GRAHAM NASH/ “Be Yourself”, l’indie folk del Duemila incontra la voce gentile di Crosby, Stills & Nash

- Paolo Vites

“Be Yourself” è un disco tributo a “Songs for Beginners”, album uscito nel 1971. Lo incise Graham Nash, la voce gentile di Crosby, Stills, Nash. Paga omaggio il meglio del mondo indie folk di oggi. L’articolo di PAOLO VITES

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Nella foto, Crosby, Stills and Nash a inizio carriera. Graham Nash è il primo da destra

A metà luglio, precisamente il 16, saranno sul prestigioso palcoscenico del Jazzin’ Festival di Milano. Sono tre immarcescibili ex hippie, Crosby, Stills and Nash. Sulla soglia dei 70 anni, sopravvissuti a mille vicissitudini (leggi: droga e alcolismo), ancora oggi incarnano quello che resta dei sogni di California e della Woodstock generation, proprio loro che salirono le classifiche con la canzone Woodstock, scritta da Joni Mitchell per celebrare quei tre giorni di utopie. Uno di loro, l’inglese Graham Nash, di Joni Mitchell fu anche fidanzato, e a lui un manipolo di giovani musicisti indie folk ha deciso di pagare tributo con un disco delizioso, “Be Yourself”, che riprende canzone per canzone tutti i brani del suo primo lavoro solista, “Songs for Beginners”, uscito nel 1971.

Graham Nash, originario di Manchester in Inghilterra, faceva parte di uno dei tanti complessini beat che sulle orme dei Beatles cercavano gloria e successo. Erano gli Hollies e di successero ne colsero parecchio. Un giorno che Nash, più o meno nel 1968, si trovava in California, fece conoscenza con due delle menti giovani più brillanti della musica di allora: David Crosby ex membro fondatore dei Byrds, e Stephen Stills, a sua volta fondatore dei Buffalo Springfield. Le buone stelle ci misero il loro sorriso, e nacque il primo supergruppo della storia, CSN, dai loro cognomi semplicemente Crosby Stills Nash. Autori di melodie vocali pressoché perfette, di delicati intrecci acustici, altresì di vigorose sfuriate rock, furono nei primi anni della loro carriera soprannominati “Beatles d’America” per l’incredibile successo commerciale e la capacità di incarnare sogni e speranze della loro generazione così come i Fab Four avevano fatto nella decade precedente.

Fu un periodo breve che durerà all’incirca fino alla metà degli anni Settanta, distrutto dagli abusi di sostanze stupefacenti e dalle guerre di ego, ma quei pochi anni produssero alcuna delle migliore musica della lunga storia del rock. Del trio, Nash incarnava l’anima più semplice e genuina: melodie di impianto pop perfette, quando “pop” non era una parolaccia come oggi, una voce dai registri incredibili, capace di armonizzare un’ottava più in alto di chiunque, diede il meglio di sé come autore nel disco “Songs for Beginners”, sorta di manifesto zen dello spirito californiano, tra intime riflessioni (“Ricordati che alla fine è con te stesso che devi vivere”) e grida di rivolta (“We can change the world,”, possiamo cambiare il mondo).

A torto ritenuto inferiore per qualità artistiche a Crosby e a Stills – per non dire Neil Young che poco dopo si sarebbe unito dando vita al formidabile quartetto di CSN&Y – il disco tributo che esce adesso dimostra invece la forza e la durata delle canzoni del musicista inglese 39 anni dopo la loro originale pubblicazione. Il fatto poi che a incidere le canzoni di Graham Nash non siano suoi coetanei ma gente che manco era nata quando quel disco usciva, la dice lunga di quanto queste canzoni siano rimaste nella memoria collettiva e ancora ispirino nuove generazioni di artisti. Ecco allora personaggi come Robin Pecknold dei Fleet Foxes, Brendan Benson dei Raconteurs, Bonnie Prince Billy, i Port O’ Brien, i Vetiver, Mariee Sioux, gli Sleepy Sun e anche la figlia di Graham Nash, Nile. 

 

E’ una bella fetta di quella scena, vitalissima, chiamata indie folk, cioè il nuovo folk indipendente americano che sta portando nuova inaspettata linfa nelle vene dell’ormai stanco music business contemporaneo, basti pensare a nomi brillanti come lo svedese The Tallest Man on Earth di cui abbiamo parlato spesso su questo sito. Le canzoni sono incise con il massimo rispetto, riprendendo gli arrangiamenti originali, quelli di un country folk vagamente psichedelico, dove le armonie vocali risaltano in modo elegante e dove le antiche melodie si riascoltano come se fosse la prima volta, tale è la freschezza con cui vengono riproposte.

Su tutti (ma non c’è un pezzo minore) piacciono Brendan Benson nella sua convinta ripresa di Better Days, i Port O’Brien che danno una vena di malinconia all’antica tirata contro il militarismo che è Military Madness, la bravissima Nile Nash, figlia di Graham, che fa del tutto sua l’incantevole Wounded Bird. Convincente anche la conclusiva Chicago, a cura dei Sleepy Sun, che recuperano sonorità acide e arrabbiate, poco californiane ma interessanti nel trasformare quello che era un inno di speranza in una sorta di disperazione involuta, quasi che quel cambiamento del mondo sognato quarant’anni fa, di fatto non sia mai arrivato.

Divertente, dissacrante, ma musicalmente genialoide è Bonnie Prince Billy che trasporta Simple Man (il manifesto del Nash-pensiero, “sono un uomo semplice e canto una canzone semplice”) in terra messicana. Non solo dona al brano un arrangiamento mariachi, ma la traduce e canta pure in spagnolo. Operazione coraggiosa che la dice lunga dello spessore musicale che hanno questi artisti indie folk, capaci di esplorare senza paure di sorta.

Alla fine, ascoltato e interiorizzato questo disco tributo (“Be Yoursel, A Tribute to Graham Nash’s Songs for Beginners”, GrassRoots/Coop), come succede solo in rari casi analoghi, la voglia corre al desiderio di recuperare il disco originale e apprezzare nuovamente canzoni che hanno un posto privilegiato in quella lunga corsa che è stata la storia del rock. Sarà un bell’ascolto, filtrato e arricchito dal tempo che, sulle grandi canzoni, non passa mai invano.

 

“BE YOURSELF” GRAHAM NASH 2010 TRIBUTE ADVANCE EPK #2 promo from (((folkYEAH!))) on Vimeo.

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