo fare crescere la sperimentazione appena avviata dal governo per un sistema duale di formazione professionale che sviluppi l’apprendistato come contratto di inserimento nel passaggio scuola-lavoro, l’esperienza svolta da alcune Camere di rapporto fra formazione professionale e imprese è un patrimonio utile e può riguardare territori di minore dimensione per aree sovracomunali omogenee ai distretti produttivi presenti.

Sono solo spunti di riflessione che, partendo dalla nostra esperienza, ci paiono utili per sostenere che la riforma va fatta, un sistema sussidiario potrà dare più efficienza anche con una revisione delle risorse obbligatorie. Il numero complessivo deve essere rivisto su beni territoriali e per quantità di imprese associate, la forma organizzativa dei servizi può essere elastica ma valutabile sulla base dei servizi assicurati alle imprese. A reggere tutto ciò va a nostro parere introdotta anche una revisione dei meccanismi elettorali. L’elezione diretta del presidente e la presenza consigliare di tutto il mondo associativo locale può assicurare un sistema più efficace e moderno che elimini sprechi e rendite di posizione ormai intollerabili.

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