CHIEFFO/ Camisasca: quella gratidudine a Dio che si fa arte

- Massimo Camisasca

Nel quarto anniversario della morte di Claudio Chieffo DON MASSIMO CAMISASCA ripercorre la vita e le stagioni di un grande artista e delle sua poetica. Domani a Forlì la Messa di Suffragio

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Claudio Chieffo nel ricordo di Don Massimo Camisasca

CLAUDIO CHIEFFO – Nel quarto anniversario della morte di Claudio Chieffo Don Massimo Camisasca ripercorre la vita e le stagioni di un grande artista e delle sua poetica.
Domani, sabato 20 Agosto, alle ore 19.15 nella Chiesa di San Filippo Neri a Forlì, verrà celebrata da S. E. Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro, la Messa di Suffragio.

“Lui m’ha dato i cieli da guardar, Lui m’ha dato la bocca per cantar, Lui m’ha dato il mondo per amar e tanta gioia dentro al cuor”.
In queste poche e semplici righe della canzone I Cieli è racchiuso il segreto di Claudio Chieffo. La sua poesia infatti nasce da un profondo senso di gratitudine nei confronti di Dio.
Per Claudio ogni cosa è un dono: il Movimento, la famiglia, e infine le canzoni. Esse sono così un racconto vivo della sua esperienza di fede, narrata senza mai censurare nulla.

Come per ogni grande artista, anche la sua vita è stata segnata da diverse stagioni. La prima potrebbe essere associata al colore azzurro e corrisponde alla seconda metà degli anni Sessanta. Alcuni titoli che mi vengono in mente sono Ma non avere paura, Lasciati fare o Quando uno ha il cuore buono. In questi brani il senso di gratitudine di cui parlavo prima è pieno di freschezza ed entusiasmo.

Con Claudio è però difficile tracciare dei confini. Con estrema sincerità egli mostra spesso anche i suoi dubbi e le sue debolezze. La storia di quegli anni (fine anni Sessanta – inizio anni Settanta) suscita in lui interrogativi profondi: dove sta la verità, dove la liberazione e la felicità per l’uomo? Perciò scrive canzoni come La ballata dell’uomo vecchio e La ballata del tempo perduto, dove traspare con chiarezza una fede disincantata e profondamente radicata nella carne.

Il suo urgente bisogno di verità e di giustizia caratterizza anche tutta la produzione successiva. “Volete andarvene anche voi? Dite la verità! Chi seguirete e poi cosa sarà?” cantava allora nell’omonima canzone. Anche nei momenti più drammatici non manca mai in lui un senso di grata certezza: a volte essa si traduceva in un grande senso dell’umorismo come nella canzone Avrei voluto essere una banda; oppure si scioglieva in una profonda pace come nel caso di Liberazione n. 2.

Nell’ultimo periodo della sua vita, quello della maturità, i colori predominanti diventano il rosso e l’oro. Le parole cominciano a prendere il peso dell’eternità.
Nella canzone Il dono o La notte che ho visto le stelle, la gratitudine si è sedimentata sempre più nel tempo, fino a diventare una solida roccia.

Nella Canzone del melograno dedicata a Giorgio Gaber canta: “Devi dirmi dov’è questa casa dei fiori; è da sempre che cerco la casa dove posso tornare, devi dirmi dov’è perché voglio venire anch’io, fammi stare con te…”.

La risposta è un luogo dove il cuore possa riposare, essere accolto e amato. Dio si è fatto carne. Per questo è possibile sulla terra, in una casa di mattoni, essere amati come solo Lui sa amare.



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