NOVECENTO/ “Through The Years”: tra pop e dance, il miracolo italiano

- Alessandro Berni

Una retrospettiva dedicata a uno dei gurppi italiani più significativi degli anni Novanta, i Novecento. ALESSANDRO BERNI rivisita i loro dischi e ci racconta cosa c'era dietro

novecento_R439 Novecento

Se si pensa alle più ispirate emanazioni internazionali espresse dalle sette note a livello di accostamento tra pop, dance e melodia d’alto profilo due grandi nomi balzano alla mente.  Chic e Earth, Wind and Fire.  Entrambe esperienze generate in egual modo dalle migliori stagioni della grande musica che univa cantabilità e sentori di grandezze che travalicavano il puro intrattenimento stagionale. Entrambe generatrici di produzioni e nuove esperienze ad esse devote.  L’eredità funky-soul, l’indimenticabile stagione Motown, gli sconfinamenti verso territori jazz, i cenni di pregio alle più mature espressioni di certo gusto sinfonico dell’art rock.  

Ma tutto questo era espressione di quegli anni ’60 e ’70 nati, cresciuti ed evolutisi con radici solide in un suono stabilmente ancorato al respiro umano degli strumenti anche nelle innovazioni ritmiche più audaci o nelle più svariate sintesi tecnologiche.  Più controverso era ed è sempre stato quel mondo eighties che ha partorito i Novecento, quartetto milanese con ascendenze nel mezzogiorno d’Italia, ensemble a conduzione familiare composto dai tre fratelli Nicolosi (Pino Nicolosi tastiere, Lino Nicolosi chitarre, Rossana Nicolosi basso) e dalla cantante Dora Carofiglio (divenuta poi moglie di Lino).

Tre musicisti di ottimo livello con un senso fuori dal comune per tutto ciò che è cura del suono e produzione, sposati a una talentuosa cantante dotata di una vocalità inebriante e di una magica intesa con la lingua inglese molti anni prima dell’avvento di una Elisa. 

Esordio fulmineo nel 1984 con le centomila copie del singolo Movin’ On e con l’album eponimo “Novecento” all’insegna di un sound che infrange barriere e strettoie dell’italodisco per aprirsi a un germoglio di musica totale con un innato senso dei tempi e degli spazi sonori.  Le soluzioni ricche e ardite proposte dai due grandi citati ensemble americani si proiettano verso triangolazioni e combinazioni inedite con Moroder, Bacharach e le grandi architetture seventies riviste sotto la lente del decennio in corso.  

Come i loro mentori, i Nicolosi si pongono a presidio di un’entità dalla quale si dipana una varietà di esperienze che segnano la direzione del sound internazionale del periodo (una su tutte la dance quasi visionaria di una The Night affidata a Valerie Dore ma a tutti gli effetti un brano dei Novecento, sia nel suono che nella chimera vocale di Dora Carofiglio).  

Così mentre quel fortunato singolo e la gustosa gemella The Only One si muovono con classe tra le strade maestre della pop-dance morbida, garbata e ammiccante con misura, l’impaziente Take a Chance si nutre di continue bordate e irruzioni funky così come la strepitosa It’s Too Late le riporta ad una godibile e ariosa dimensione tardo-romantica.  

Due anni e il 1986 segna con l’album Dreamland un’aurora nuova per la musica pop che flirta con la dance e i ritmi livellati, talora martellanti, del periodo in legame inscindibile con la grande narrazione epica di quello che è diventato ormai il trademark dei nostri.  I funky scalpitanti vengono accostati alle sonorità ultrasintetiche, a quelle easy di bel portamento e ad altre ancora che si impongono come moderne rapsodie sonore in aperta contrapposizione alla prevalente sindrome plasticosa di quello scorcio di decennio.  

Il pop si innaffia di rock con il grande grip ritmico di una smagliante Excessive Love dove un memorabile basso repentino, furtivi riverberi tastieristici e vocalità stellare di Dora vanno a comporre un allestimento di rara maestria.  E si riveste di imperiose aperure alari con una  Dreamland Paradisesostenuta da un incedere maestoso dove piano, rifiniture di campane tubolari e voce stregante della Carofiglio sembrano provenire da un grembo comune dove la grazia ha fissato un incontro definitivo con il destino.

Il percorso continua lungo il tragitto di due dischi che mantengono un buon livello complessivo di scrittura – “Shine” e “Leaving Now” ed un terzo – “Necessary” che sembra mostrare per la prima volta la corda di uno stile degradato ormai a formula, fino a “C’e un Mondo Che…” (1997), buon disco – l’unico ad oggi in italiano – che vede i nostri, oltrepassata la soglia dei trentacinque, inglobare nel suono atmosfere etniche, cantautorali, soul accanto alla classica impronta ballabile-orchestrale.

Nei successivi cinque anni di stop i Novecento divengono a titolo pressoché definitivo ensemble votato alla produzione e alla seconda vestizione sonora di certi grandi nomi della pop-fusion.  I nostri – già non assidui frequentatori dei palchi live – sono ora a tutti gli effetti una recording band in proprio e per conto terzi.  Nascono produzioni e collaborazioni di prestigio con nomi del calibro di Billy Cobham, Dominic Miller, Billy Preston, Al Jarreau, Toots Thielemans e Chaka Khan fra gli

Altri e all’interno di queste come in una matrioska virtuosa, contributi di pregio di altri grandi quali Gino Vannelli, George Duke e Brian Auger.  Grandi nomi, cantanti e musicisti che ambiscono a quegli studi, a quei musicisti, a quella produzione che ha riscritto i codici sonori della fusione a caldo e a freddo tra pop, soul, jazz ed epic melody.

La produzione di dischi altrui influenza la nuova direzione che si compone di due soli album nell’arco di sei anni che vanno a coprire il primo scorcio del nuovo millennio.  “Featuring” del 2002 e lo splendido (ad oggi ultimo) “Secret” del 2008.  Più di studio il primo dopo molti anni fuori dalle incombenze dirette del songwriting. Sconfinato oceano di melodie, soluzioni arrangiative e grandiosi affondi il secondo.

In “Featuring” fa bella mostra di sé Tell me Something, vera e propria canzone manifesto di questa seconda fase dove l’input acustico e il portamento più classico dello string sound dirotta i nostri verso i territori delle ballad senza tempo.  In “Secret” la scrittura ripercorre e ridisegna con ingegno e grande senso del passato, del presente e del futuro, l’immenso patrimonio del pop-rock d’alta scuola. 

Tutto questo, altro e altro ancora viene ripercorso in questo bellissimo doppio album “Through The Years” (from 1984 to 2012) che rappresenta l’autentica passata di spugna su un percorso che si lascia riscoprire come sorprendentemente omogeneo nelle sue differenti flessioni.  

Dai bellissimi singoli Cry Stop the Time dall’ultimo album “Secret” – e pur con la grave mancanza della scintillante aria di Dangerous Game – ci si imbarca in un viaggio a ritroso dove prendono forma quei secondi incontri con un repertorio che ci fa ritrovare come piccoli e grandi gioielli quelle Movin’On, Broadway, Excessive Love Dreamland Paradise, passando per piccole perle nascoste e collaborazioni come trofei orgogliosamente messi in bacheca con i vari Cobham, Miller, Preston e compagnia musicante.

Secondi incontri che riportano a quel primo incanto di fronte alla musica di questi grandi musicisti e a quella voce che di schianto ha tirato giù una schiera impazzita di stelle dalla volta celeste.





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