DAVID BOWIE/ “Heroes” e la trilogia berlinese: formidabili quegli anni

- Paolo Rosati

Trentacinque anni fa David Bowie era al centro di una trasformazione artistica straordinaria che avrebbe dato vita alla cosiddetta “trilogia berlinese”. di PAOLO ROSATI

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Immagine di archivio

“Lo studio di registrazione era proprio a quattrocento metri da Berlino est, dal muro, e ogni pomeriggio sedevo alla scrivania e vedevo tre Guardie Rosse sovietiche che ci guardavano con i binocoli, con i loro fucili Sten in spalla, il filo spinato, e sapevo che c’erano mine sepolte nel muro e l’atmosfera era così provocante e così stimolante e spaventosa che il gruppo suonava con incredibile energia…”  Tony Visconti

Registrato “Low”, Bowie decise che la svolta intrapresa dovesse continuare in maniera definita. Non a caso, il nuovo album, che si andava a comporre come un puzzle negli studi berlinesi di Hansa By The Wall, un tempo spaziosa sala da ballo usata dalla Gestapo per scopi sociali, ripropone in parte la divisione del nuovo disco in due facciate ben distinte, come il suo predecessore. 

Il primo lato offre all’ascoltatore cinque canzoni cariche di sfolgorante energia elettrica ad alto voltaggio, miscelata sapientemente con alchimie elettroniche, in cui il rock e il soul celebrano un matrimonio che dà vita a ritmiche sincopate. Su di esse le chitarre elettriche e i sintetizzatori costruiscono architetture sonore che creano atmosfere a volte  convulse,  a volte intarsiate in strutture melodiche dense di fascino. Un delicato equilibrio tra realtà e immaginazione, tra vissuto e sognato, in cui i testi descrivono sensazioni, più che raccontare storie, in cui l’io narrante pare porsi in secondo piano. 

La voce di David viene filtrata elettronicamente, risultando così quasi asettica, robotica, assente, come a voler rimarcare il senso di alienazione e di incombente disastro che si cela nelle note riposte dei brani. “Beauty And The Beast”, “Joe The Lion” e “Blackout” vivono proprio su questo apparente contrasto. Tre eccellenti canzoni fra rock e funky, in cui Bowie libera i suoi fantasmi, coltivati fra polvere bianca e candele nere, nel suo ritiro di Los Angeles, trascorso  fra gli eccessi provocati della cocaina e i deliri connessi alla passione morbosa verso l’esoterismo della Golden Dawn di Aleister Crowley e della Kabbalà.  

Angoscia, senso di vuoto, meditazioni veloci come una strofa di poche parole: l’artista non racconta più storie, non inventa personaggi, non descrive situazioni. E’ diventato un visionario che rischia di annullare se stesso nella sua ricerca. In “Sons Of The Silent Age” il messaggio è molto evidente nella rappresentazione di personaggi sinistri e lugubri, che “stanno impalati sulle tribune con lo sguardo vuoto e senza libri”, oppure esseri disperatamente anonimi, che “non muoiono mai, semplicemente prendono sonno”. Una ballata che, musicalmente parlando, è fra le cose più belle mai composte da David, una sorta di capolavoro “nascosto”, che in seguito sarà oggetto di una cover da parte di Blaine Reininger dei Tuxedo Moon. Dominata dal suono di un sassofono mai così decadente , suonato da Bowie, il brano vive di una magia sonora incantevole. 

La title track “Heroes” è la “summa” di tutto l’album e di tutta la trilogia berlinese. Parlare di capolavoro non rende merito né agli autori ( il brano è scritto a due mani da Bowie e Eno), né al brano stesso. “Heroes” è la perfetta rappresentazione sintetica di una generazione che trova in quella canzone la propria immagine. Una generazione insicura, che ha fatto piazza pulita del bagaglio di valori ereditato dal passato, ma che stenta a trovare la propria via verso il futuro. L’amore è vissuto come un momento, una gioia improvvisa e transitoria da espandere all’infinito. 

Il muro non deve considerarsi dal punto di vista politico. Ma come una barriera posta nelle vite delle persone, fra le persone. Il muro rappresenta  il disagio esistenziale senza soluzione di una generazione confusa, il simbolo di una frattura dell’Essere, elemento di trauma e di isteria collettiva. “We can be heroes, just for one day, what to say”. Parole semplici e chiare, che rimangono nella memoria dell’ascoltatore. Non è un caso che il singolo verrà registrato in tre lingue: inglese, tedesco e francese. “Heroes” può essere considerato una sorta di “inno” della gioventù europea di quel grigio e plumbeo 1977. Questa canzone è immortale, per chi scrive. 

“Si è alzato e ha iniziato a cantare a pieni polmoni”. Tony Visconti rievoca con queste parole il giorno in cui Bowie ne registrò la traccia vocale. In sei minuti la voce di David passa da un inizio quasi sommesso, ad un finale urlato, immersa in un’atmosfera sognante, da eterno presente. In questa traccia è presente un assolo formidabile di Robert Fripp, chiamato anch’egli a far parte del team dei musicisti.“E’ arrivato in studio alle undici di sera e gli abbiamo detto Ti andrebbe di fare qualcosa?…così l’ho collocato al sintetizzatore per gli effetti, gli abbiamo suonato praticamente tutto ciò che avevamo fatto e lui ha cominciato senza neanche  sapere la successione degli accordi. Il giorno dopo aveva finito, fatto i bagagli ed era tornato a casa. Tutte le registrazioni effettuate al primo tentativo, incredibile”. Brian Eno racconta così la partecipazione di Fripp alla registrazione di “Heroes”. 

La seconda parte dell’album si apre con un sibilo elettronico, a cui si aggiungono il basso e il suono lontano di una batteria, quindi un sassofono aspro accompagnato in sottofondo da una rauca chitarra elettrica e dalle tastiere, e un coro che intona il titolo del brano “V2 Schneider”, omaggio dovuto a  Florian Schneider, membro dei Kraftwerk, che in quello stesso anno avevano citato Bowie nella loro incredibile “Trans Europe Express”. Il brano prosegue il discorso musicale iniziato su “Low” con i brani “Speed Of Life” e “A New Career In A New Town”, confermandone le feconde intuizioni. Sempre un sibilo elettronico ci porta nel buio di “Sense Of Doubt”, in un mondo dove manca la luce, e la vita sopravvive fra lamenti e lontani rantolii. Poche note gravi, inframezzate da magmatiche cascate di lava elettronica, che cercano di rendere meno gelida l’atmosfera del brano. Inquietudine resa in musica. Un quadro semplice e geniale nella sua linearità. Un altro sibilo ci introduce in un giardino dove sorge una nuova alba. 

Sembra quasi il risveglio di una natura dal letargo invernale, quando si sciolgono le nevi e riappaiono i colori che erano stati nascosti dalla coltre bianca. “Moss Garden”, un mondo che si ridesta, fra le note reiteranti delle tastiere di sottofondo e quelle dominanti di un koto, che sembrano evocare le bellezze di un giardino giapponese. Atmosfera leggera, che vive di estasi, improvvisa e momentanea. Infatti il brano seguente ci riporta in un mondo notturno, dominato da piccoli rumori, in cui fanno capolino le tastiere in lontananza, che formano un tappeto sonoro su cui si erge il suono straziato e straziante di un sassofono quasi free jazz, che dipinge con poche note un paesaggio mediorentale. “Neukoln”, titolo del brano, è anche il nome di un quartiere di Berlino abitato in gran parte da immigrati turchi. 

Il finale è a sorpresa. Una canzone tipicamente soul, estremamente convenzionale nel contesto del disco, con un coro femminile, “The Secret Life Of Arabia”, chiude l’album con un punto interrogativo. E’ arte o mercato? L’arte è confinata nei lager dei musei o destinata ad essere consumata? Bowie risponde che l’arte è mercato. E con questo album immette sul mercato la nuova forma d’arte. Che trova nuovi fruitori fra i suoi vecchi fan e una nuova generazione che non sopporta più le consolidate ed affermate “avanguardie” del rock progressivo, oramai degenerate in vuoti gusci senz’anima e condannate a sparire nell’arco del decennio che andava a compiersi. I modelli musicali si stavano trasformando. Quel 1977 rimarrà, nella storia del rock, come un confine. Tra un “prima” e un “dopo”. Il mondo uscito dalle utopie di Woodstock e del sessantotto si sarebbe disintegrato definitivamente. A livello artistico la musica giovanile cerca nuovi spazi. La capitale del Regno Unito è scossa dal nuovo fenomeno musicale: il Punk-Rock. 

I nuovi leader nichilisti di questo movimento sono gli inglesi Sex Pistols, che hanno nel cantante Johnny Rotten e nel bassista Sid Vicious i due angeli maledetti e dannati, nuove incarnazioni dell’Anticristo formato microsolco, fautori del “no future for you, no future for me” urlato senza sosta nel magmatico oceano di lava metallica che costituisce la colonna sonora delle loro canzoni. La moda esplode: tanti si sentono punk. Le vecchie pop-stars vengono disprezzate come borghesi arricchite e decadenti, il progressive rock di gruppi celebrati come King Crimson, Van Der Graf Generator, Camel, Caravan, Gentle Giant, Yes, Genesis, viene abortito o defecato letteralmente come rifiuto da espellere per liberare la propria carica di genuina e brutale violenza. “Never Mind The Bollocks: Here ’ s The Sex Pistols!”, recita il titolo dell’album del momento.  La rabbia brutale dei giovani punk britannici fa piazza pulita di tutto ciò che esiste attorno a loro. In chiave prettamente artistica è l’esatto corrispondente di ciò che in Italia accade nel mondo politico giovanile. La differenza è che in Inghilterra suoneranno le chitarre elettriche e i sintetizzatori elettronici, in Italia le pistole P38..

Come contraltare impazza ai vertici di tutte le classifiche “Saturday Night Fever”, colonna sonora dell’omonimo film, che lancerà definitivamente il giovanissimo attore John Travolta, riportando in auge il gruppo australiano dei Bee Gees, autore di gran parte del soundtrack cinematografico.    

 I giovani si dividono in due tribù, all’apparenza distanti ma estremamente contigue: i discotecari e i punk-rockers. Bee Gees e Sex Pistols interpretano, ognuno col proprio stile e col proprio metodo, le istanze primordiali di una gioventù che abiura l’utopia e cerca nel soddisfacimento immediato degli impulsi la propria vitalistica via personale. Edonismo e nichilismo ballano a braccetto, mentre in Europa i nefasti anni di piombo portano lutto nonché cupo e conformistico grigiore. La musica elettronica aveva avuto una grossa importanza negli anni settanta. Gruppi tedeschi come Tangerine Dream, Neu, Can e Kraftwerk avevano proposto opere rivoluzionarie e futuristiche rimaste però circoscritte ad un pubblico di intenditori più o meno ampio, a seconda delle circostanze. Con “Low” e “Heroes” la nuova avanguardia raggiunge questa nuova generazione. 

E la conquista. In un colpo solo Bowie compie due miracoli: sopravvive alla ventata del punk che farà piazza pulita di tanti “mostri sacri”, e si propone come leader di un movimento che vede nei suoi ultimi lavori una fonte di ispirazione ineguagliabile. 

Gary Numan, John Foxx, David Sylvian, gli Ultravox, i Simple Minds, i Bauhaus, i Cure, scriveranno le loro opere migliori con l’occhio rivolto alla trilogia berlinese, e, in particolare, a questo album. 

Lo stesso Philip Glass, negli anni novanta, riproporrà gran parte del materiale contenuto in “Heroes” e “Low” in chiave sinfonica.

Non è poco.

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