DIRITTI GAY/ La posta in gioco non è l’”omofobia”, è la libertà

- Robi Ronza

ROBI RONZA presenta le ragioni del convegno “Difendere la famiglia per difendere la comunità” in programma oggi, 17 gennaio, contro il quale sono scese in piazza le lobby gay

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Se su qualcosa di fondamentale tu non sei d’accordo con me, allora tu mi odi. Perciò ho diritto di chiedere alle autorità di impedirti di esprimere e di affermare pubblicamente il tuo convincimento. Questo equivoco, che è l’inizio di una tirannide, sta alla base della pretesa di bollare come “omofobia”, ossia come odio per l’omosessuale, la posizione di chi è convinto che eterosessualità e omosessualità non siano due realtà equivalenti. Non importa che poi costui non manifesti alcun odio per l’omosessuale, né pretenda affatto di imporgli la propria visione delle cose. Egli odia per così dire oggettivamente. Pertanto il potere pubblico ha il dovere di impedirgli di odiare.

Tra l’altro ciò implica l’idea che un sentimento, l’odio in questo caso, possa venire vietato per legge: un’idea stravagante, che implica dubbi sulla ragionevolezza di chi la sostiene. L’aspetto più grave di tale pretesa è però il suo contenuto liberticida, che va anche ben oltre il caso specifico. Chiunque è in grado di affermare qualcosa come normale può insomma trasformare questa sua idea in pensiero unico, e mobilitare a tutela di tale sua pretesa l’ordine costituito. E per questo basta avere delle buone entrature nelle élites economiche e professionali che sono in posizione dominante nel mondo della comunicazione di massa. La questione oggi alla ribalta è quella del “gender”, ma domani potrebbe essere qualunque altra cosa. Elemento tipico di questo processo è il suo contenuto autoritario. Affermata una certa tesi come pensiero unico, su di essa non si può più ragionare, la questione è chiusa.

Chi la sostiene è buono e chi invece vorrebbe discuterla è cattivo. Il disegno di legge Scalfarotto sull'”omofobia” è esemplare al riguardo. Ciò che lo caratterizza è qualcosa di mostruoso dal punto di vista giuridico: la punibilità di un comportamento che non viene adeguatamente né descritto né definito. Che cosa è l’omofobia? In che cosa consiste? Siccome nella legge non lo si spiega, chiunque può affermare come “omofoba” qualsiasi cosa. Se poi si arriverà a un giudizio sarà il giudice a decidere. Il reato viene insomma definito a posteriori, in sede giudiziale. Siamo quindi al culmine dell’arbitrio.

E’ interessante considerare al riguardo la campagna in corso a Milano contro il convegno “Difendere la famiglia per difendere la comunità” in programma domani, 17 gennaio, per iniziativa di Fondazione Tempi, Manif pour tous, Nonni 2.0, Obiettivo Chaire. Contro l’evento, che verrà ospitato presso una sala congressi della Regione Lombardia, si è schierato tra l’altro il Movimento 5 Stelle con un’interrogazione in Consiglio che ha fatto discutere, in cui si affermava tra l’altro che la Regione non deve dare spazio ad organismi che “propagandano una posizione settaria, ideologica, escludente e riduttiva del concetto di famiglia”. Analoghe iniziative sono state prese a Milano in Consiglio comunale.

Qui siamo a un ulteriore passo avanti sulla via dell’autoritarismo: siamo alla pretesa di negare a priori lo spazio pubblico, l'”agibilità politica” a questo e a quello: qualcosa che richiama tristemente alle memoria il peggio del ’68, il peggio di una stagione che nessuna persona davvero amante della libertà e della giustizia ha motivo di rimpiangere.

E’ interessante considerare al riguardo anche la campagna in corso a Milano contro il convegno “Difendere la famiglia per difendere la comunità” in programma il prossimo 17 gennaio per iniziativa di Fondazione Tempi, Manif pour tous, Nonni 2.0, Obiettivo Chaire. Contro l’evento, che verrà ospitato presso una sala congressi della Regione Lombardia, si è schierato tra l’altro il Movimento 5 Stelle con un’interrogazione in Consiglio, che verrà discussa il 13 gennaio, in cui si afferma che la Regione non deve dare spazio ad organismi che “propagandano una posizione settaria, ideologica, escludente e riduttiva del concetto di famiglia”. Analoghe iniziative sono state prese a Milano in Consiglio comunale. Qui siamo a un ulteriore passo avanti sulla via dell’autoritarismo: siamo alla pretesa di negare a priori lo spazio pubblico, l’ “agibilità politica” a questo e a quello: qualcosa che richiama tristemente alle memoria il peggio del ’68, il peggio di una stagione che nessuna persona davvero amante della libertà e della giustizia ha motivo di rimpiangere.

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