OPERA/ Con i “Fuochi” di Richard Strauss Palermo rilancia il Massimo

- Giuseppe Pennisi

Il Feuersnot di Richard Strauss approda in Sicilia, a palermo al Teatro Massimo. GIUSEPPE PENNISI è andato a vederlo e ce lo racconta. Ecco la recensione

Feuersnot_TeatroMassimo_R439 Il Feuersnot

Due dei maggiori teatri lirici siciliani (il magnifico Massimo Bellini di Catania ed il grandioso Vittorio Emanuele di Messina) sono chiusi, non hanno una ‘ stagione’ programmata nel 2015, hanno congedato il personale professionale e nessuno sa se e quando riapriranno per spettacoli , anche se a Catania sono in calendario alcuni concerti. Il Teatro Massimo di Palermo (ancora commissariato) mostra tutti i segni di una nuova primavera che includerebbe (come nel 1963) anche festival di musica contemporanea , quasi in concorrenza con Venezia.

La stagione 2015 è stata inaugurata la sera del  18 gennaio con teatro stracolmo numerosi critici anche stranieri ed una ‘prima’ d’eccezione, il Feuersnot di Richard Strauss. E’ il secondo lavoro per il teatro in musica del compositore. Il primo, un dramma medioevale post-wagneriano Guntram (presentato nel 2005 in prima italiana a Catania) era stato un insuccesso. Fu il poeta Ernst von Wollzogen, uno dei più colti e raffinati dell’epoca, a convincerlo a tornare a comporre per la scena con questo ‘ poema cantato in un atto’ di circa un’ora e mezzo. In Germania viene spesso abbinato a Salome , che dura un’ora ed un quarto. In Germania, l’opera (un atto unico di un’ora e mezza) è sempre stata in repertorio. In Italia la si è vista alla Scala nel 1912 ed a Genova  nel 1938 (con Strauss sul podio); in ambedue i casi in versione ritmica italiana. E’ stata , poi, eseguita in versione di concerto in lingua originale nel 1973 alla Rai, con Peter Maag alla bacchetta. Feuersnot  si vede ed ascolta anche  negli Usa (dove ha trionfato al Festival di Santa Fe nel 1988). Le tre edizioni discografiche in commercio dimostrano che ha interessato bacchette come Rodulf Kempe, Joseph Kleibert e Heinz Frick , segno di una partitura più che rispettabile che a Palermo, in effetti, è stata presentata in  prima italiana in tempi moderni.

Feuersnot è stato tradotto nelle versioni italiane I fuochi di San Giovanni mentre la traduzione letterale è “I fuochi spenti” o meglio “I fuochi che si spengono”. Si ricollega alla tradizione di Monaco di Baviera, nella notte di San Giovanni, di accendere fuochi attorno ai quali scherzare, danzare ed intrecciare flirt;il protagonista (un giovane mago), preso in giro dalla ragazza di cui si è innamorato (lei lo lascia a penzolare in una cesta dopo averlo invitato a salire sul suo balcone), li fa spegnere e tutta la città chiede alla giovane di farlo arrivare al terrazzino in modo che i fuochi vengano riaccesi, la festa continui e la giovane coppia vada a nozze- Benché nato e cresciuto proprio a Monaco, Strauss  si considerava un ‘settentrionale’ (anche in quanto in Baviera i suoi inizi non erano stati facili ed il compositore che più ammirava, Wagner, proprio lì, ne aveva viste, e patite, di tutti i colori). Quindi, testo e musica sono pieni di ironia nei confronti dei “meridionali” (quelli della Germania del Sud), difficilmente apprezzabili in Italia. A Palermo, mentre il cast vocale è quasi interamente tedesco, la regia è affidata a Emma Dante e la direzione musicale a Gabriele Ferro, due siciliani puro sangue.

Altrove (su Artribune) tratto della drammaturgia e regia di Emma Dante e della sua squadra. Quì mi soffermo sulla parte strettamente musicale. In primo luogo, Ferrro ha ben fatto a considerare Feuersnot non come un abbozzo immaturo di frutti futuri, ma come una commedia in musica nella tradizione di Lortzing e Marschner (ossia il primo romanticismo tedesco).  

Da un lato, la partitura guarda all’unica commedia di  Wagner (Meistersinger)  ma ha anche citazioni dal Ring . Da un altro , è sotto l’influenza di compositori contemporanei al lavoro come Mahler ed anche Bruckner. Da un altro ancora  infine  i valzer, le filastrocche, la voce baritonale del protagonista maschile e quella di soprano “assoluto” per la protagonista femminile sono presagi di Der Rosenkavalier del 1911. Tutto ciò è immerso in uno stile molto decorativo che diviene l’essenza dell’opera, con scherzi, divagazioni, deliziosi quartetti e terzetti per voci femminile, ruoli difficilissimi per i due protagonisti (specialmente per il baritono), mutuazioni della musica popolare. Gabriele  Ferro ha gestito benissimo questa complessa (ma delicata) costruzione musicale e tenuto bene l’equilibrio con un palcoscenico affollatissimo ed in continuo movimento (circa duecento persone in scena). Tra le voci eccelle Nicole Beller Carbone, un vero ‘soprano assoluto’ straussiano. Dietrich Henschel, il giovane mago innamorato,  ha un ruolo impervio che richiederebbe una maggiore estensione verso il registro acuto di quanto mostrato la sera della prima. . Buoni i  numerosi comprimari, specialmente il terzetto di fanciulle (Christine Knorren, Chiara Fracasso, e Anna Maria Sarra) che contrappuntano la protagonista. Ottimi i cori, in particolare quello di voci bianche, tanti bambini meravigliosamente guidati da Salvatore Punturo a recitar cantando senza sbavature in un tedesco in versi.







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