MASSIMO PRIVIERO/ L’intervista: il mio no alla globalizzazione dell’indifferenza

- Paolo Vites

Una lunga carriera alle spalle ma la stessa voglia degli inizi: Massimo Priviero si racconta a ilsussidiario.net, con la stessa speranza. di PAOLO VITES

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Massimo Priviero

Venticinque anni di carriera sono molti, in un campo così effimero come quello della musica italiana, dove ogni giorno si assiste alla nascita di una presunta star e il giorno dopo nessuno sa più che fine abbia fatto. Puoi anche vincere Sanremo, ma ci si dimentica chi sei. Una volta non era così: chi faceva musica, lo faceva su impianti forti, quelli di una passione che sconfinava nella vita quotidiana, costi quel che costi. E’ il caso di Massimo Priviero, uno dei primissimi in Italia a contaminare canzone d’autore con canzone rock, il cui esordio risale proprio a venticinque anni fa, con l’ottimo disco “San Valentino”. Il successo arride sin da subito e permette collaborazioni di lusso, come la produzione di Little Steven Van Zandt, chitarrista di Bruce Springsteen. Nonostante l’emergere di altri che ricalcano la sua lezione, Priviero ha continuato la sua strada in un ambiente più cult ma che ha permesso la maturazione di un talento unico nella nostra musica. Questo venticinquennale è stato salutato con uno dei suoi dischi migliori, “Ali di libertà”, e di tutto questo abbiamo parlato con lui. 

L’impressione generale del disco è un ritorno, almeno in alcune canzoni, a un rock più essenziale e diretto, quasi come ai tempi del tuo primo disco. E’ così?

Forse più il secondo (“Nessuna Resa Mai”) del primo. E forse con nuova consapevolezza e nuovo carico emotivo. Ma essenziale è un termine che sottoscrivo. Insieme a libero e vero. Questo sono e provo ad essere anche negli album che faccio. È il mio vero ed unico orgoglio.

Dopo tanti anni di carriera, cosa vuol dire per te avvicinarsi a un nuovo disco? Come è cambiato se è cambiato il tuo modo di porti davanti alle canzoni e  alla musica?

Nel senso più profondo, nulla è cambiato. Ancora cerco struggimento esistenziale da tradurre. E ancora cerco forza da dare a chi mi ascolta. Anzi, quest’ultimo concetto è diventato sempre più importante, tanto più nei tempi che viviamo.

Le canzoni oggi, e la musica, secondo te sono ancora un aggregatore? Pensi che le canzoni possano essere ancora come una volta “oggetti” attorno a cui si aggregano persone e speranze?

La musica e le parole sono appunto musica e parole. Io sono quello che scrivo e questo a volte mi differenzia davvero rispetto a tanti altri. Chi trova in quel che scrivo, che suono e che canto emozioni forti che entrano nella propria vita, diventa un compagno di strada. Sale su un palco insieme a me. Se questo vuol dire anche “aggregazione” mi sta bene e ne sono felice. Quel che succede intorno o quel che altri fanno più o meno in modo sincero, tante volte diventa secondario. Credo nella condivisione di un modo di far musica che diventa anche un modo di stare al mondo.

La canzone Madre proteggi nel nuovo disco: ci sono dei punti di contatto ideali con Smisurata preghiera di De André?

Non ci avevo pensato. Se è così ne sono onorato. Al di là dei tanti orfani e vedove di De André da cui siamo circondati, lo considero il più grande, pur non essendo mai stato “suo figlio”. Madre Proteggi è una preghiera e un’invocazione per gli ultimi del mondo. La mia voce, fin dove può arrivare, prova ad essere la loro voce. Che cerca forza e protezione in Cielo. Perché è soltanto lì che questo riesco a trovare.

Il tuo slogan era ed è sempre “non arrendersi mai”: sembra che oggi invece ci si sia arresi tutti a un mondo malato. Cosa diresti a un giovane per dargli fiducia, quale delle tue canzoni gli diresti di ascoltare?

Oggi gli direi di ascoltare “Ali di libertà”. Questo è quello che sono, lì può cercarmi, se mai desidera farlo e se mai gli può piacere. Se avrà voglia di farlo, lì dentro può cercare forza per non arrendersi all’idiozia e, per fare una citazione, per non arrendersi alla globalizzazione dell’indifferenza. Ma non c’è forza da cercare che non sia prima dentro noi stessi. E il mondo sarà anche malato ma a volte basta la forza giusta di pochi per dargli un senso e per andare avanti. 

 

Io sono là, uno dei pezzi più forti del disco: come nasce questa canzone?

Io sono là parte da una citazione di un vangelo credo apocrifo di San Tommaso. Che rimanda a Cristo, naturalmente. È una progressione emotiva e una dichiarazione di intenti, oltre che di luogo ideale in cui mi puoi trovare. Credo tu possa considerarla in qualche modo legata a Madre Proteggi. Sono vivo. Non ho venduto quello in cui credo. Non mi sono perso. In qualche modo, ho mantenuto il giuramento che avevo fatto prima di tutto a me stesso quand’ero ragazzo, parecchi anni fa. Ed è la stessa promessa che poi ho fatto a chi mi è stato e mi è vicino. Questo è Io sono là.

 

Ultimamente hai partecipato a molti progetti diversi, soprattutto di impostazione teatrale: ci spieghi cosa significano per te e a quale sei più legato e se pensi di farne ancora in futuro.

Non so dire in realtà. Avevo bisogno di condividere esperienze diverse e tutte in qualche modo mi hanno anche toccato emotivamente. Ma, in questo momento, ti direi che mi vedo molto di più voce, chitarra e armonica. Non riesco oggi a vedere nient’altro nel mio prossimo futuro. Magari ci puoi aggiungere un coltello tra i denti, ogni tanto. Ma questo è quel che sono. Nella buona e nella cattiva sorte.

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