FABRIZIO DE ANDRE’/ Quando una canzone può guarire la testa

- La Redazione

All’ospedale Sacco di Milano si usa una nuova terapia per alleviare i casi di salute mentale: si ascoltano le canzoni di Fabrizio De André. L’intervista a GABRIELE CATANIA

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Una canzone può aiutare a vincere il disagio psichico? Gabriele Catania, psicoterapeuta che da più di vent’anni lavora al Dipartimento di salute mentale dell’Ospedale Sacco di Milano diretto dal dr. Teodoro Maranesi, pensa di sì. Ed è ciò che ha sperimentato con le canzoni di Fabrizio De André che, più di altri, ha mostrato una “eccezionale voglia di indagare l’animo umano” e una capacità di accettarlo per ciò che è. Per questo il dottor Catania, nel volume “La terapia De André – Come comprendere il disagio psicologico attraverso le parole del grande cantautore” (Sperling&Kupfer) ha messo nero su bianco nove casi di disagio psicologico e di difficoltà esistenziali. Storie che ha ritrovato in alcune canzoni del grande cantautore genovese scomparso nel 1999.

Come può una canzone essere terapeutica?

Una canzone può raccontare una storia e parlare di un personaggio in cui identificarsi e rivedere un proprio problema ma in modo più distaccato. Così il paziente è più facilitato a riconoscerlo e a lavorarci. Un giorno mi resi conto che la storia raccontata ne “La ballata dell’amore cieco” di De André, parlando di un amore basato sull’obbligo a soddisfare i desideri dell’oggetto amato, aveva dei tratti in comune con quella di una mia paziente anoressica. Le proposi di ascoltare la canzone, lei vi si riconobbe e in breve tempo imparò ad amarsi “a prescindere”, smettendo di chiedere a se stessa continue prove di “onnipotenza” sempre più impossibili.

Perché De André rispetto ad altri?

Meglio di altri De André ha fatto capire che l’essere umano lo si può accettare per quello che è. Eric Fromm in L’arte di amare scrive che in fondo la mamma ama suo figlio perché è suo figlio, non perché se lo merita. De André ha messo al centro della sua opera l’uomo in quanto tale. In altre parole, ha mostrato quanto, in una prospettiva autenticamente umana, sia indispensabile sospendere il giudizio sull’altro. In una canzone parla di un tale che vende sua madre a un nano per tremila lire: non lo giustifica ma non lo giudica; lo tratta non come un problema, ma come un uomo che ha un problema. Questo è fondamentale anche in una relazione terapeutica.

Nonostante siano stati fatti molti passi avanti, è ancora difficile parlare di disagi psicologici e andare oltre atteggiamenti colpevolizzanti…

Se un ragazzino arriva tardi a scuola perché perde il tram a causa di una caviglia slogata, è giustificato; se invece arriva tardi per un attacco di panico, non lo è. Anche se in buona fede, i pazienti continuano ad essere discriminati in base al tipo di sofferenza: quella fisica trova solidarietà e aiuto; quella psichica, invece, discriminazione e colpevolizzazione. Oltre a essere ingiusto, questo fa sì che le persone si vergognano e non si curano o si curano troppo tardi. Per questo quattro anni fa ho fondato l’Associazione Amici della mente onlus.

In che senso? Di cosa si occupa Amici della mente?

Amici della mente è fatta da ex pazienti volontari che, oltre ad occuparsi di sostenere i nuovi pazienti mettendo a disposizione la loro esperienza, organizza gruppi di auto mutuo aiuto e realizza progetti di prevenzione secondaria con convegni, pièce teatrali, testimonianze nelle scuole o in carcere. L’obiettivo è lottare contro lo stigma e la discriminazione e diffondere consapevolezza. All’interno degli eventi teatrali e musicali i nostri volontari testimoniano la loro esperienza di uscita da patologie come l’anoressia, gli attacchi panico, i disturbi ossessivi, ma anche di affronto di problemi come la solitudine, la parola negata, la paura della morte, utilizzando delle parafrasi di alcune canzoni di De André. Noi pensiamo che solo attraverso la comunicazione empatica di un’esperienza si può trovare comprensione e forza di curarsi.

 

Qual è, secondo il suo punto di osservazione, il problema maggiore che affligge i giovani?

C’è troppa istruzione-formazione come mero passaggio di informazioni “fredde”. Non si cerca l’empatia,  non si valorizzano le emozioni, non si sviluppa la sensibilità per ciò che è bello ma solo per ciò che è utile. Faccio questo tutti i giorni: aiuto persone che hanno escluso le emozioni dalla loro vita a riprendere contatto col loro mondo emotivo, ristabilendo un dialogo interno improntato sull’empatia.

 

Lei incontrerà ogni giorno tanto dolore, violenza, caos, fatica di essere uomini. Cosa la fa essere così fiducioso nella natura umana?

Quello che vedo ogni giorno è che l’uomo cambia, può cambiare. Ricordo di aver ascoltato in un carcere un pluriomicida parlare di teatro. Aveva fatto un corso e si era appassionato. Quell’uomo mi ha commosso e in quel momento ho pensato: “ma se quest’uomo fosse stato aiutato prima a sviluppare questa sensibilità d’animo, questa empatia, forse si sarebbero risparmiate delle vite umane, compresa la sua…”.

(Silvia Becciu) 

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