MICHEL PETRUCCIANI/ Cercando la bellezza tra i tasti di un pianoforte

- Francesco Chiari

A dieci anni dalla scomparsa, FRANCESCO CHIARI ricorda Michel Petrucciani, pianista jazz malato da osteogenensis imperfecta, comunemente conosciuta come la “malattia delle ossa di vetro”, che ne bloccò la crescita, ma da cui non si fece mai dominare. Un artista che, contro ogni previsione e pessimismo, ha sempre aspirato alla bellezza, donandosi al suo pubblico con tutte le sue forze 

PetruccianiR375_060509

Per molti resterà l’immagine “definitiva”, quella di un piccolo uomo che, al Congresso Eucaristico di Bologna del settembre 1997, si alza dal pianoforte per rivolgersi a Papa Wojtyla, dopo aver incantato lui e tutti i presenti con la propria arte pianistica.
Michel Petrucciani, di cui ricorre il decennale della prematura scomparsa, era “piccolo” soltanto di statura, in tutto il resto era un gigante, tanto da creare ottima musica padroneggiando la rara malattia – osteogenensis imperfecta, o “malattia delle ossa di vetro” – che ne bloccò la crescita, ma da cui non si fece mai dominare, lasciandola purtroppo in eredità a uno dei suoi figli.

Michel Petrucciani, nato a Orange il 28 dicembre 1962, è un figlio di quella emigrazione italiana in Francia che seppe conquistarsi un posto nella cultura e nel cuore di una nazione (pensiamo a Yves Montand, a Michel Platini, per far solo due nomi): il padre Antoine, detto Tony, di origine siciliana, era un chitarrista jazz con una ricca collezione discografica, mentre il fratello si dedicò al jazz come bassista.
Nel 1966, ad appena quattro anni, Michel ha il suo primo contatto col jazz di gran classe: in quell’anno Duke Ellington è in Europa per concerti insieme a Ella Fitzgerald, e trova il tempo anche per alcune apparizioni televisive, come in Italia quando Duke e Ella eseguirono in duo I’m Just A Lucky So-and-So nel programma televisivo “Aria Condizionata”, presentati nientedimeno che da Vittorio Gassman.

In Francia, nel corso della permanenza al Festival di Juan-les-Pins sulla Costa Azzurra – da cui anni dopo verrà tratto un tesoro di registrazioni per l’etichetta Verve – Duke è ripreso in un programma cui assiste anche Michel, e qui in un aneddoto famoso già incontriamo il lato volitivo del pianista. Michel chiede ai genitori «Posso avere un piano?» questi, ingenuamente, gli comprano un piano giocattolo, Michel lo sfascia e chiede  «Adesso posso avere un piano vero?». Il pianoforte arrivò, un residuato della base militare dove lavorava il padre, «un verticale in cui i soldati inglesi versavano birra, ma che suonava bene», ricorderà anni dopo Michel, ma accanto al pianoforte il piccolo si interessa anche alla batteria, un segnale di quella forza ritmica che poi ritroveremo nelle sue incisioni mature.

A tredici anni il primo concerto in pubblico col padre e il fratello, a quindici la prima incisione discografica addirittura col batterista Kenny Clarke, come dire uno dei padri della moderna batteria jazz. Il successivo ingaggio è con un altro senatore del jazz, il sassofonista Lee Konitz, con cui suona e registra in duo (alcune foto dell’epoca mostrano Michel con una sicilianissima criniera di ricciuti capelli neri, ben diversa dall’immagine del “pelatino” che conosciamo).

Nel 1981 si trasferisce in California, a Big Sur, dove viene scoperto dal sassofonista Charles Lloyd, che lo tenne per tre anni nel suo gruppo confermando nell’occasione il suo grande fiuto per i pianisti, lo stesso che quindici anni prima gli aveva fatto scoprire e ingaggiare un giovanissimo Keith Jarrett.

Gli anni con Lloyd sono quelli della definitiva notorietà internazionale, anche grazie ai numerosi tour, per Michel Petrucciani, il quale nel 1982 trova il tempo anche per una incisione a suo nome con cui inaugura il catalogo della Riviera, un’etichetta di vita breve gestita fra gli altri dal sassofonista Maurizio Giammarco; il disco, intitolato “Estate”, ricalca nella formazione (il classico trio con Furio di Castri e Aldo Romano) e in parte nel repertorio l’esperienza di Bill Evans, nume tutelare per tutta una generazione di pianisti, ma anche in questo caso si rivela la spregiudicatezza di Michael nella scelta di un brano, quello del titolo, scritto da Bruno Martino, che proprio grazie a Michel diventerà uno standard jazzistico registrato da molti nomi illustri.

L’abbandono del gruppo di Lloyd, che raramente troverà in seguito un pianista di quella musicalità, coincide con la piena affermazione personale di Petrucciani, diviso fra collaborazioni di grosso calibro – Dizzy Gillespie, Jim Hall, Wayne Shorter, Freddie Hubbard e compagnia – e progetti personali vari e sempre stimolanti, come quelli per l’etichetta francese Owl, oggi purtroppo pressoché irreperibili, o per la storica etichetta Blue Note. 

 

Fra i tanti mi piace citare quello del 1987 “Michel Plays Petrucciani”, uscito appunto per Blue Note, soprattutto perché, come dice il titolo, il pianista si rivela anche compositore dell’intero programma, spaziando fra atmosfere estremamente diversificate a partire dalla straordinaria She Did It Again, sorta di incrocio fra boogie-woogie e jazz moderno: quando feci ascoltare questo brano a Franco Cerri, icona del jazz italiano, lui commentò immediatamente «Questo qui va a tutta birra!», e ascoltando gli altri brani, soprattutto quelli col chitarrista John Abercrombie come One for Us, rimarcò «Che belle situazioni riesce a creare».
In questo album infatti Petrucciani riesce a conciliare la sua proverbiale irruenza d’improvvisatore con la capacità di evocare dai suoi collaboratori il meglio di sé, in un dialogo continuo e senza pause.

L’anno dopo, a Siena, dove mi trovavo per i corsi estivi di jazz, ascoltai dal vivo Petrucciani con il bassista Gary Peacock e il batterista Roy Haynes, ancora una volta nomi altisonanti e dal passato glorioso: Michel arrivò sul palco in braccio a uno dei tecnici, stringendoci il cuore per come sembrava tanto piccolo e fragile come una statuina di Capodimonte, ma appena poggiò le mani sulla tastiera dimenticammo tutto, coinvolti come non mai da quel flusso musicale superbamente governato, da quel tocco indimenticabile, insieme potente e rilassato, ma soprattutto da quella incredibile incisività sotto il profilo ritmico, tanto da stimolare Haynes, come sempre arcigno dietro la batteria, a invenzioni e controritmi al calor bianco, mentre in mezzo Peacock, appoggiato a uno sgabello con la pipa in bocca e l’aria da turista distratto, macinava fraseggi impeccabili, senza prendere nemmeno una nota superflua, ma commentando il tutto con sovrana lucidità.

Qualche giorno dopo Amedeo Tommasi, arrangiatore supremo e nostro insegnante di ear training, ci fece analizzare alcuni brani del concerto, rivelando come il vocabolario armonico usato da Petrucciani risalisse alle fonti dell’armonia moderna ma al contempo, attraverso una combinazione di tocco e posizionamento delle note all’interno degli accordi, rivelasse sfaccettature del tutto personali, e inoltre Tommasi pose l’accento sul grande senso del blues rivelato dal pianista soprattutto nel brano Turnaround, preso addirittura dal repertorio di Ornette Coleman, tanto per non smentire la perenne voglia di ricerca del pianista.

Se riandiamo col pensiero alla produzione di Petrucciani possiamo trovare un elemento unificatore, ossia il desiderio di creare bellezza strappando dalla sofferenza del proprio vissuto l’intensità del canto e lo struggimento delle progressioni armoniche, il gusto insomma del sublimare nella creazione musicale il proprio handicap fisico, che lo costrinse fra l’altro ad usare sempre un marchingegno costruitogli dal padre Tony per poter arrivare ai pedali del pianoforte.

Non casualmente, credo, Petrucciani morì per gravi complicazioni polmonari a New York il 6 gennaio 1999, nell’anno che celebrava il centenario della nascita di Ellington, proprio colui che dalla televisione lo aveva instradato verso il jazz: a pensarci bene, un destino simile accomunò questi due grandi, l’uscita per mezzo della loro arte da una condizione impossibile, per il siculo-francese di tipo fisico, e per l’afro-americano di tipo razziale e sociale, meno evidente ma non meno inibente (Nat Hentoff ci informa che Ellington, nel corso di una conversazione con lui, ad un certo punto si rabbuiò e sbottò: «È inutile, noi musicisti di jazz siamo ancora pur sempre i tipi coi quali non vorresti che se la facesse tua figlia!»).

Se ascoltiamo la produzione di entrambi, pur tanto diversamente articolata, possiamo toccare con mano quanto siano stati capaci di sollevarsi al di sopra delle miserie e delle meschinerie per far brillare nella loro musica la scintilla di bellezza che aiuta a superare il male del mondo, e di questo gliene saremo sempre grati.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori