LIRICA/ Teatri, cambiare è possibile: il caso de La Fenice di Venezia

- Giuseppe Pennisi

Sovrintendenti di teatri lirici stranieri e italiani a convegno per studiare misure a favore della musica. GIUSEPPE PENNISI racconta il caso de La Fenice di Venezia, un buon esempio 

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Un'immagine dell'Otello

Il 5 novembre, a Firenze si sono confrontati in un convegno specialistico sovrintendenti di teatri lirici stranieri e italiani. I primi hanno illustrato cosa stanno facendo per aumentare produttività, contenere i costi, ridurre il ricorso a Pantalone e soprattutto attirare pubblico giovane, senza il quale ‘la musa bizzarra e altera’ è destinata a sparire. I secondi hanno rivolto, in linea di massima, i solito piagnistei con richieste di maggiori finanziamenti da contribuenti. Eppure in un mondo che sembrava qualcosa a metà tra una palude e una foresta pietrificata, qualcosa si muove. Ad esempio, La Fenice da cui da poco più di un anno è sovrintendente Cristiano Chiarot. Chiarot – occorre ricordalo – nasce giornalista: i giornalisti non sono sempre bravi a fare giornali, quando si dedicano ad altre attività sanno fare grandi cose, come dimostra uno dei maggiori Presidenti della Bundesbank e l’attuale Sindaco di New York , passato dalla ‘newsroom’ alla finanza prima di scendere in politica.

Così a Venezia  doppia inaugurazione con Otello (16 novembre), omaggio al bicentenario della nascita di Verdi, e Tristan und Isolde (18 novembre) omaggio al bicentenario della nascita di Wagner. 

La Fenice ha anche appena presentato, prima in Italia, la stagione lirica 2013-2014, che proporrà diciotto titoli: L’africaine di Giacomo Meyerbeer Onegin di Boris Eifman, La scala di seta di Gioachino Rossini, La clemenza di Tito di Wolfgang Amadeus Mozart, La traviata di Giuseppe Verdi, Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini, Il campiello di Ermanno Wolf-Ferrari, Elegy for Young Lovers di Hans Werner Henze, Il trionfo del tempo e del disinganno di GeorgFriedrich Händel, La bohème, Madama Butterfly e Tosca di Giacomo Puccini, The Rake’s Progress di Igor Stravinskij, Otello e Il trovatore di Giuseppe Verdi, L’inganno felice di Gioachino Rossini, Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart, un titolo contemporaneo da definire. In breve, 122 recite – numero che, precisiamo, si riferisce a recite serali o pomeridiane, esclusi gli spettacoli per le scuole e altre iniziative – rispetto ad una media di 80 per tutte le fondazioni liriche italiane. Confermati anche gli allestimenti della già annunciata stagione lirica 2012-2013 (sedici titoli da novembre a ottobre): Otello di Giuseppe Verdi, Tristan und Isolde di Richard Wagner, Lo schiaccianoci di Pëtr Il’ic Cajkovskij, I masnadieri di Giuseppe Verdi, Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini, La bohème di Giacomo Puccini, Vec Makropulos di Leoš Janácek, La cambiale di matrimonio di Gioachino Rossini, Don Giovanni, Le nozze di Figaro e Così fan tutte di Wolfgang Amadeus Mozart, Madama Butterfly di Giacomo Puccini, La traviata di Giuseppe Verdi, Carmen di Georges Bizet, Aspern di Salvatore Sciarrino, L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti), anch’essa composta da 122 recite, con sette nuovi allestimenti, otto lavori di repertorio e un balletto ospite. 

Importante sottolineare come La Fenice si sta trasformando di fatto in teatro di semi-repertorio (come il Covent Garden di Londra ed il Metropolitan di New York) con  con importanti produzioni di nuovi titoli anche contemporanei accanto a cicli (quello mozartiano, quello verdiano, quello pucciniano) che ritornano ogni anno perché hanno un vasto pubblico italiano e straniero.

Veniamo all’ Otello, visto ed ascoltato in un’anteprima per la stampa e per i giovani il 13 novembre. E’ opera  presenta grandi difficoltà a ragione della ardua scrittura sia orchestrale sia vocale. Verdi aveva 75 anni quando l’opera, dopo un lungo periodo di gestazione, ebbe la trionfale prima mondiale alla Scala. E’ al tempo stesso il culmine ed il superamento del melodramma: L’opera è ancora legata ad alcuni aspetti del genere alla base del successo e della fama di Verdi, ma, metabolizzata la rivoluzione apportata da Richard Wagner, protesa verso quella che sarebbe stata, di dì a pochi anni, la musica del Novecento. Prevede l’unico “tenore eroico” della tradizione italiana(il ruolo di Otello scritto pensando alla straordinarie capacità vocali di Francesco Tamagno trova raramente cantanti all’altezza), sono essenziali un doppio coro di alto livello ed una concertazione che sappia cogliere sia il legame con il melodramma ottocentesco sia la carica innovatrice. ue le caratteristiche principali di questa nuova produzione che sarà in scena sino al 30 novembre e verrà ripresa nel luglio 2013 e 2014 nel cortile di Palazzo Ducale: il ‘teatro di regia’ (Francesco Micheli con l’apporto di Edoardo Sanchi per le scene, Silvia Aymonimo per i costumi e Fabio Barettin (per le luci); e la concertazione (Myung-Whum Chung).

In una scena unica e in abiti di fine ottocento, si dipanano i quattro atti divisi in due parti, ponendo l’accento su simboli e movimenti di luci in linea con la partitura. Moderno e carico di tensione (nonché con un finale a sorpresa), lo spettacolo è una vera lezione in ‘teatro di regia’, pensato per un pubblico giovane, ma potrà lasciare perplessi gli spettatori tradizionalisti. Chung stringe i tempi per accentuare il dramma e trae dall’orchestra , specialmente dai fiati, dai celli e dagli ottoni sonorità rotonde e dense di pathos. Tra il protagonisti, ascoltati il 13 novembre (un’anteprima e nelle recite si alternano due cast) eccelle Lucio Gallo (veterano del ruolo di Jago). Gregory Kunde è un abile Otello (scansa alcune delle tonalità più impervie e sfoggia legato, fraseggio e ‘mezza voce’– campi dove è maestro). La giovane americana Leah Crocetto è una Desdemona un po’ giunonica e con voce meno morbida di quella che si preferirebbe in quanto è già stata protagonista di parti (‘Aida’ , Rossana in ‘Cyrano’) che comportano vocalità spesse.

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