MISSIONE CHEOPS/ Come Cristoforo Colombo: anche l’Italia a caccia di pianeti alieni

- Mario Gargantini

Il lancio di Cheops nello spazio ha l’obiettivo di valutare l’abitabilità degli esopianeti. Esempio estremo di come l’uomo sia esploratore per natura

apertura esopianeti
Pianeti extrasolari in un'illustrazione della Nasa

Alle 09:54:20 di mercoledì 18 dicembre, dalla base spaziale europea a Kourou (Guyana francese) a bordo di un lanciatore Soyuz-Fregat è partita la missione Cheops dell’Esa (Agenzia spaziale europea). L’obiettivo è chiaro: fare l’identikit degli esopianeti, cioè dei pianeti extra-solari che orbitano attorno ad altre stelle della nostra galassia. Il suo telescopio hi-tech, progettato e realizzato in Italia, nell’arco di tre anni e mezzo prenderà di mira oltre 7mila sistemi solari per misurare con precisione le dimensioni dei pianeti alieni: di molti di questi si conosce già la massa, e quindi si potrà risalire alla loro densità per poi ricavare indizi sulla loro struttura interna, vale a dire capire se sono rocciosi, gassosi o di ghiaccio e valutare se presentano le condizioni di abitabilità.

Una missione come questa ci riporta, per analogia, alle spedizioni successive alla scoperta dell’America, ai tanti navigatori che, dopo Cristoforo Colombo, hanno contribuito a delineare i contorni del nuovo continente e a disegnare le prime mappe dei nuovi territori sconosciuti. In entrambi i casi siamo di fronte a un susseguirsi di alcune fasi che sono tipiche di molte esperienze umane: dapprima c’è l’esplorazione; poi può accadere la scoperta; quindi si passa ad analizzare, descrivere e riconoscere le caratteristiche di ciò che si è scoperto; infine, nel caso di un territorio, si cerca di insediarsi e di adattarlo alle proprie esigenze.

La missione per studiare gli esopianeti è un esempio estremo, reso possibile oggi grazie alle enormi capacità scientifiche e tecnologiche disponibili; ma è un’esperienza che affonda le sue radici e le sue motivazioni in qualcosa che accomuna tutti noi, in un insieme di aspirazioni, desideri, aspettative che sono di tutti.

L’uomo è esploratore: il bambino esplora il suo ambiente, il suo spazio, e noi continuamente indaghiamo la realtà della natura, delle cose, delle persone e anche di noi stessi, che in parte diventiamo oggetto di indagine e quindi contemporaneamente soggetto e oggetto di conoscenza.

Indaghiamo il mondo per il solo fatto che c’è, che lo riceviamo in dono dalla nascita e lo re-incontriamo ogni giorno, forse senza averne piena consapevolezza. Esplorare fa parte della natura dell’uomo e della sua condizione: quella di essere posto dentro un contesto, di vivere circondato da una realtà multiforme e provocante, di imbattersi continuamente in qualcosa d’altro e di subirne il contraccolpo. Il contraccolpo del bello, come spesso è la natura che ci circonda e ci sovrasta; il contraccolpo dell’enigmatico, di tutti gli interrogativi piccoli e grandi che l’esplorazione della realtà suscita e ai quali la ragione si applica nel tentativo, sempre rinnovato, di rintracciare qualche risposta; il contraccolpo anche del grandioso, che arriva fino al terrificante dei fenomeni giganteschi o catastrofici, come gli scontri tra le placche tettoniche che originano i terremoti o le collisioni tra galassie che modificano le profondità celesti.

L’indagine della realtà, che inizia fin da bambini, tende a non finire mai, ad allargare continuamente i confini, ad abbracciare ambiti sempre più ampi di realtà. Un sintomo della vivacità umana è proprio questa sete di allargamento degli spazi di indagine, è la tensione ad andare “oltre”, come se da “oltre” arrivasse una chiamata, un invito. L’attrattiva della realtà è un’esperienza elementare che poco o tanto tutti condividono: “Proprio perché tutto era così bello, nasceva dentro di me un desiderio, sempre lo stesso: doveva esserci qualcosa di ancora più bello. Tutto sembrava dirmi: vieni!” (C. S. Lewis).

Le missioni spaziali esprimono al massimo grado la tensione esplorativa dell’uomo, quell’atteggiamento che ci spinge a superare quelli che sembrerebbero i confini naturali della vicenda umana. Se la superficie del pianeta è stata percorsa in lungo in largo, esplorando in due dimensioni dall’antichità fino alle grandi scoperte geografiche; se scalatori, speleologi e oceanografi hanno percorso la dimensione verticale puntando alle alte vette o sondando le profondità della terra e gli abissi marini; ora, nell’era spaziale, il mondo viene esplorato in tutte le quattro dimensioni: le tre dello spazio della geometria classica più quella temporale.

Ci sono stati uomini che sono usciti dalla sfera di attrazione gravitazionale terrestre; alcuni sono sbarcati su un altro corpo celeste (abbiamo ricordato nel luglio scorso il primo allunaggio umano); altri hanno costruito sonde, come i Voyager, che hanno già oltrepassato la eliosfera, cioè il confine del Sistema Solare e stanno viaggiando negli spazi interstellari; altri ancora hanno messo in orbita satelliti dotati di strumentazione in grado di captare i segnali a microonde emessi circa 13 miliardi di anni fa e quindi testimoni dell’alba del tempo, dei primi passi dell’universo neonato.

Con Cheops che si sta sistemando in orbita a circa 700 km dalla superficie terrestre, c’è tutta l’umanità che protende il suo sguardo verso le stelle come una vedetta sul pennone della nave ammiraglia pronta a lanciare il fatidico grido: “Terra!”.

Un’umanità che si appresta a trarre tutti i vantaggi prodotti dalle ricadute tecnologiche di imprese come questa ma che sa di non poter ridurre solo a queste ricadute il valore della ricerca spaziale.

Dopo una missione così il cosmo sarà più grande, più bello e ancor più misterioso; le stelle saranno più brillanti e risalterà ancor più la funzione che hanno sempre avuto fin dall’antichità: essere degli indicatori, dei segnali per un cammino, dei segni da leggere e interpretare, da cui lasciarsi affascinare e insieme interrogare.

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