THE CULT/ Choice of Wapon, il ritorno di un “mito” del rock

- Lorenzo Randazzo

I The Cult (Astbury voce e tamburello, Billy Duffy alla chitarra, Mike Dimkich alla chitarra ritmica, Chirs Wyse al basso e John Tempesta alla batteria) live al Carroponte. LORENZO RANDAZZO

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I The Cult in concerto

Talkin’ bout love. L’attesa talvolta aumenta il desiderio. Questo è il sentimento che può avere provato il pubblico della band headliner che si è esibita qualche giorno fa a Sesto San Giovanni. Non solo perché non si vedeva dalle parti di Milano da più di quindici anni, ma soprattutto perché rispetto all’orario programmato era già trascorsa un’altra ora.
Siamo nell’area dell’ex Breda sotto la gigantesca struttura metallica del Carroponte, oggi teatro di un’area concerti. Il calendario degli appuntamenti è ricco: ininterrottamente da fine Maggio a metà Settembre, grazie a uno spazio ben sfruttato e caratterizzato da un’illuminazione suggestiva, il Carroponte offre un’ampia gamma di eventi, concerti, spettacoli e attività culturali. Tra gli altri nelle scorse settimane Offspring, J-AX, Gogol Bordello ne hanno calcato il palco.

L’appuntamento della serata è tra i più sentiti tra quelli previsti in palinsesto. Sul palco spoglio, volutamente lasciato tutto nero, ecco entrare dei loschi figuri a passo spedito e con un fare sicuro. Quello che sembra essere il leader ha tutto l’aspetto di un ex lottatore di catch. Capello lungo raccolto in una coda (più curato di una hostess dell’Air France), occhiale scuro modello Ray Ban, jeans nero stretto, giacchetta scura (sì, giacchetta avete letto bene) e, udite udite, pellicciotto al collo. Che gran classe! Gli avambracci scoperti per favorire i movimenti e mostrare i tatuaggi che hanno segnato il tempo che fu. Ma contestualizziamo l’abbigliamento: non è di certo la serata più calda dell’estate, però di zanzare ce ne sono a frotte! Diciamocelo, un vero tamarro del Rock&Roll targato anni ’80. Questo è il suo bello. Talkin’ bout love.

Se state pensando all’attore Lorenzo Lamas improvvisatosi cantante, come talvolta avviene dalle parti di Hollywood, siete fuori strada. Si tratta piuttosto del carismatico Ian Astbury e la band in questione ovviamente i “The Cult”. Astbury voce e tamburello, il co-fondatore Billy Duffy chitarra, Mike Dimkich chitarra ritmica, Chirs Wyse basso e a completare John Tempesta batteria. The Cult: un mito senza tempo.
Cara grazia! I Cult sono nuovamente in un Tour mondiale per promuovere dal vivo il loro nuovo album “Choice of weapon” dopo cinque anni di assenza. Il nono lavoro in studio in trent’anni di carriera.

Semplicità, sonorità hard rock e atmosfere dark sono il collaudato marchio di fabbrica della band britannica. Mettono subito le cose in chiaro con un inizio esplosivo: Lil’ Devil. Già dalle prime note, come a un buon amico, gli si  perdona tutto: l’assenza, il ritardo e persino il look. Talkin’ bout love.
I brani del nuovo album ben si amalgamano con il repertorio della band inglese. Nell’introdurre “Choice of Wapon”, Ian descrive il nuovo lavoro come “Bestiale, sensuale e Bunga Bunga!” (Purtroppo è questa l’immagine che ci portiamo nel mondo). Nella versione live spiccano la ballata Embers e la potente For the Animals.

Di nuovo un ritorno al passato e subito con la cartuccia migliore, here comes the… Rain. Dal pubblico tutti a saltellare e fare la danza della pioggia.
Ian Astbury, neo cinquantenne, è stato per anni un sex symbol. All’apice del successo dopo avere pubblicato l’album The Cult, forse pago del successo o alle prese con una crisi esistenziale, abbandona temporaneamente la band e fonda gli Holy Barbarians e pubblica un album. Successivamente ne pubblica uno in solitaria ispirato dal deserto di Joshua Tree. 

Nel 2002 chiamato dagli ex Doors Ray Manzarek e Robbie Krieger è stato addirittura il vocalist del progetto The Doors of the 21st Century. L’anno successivo si è esibito in alcune date dal vivo con gli MC5. Da ultimo ha partecipato all’album solista di Slash nel 2010. Nel corso degli anni le collaborazioni e le sperimentazioni non sono mai mancate ma i Cult (nello specifico Billy Duffy), sono sempre stati il suo riferimento e il suo porto sicuro. Talkin’ bout love.

Le canzoni tratte da “Electric”, “Sonic Temple” e da “Love” erano le più desiderate e trovano ampio spazio in scaletta: Nirvana, Fire Woman, Wild Flower, The Phoenix, She Sells Sanctuary.
La voce di Ian, per quanto migliorata nell’arco della serata, è lontana dall’essere quella delle vecchie incisioni. Se pensiamo ai vocalist dell’hard rock come Ian Gillan, Axl Rose, Brian Jonhson, Bruce Dickinson, per citarne solo alcuni, il quadro è molto simile. Talkin’ bout love.

Purtroppo i brani eseguiti al temine della serata saranno solo sedici per neanche settantacinque minuti di show. Pochino, ma le emozioni sprigionate sono forti. Talkin’ bout love.
Le poche parole pronunciate dal frontman durante lo show sono di amore per la città di Milano e per il Teatro alla Scala. Il suo sogno segreto sarebbe quello di potersi esibire nel tempio della lirica. Se dovesse mai capitargli l’occasione, qualcuno del suo entourage dovrebbe avere l’accortezza di ricordargli il regolamento del Teatro che recita: “È gradito l’abito scuro per le prime rappresentazioni…” e fin qui siamo precisi…”Si raccomanda comunque per tutte le rappresentazioni un abbigliamento consono al decoro del Teatro”.  Ecco, molto bene lo scuro ma forse il collo di pelliccia non verrebbe apprezzato… e senz’altro scatenerebbe l’ira degli animalisti.

Tempo per i bis. Una blanda e poco convincente Life is greater than Death e poi Ian si lancia in uno sfrenato finale: via gli occhiali e con i capelli sciolti, riecheggia nell’aria lo spirito libero dello sciamano del rock. Ed ecco Spiritwalker direttamente da Dreamtime. La chiusura lasciata a una selvaggia Love Removal Machine. Del resto stiamo parlando di amore. Talkin’ bout love.

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