VALERIA CAPUTO/ “Migratory Birds”, tra la West Coast e l’Italia: un nuovo talento femminile

- Alessandro Berni

Valeria Caputo, cantante esordiente, rivela un profondo legame con le cantautrici californiane come Joni Mitchell. ALESSANDRO BERNI ha parlato con lei del suo nuovo disco

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Valeria Caputo

La migrazione di quest’artista è la sua personale scoperta dell’America, di quell’America che ha visto, sostenuto e nutrito quella antica e lunga stagione di migrazioni e che nello scorrere dei decenni dell’ultimo secolo ha esercitato e continua ad esercitare quell’irresistibile richiamo che altro non è che il fascino per il cuore di un popolo che sembra muoversi e scontare un continuo esilio anche all’interno delle proprie terre.

In un’artista esordiente come Valeria Caputo quel fascino può nascondere l’insidia di un essere specchio delle sue muse – Mitchell, Baez, Orton, Moya Brennan – o rivelare l’ennesimo inizio di quell’avventura che rinviene in quelle inesauribili malinconie esistenziali il volto più autentico della propria unicità.  Lo scorrere di musiche, canzoni e liriche di questo disco rendono verosimile l’ipotesi di questa rinascita sotto differenti sembianze ma con quel particolare soffio al cuore come comune denominatore.  

Migratory Birds raccoglie nello spazio di quasi quaranta minuti tutta l’urgenza e la schiettezza di un songwriting che indaga le tendenze del cantautorato americano vagliate alla luce delle sue rivisitazioni in codice anglosassone e delle sue fugaci apparizioni in terra italica.  Di esso si rinvengono il naturale tenore bucolico nella forma suadente di The Next Train in quella agile di You Can’t Stop fino alle folate west coast di It’s Wrong.  Intrecci acustici in sospensione, vocalità tra l’angelico e il lacerato, longitudini sonore che aprono varchi a rovesciamenti nostalgici.

Il suo album – a parte rapidi accenni musicali a De André e Donà – è molto incentrato su una personalizzazione di un suono americano, quasi come se fosse una tua particolare lettura dello stile traditional/folk-rock di quell’area.  Le abbiamo chiesto se la sua intenzione era proprio quella o in origine intendeva combinare elementi della tradizione italiana con quella d’oltreoceano. “Tutto il mio background musicale” ci ha detto “fa parte della materia che comporrà la mia personale scultura musicale.  I miei ascolti variano e si diversificano ma i miei gusti sono definiti … così è possibile ascoltare varie influenze nelle mie composizioni.  Il mio imprinting è avvenuto sui dischi in vinile di mio padre e sulle cassettine di mia madre (che per fortuna amano la musica pur non essendo musicisti), quindi Joan Baez, Battisti, i Pink Floyd, il giovane Battiato. Così i miei ascolti si sono trasformati in impressioni” e poi in “intenzioni”. 

Ci ha poi detto: “Cerco sempre di non rendere esplicito a me stessa lo spunto musicale in modo da non esserne troppo condizionata e far fluire la mia sensibilità creativa in modo più possibile personale … una buona dose di indipendenza e un certo bagaglio di contenuti mi spingono ad esprimere semplicemente ciò che voglio dire attraverso i miei mezzi”. Aggiunge che poi riguardo alle influenze che gli altri sentono nella sua musica, “beh quello dipende da loro… Cristina Donà ad esempio non fa parte delle artiste che seguo, ultimamente però una mia amica, dopo aver sentito il mio disco, mi ha fatto ascoltare un suo brano… devo dire che m’è piaciuta molto…ora voglio approfondirla… certe sono casualità… affinità, modi di sentire che ci accomunano inconsapevolmente”.

Il centro nevralgico del lavoro della Caputo è in una successione quasi aritmetica di lente e solenni arie in cui si rincorrono suggestioni paesaggistiche, vortici folk e trip sonori prolungati.  Vi si può trovare l’arpeggio acustico sostenuto, l’impressionismo vocale e le escursioni strumentali chitarra elettrica/sax di December Sun, così come l’ossessiva e avvolgente atmosfera di Fly Away con i suoi ribattuti chitarristici pieni di riverberi.  Ma non manca l’intensa e assorta dolcezza di una Honey in My Room giocata su un delicato e incisivo acquarello vocale e persino un tocco di indulgenza fiabesca con una I’ll Be With You reminiscente delle limpide e incantate rifiniture di una Judee Sill.

Alcune canzoni esibiscono situazioni tipiche da full band con brevi code psichedeliche.  Le chiediamo se in prospettiva live intende ricreare in tutto o in parte queste atmosfere o per ora privilegerà una situazione da one woman band. “Ho sempre amato suonare in formazione…il feeling e l’empatia che si possono sviluppare su un palco sono l’aspetto più divertente e che mi attrae maggiormente dell’esibizione live… quindi sì, ove potrò sono determinata a propormi con tutta la band, ovvero con i musicisti che hanno suonato nel mio disco.  Non sempre i locali hanno tutto questo spazio, ma la mia intenzione è quella di riproporre l’album in maniera quanto più fedele alla versione da studio.  Non mi negherò occasioni più intime ed acustiche che mi danno l’occasione di promuovermi e di stabilire un contatto più diretto con gli ascoltatori”.

Intanto un contatto in qualche modo diretto è già avvenuto.  La seria frequentazione di artisti e dischi portatori di melodie e armonie colluse con quella larga pittura sonora dal tipico portamento nordamericano, è una corda lanciata all’ascoltatore conquistato da quell’inaudito rigoglio musicale consacrato oltre quarant’anni orsono in un incrocio di tradizioni antitetiche e giustapposte. East e west coast, southern e river sound.  Passione e attenzione ai rivolgimenti di quel vasto fenomeno musicale e culturale sono essenziali per accostarsi in maniera viva e leale a questo bel disco e al suo irresistibile fascino ramingo.  

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