CHEAP WINE/ “Beggar Town”: il canto funebre di un’Italia alla deriva

I pesaresi Cheap Wine, una delle migliori realtà del rock di casa nostra, tornano con un nuovo disco, “Beggar Town”, un disco figlio della crisi. La recensione di LUCA FRANCESCHINI

08.10.2014 - Luca Franceschini
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Foto di Renato Ciffarelli

“La luna sta scomparendo, le stelle si spengono, cala l’oscurità. Ed è allora che sento dentro di me il bianco e il nero che camminano l’uno accanto all’altro. L’angelo guarda in lontananza e dice: amo il diavolo, siamo la stessa cosa. Ci sono giorni in cui mi sembra di essere un santo, ma a volte sono malvagio come Jesse James.” È nato in tempi cupi questo “Beggar Town”, ottavo disco in studio dei pesaresi Cheap Wine (nono, se contiamo anche l’esordio ormai introvabile “Pictures”), una delle più belle ed autentiche realtà del nostro panorama rock.  

È figlio della crisi, di giorni in cui le aziende chiudono, in cui padri di famiglia faticano a tirare la fine del mese, in un paese dove trovare lavoro è sempre più difficile e i giovani emigrano all’estero per non pesare tutta la vita sulle spalle dei genitori. È il canto funebre di un’Italia che sta andando alla deriva, come una nave in cui “Il capitano è un debole e i marinai sono dei bugiardi”, mentre “i passeggeri si lamentano. Qualcuno prega, altri piangono”. Non lasciano troppo spazio all’interpretazione, i testi di questo lavoro. 

L’apertura è lenta, cupa, a tratti strascicata, con il rock che sembra mancare all’appello, sostituito piuttosto da un blues oscuro che suona come un incrocio tra il primo Tom Waits e il Bob Dylan di “Oh Mercy”. Un lavoro in bianco e nero, si potrebbe dire, come del resto è ben ritratto nella splendida e suggestiva cover ad opera di Serena Riglietti, illustratrice di fama e già al lavoro sul precedente “Based on Lies”. 

E il bianco e nero domina anche nel bel video della title track, dove si vedono i cinque immergersi nel mare che bagna la loro città, in cerca di un’insperata catarsi, in fuga dalle periferie desolate e dai luoghi in cui l’orrore sembra regnare sovrano. “C’è una città dove la polvere si infiamma e cade dal cielo come una pioggia di fuoco. Gli assassini scorrazzano sotto il sole cocente. I cani randagi oziano, non corrono mai. È lì che vai quando la speranza è morta, quando nessuno è più dalla tua parte. Io avevo qualcosa di marcio in testa e nessun antidoto per il dolore. Ma cercavo un posto dove nascondermi da chiunque scrutasse la mia esistenza. Ero un malfattore, un rifiuto contaminato, un rottame caduto in disgrazia.” 

Ci hanno messo un anno a realizzarlo, questo “Beggar Town”. Ma nel frattempo non si sono mai fermati, girando in lungo e in largo l’Italia (con qualche breve puntata all’estero) per far sentire il loro “Based on Lies”, un album che già non era tenero con l’attuale stato di cose. Niente è migliorato nel frattempo, semmai nuove bugie sono state pronunciate e nuove speranze sono state infrante. A chi è rimasto solo con il proprio dolore e con le bollette da pagare, forse la musica può costituire davvero un’ancora di salvezza. 

Già, perché man mano che si procede nell’ascolto, quel bianco e nero sembra affievolirsi e qua e là appaiono delle inattese macchie di colore. Il piede sull’acceleratore non viene pigiato mai, quello succedeva nel disco precedente o in un lavoro come “Freakshow”, che aveva una vena più satirica e giocava maggiormente con il rock and roll. Eppure, in pezzi come “Your Time is Right Now” o “Keep on Playing” gli accordi si aprono, le chitarre acustiche vanno in primo piano e la speranza torna a fare capolino dai solchi del cd: “Rilassati, allontana lo sguardo dal destino. Il tuo momento è adesso, vivilo alla grande, in ogni modo.” E ancora: “In ogni caso, continuerò a suonare. Perché ho bisogno di cantare una canzone per essere felice.” 

Basta questo per sconfiggere i demoni? Basta una chitarra e una bella canzone per ridare la dignità a chi sembra averla persa del tutto? Probabilmente no. Ma d’altronde anche loro ne sono consapevoli, se a un certo punto cantano che “tutti i tuoi bei discorsi crollano miseramente, di fronte ad un senzatetto ridotto alla fame”. La realtà, insomma, è più dura di tutti i discorsi e resiste ad ogni tentativo che possiamo fare per abbellirla. 

Ma i Cheap Wine, nel loro piccolo, ci provano. Da vent’anni on the road, ad autoprodursi ed autofinanziarsi, tirano avanti grazie alla passione, al sudore versato e ad un indubbio talento. Certo, perché il cuore ovviamente non basta, quando non hai dalla tua la capacità di scrivere belle canzoni. Considerato che non hanno mai sbagliato un disco, possiamo dire che questa capacità i pesaresi ce l’hanno eccome. “Beggar Town” può non fare breccia al primo ascolto, può inizialmente assomigliare di più all’abbacchiato cane della copertina, che rimane a testa bassa, non osando sperare di avere delle possibilità. Poi però, dandogli fiducia come la stessa band chiede di fare nelle note di accompagnamento, ci si accorge che l’attesa paga. C’è innanzitutto la produzione stupenda (ad opera come sempre della band stessa, negli studi dell’ormai fedelissimo Alessandro Castriota), che offre un suono nitido, pieno e rifinito come non mai in ogni dettaglio. C’è il pianoforte di Alessio Raffaelli che dialoga intimamente con le chitarre di Michele Diamantini, c’è la batteria di Alan Giannini che suona potente e perfettamente al servizio delle canzoni. C’è la voce di Marco Diamantini che, forse più delle altre volte, vive di ogni parola delle storie narrate. 

Ma al di là di tutto questo, ci sono le canzoni. Senza mai variare troppo la loro formula compositiva, i Cheap Wine ci consegnano dodici inediti bellissimi, nel loro stile ma, nello stesso tempo, ammantati di quella malinconia grigia di cui dicevamo all’inizio. Un lavoro non facile, quindi, poco movimentato, che si muove, sembrerebbe, a metà strada tra la cupezza e il degrado di “Crime Stories” e quella sorta di psichedelia che insaporiva il successivo “Moving”. Ma sono solo punti di riferimento vaghi. Perché, come è accaduto ad ogni loro uscita, anche “Beggar Town” vive di un’anima propria. 

Un’anima che i Cheap Wine hanno voluto far scoprire ai loro fan in un’occasione speciale, il giorno stesso dell’uscita del disco, presentando dal vivo i brani dell’album nella cornice affascinante e intimamente raccolta dello Spazio 89 di Milano. È la prima volta che tentano qualcosa del genere, come ci hanno tenuto loro stessi a ricordare: tutti i brani del nuovo disco suonati uno di fila all’altro, in ordine di track list, davanti a un pubblico discretamente numeroso e affezionatissimo, composto da amici, parenti, fan storici e giornalisti, i quali sono tra i pochi ad avere già sentito le canzoni nella loro versione studio. 

Un’iniziativa rischiosa, se vogliamo (dare in pasto al primo ascolto un lavoro che richiede pazienza e dedizione) ma che già alla terza canzone capiamo pagare alla grande: il nutrito gruppo di “Wineheads” che scandisce il coro “Hail hail to the King” della title track fa capire che questi pezzi hanno un fascino e una potenza che li farà presto diventare classici all’interno del repertorio targato Cheap Wine. 

È anche l’occasione per fare conoscenza col nuovo bassista Andrea Giaro, che ha sostituito il veterano Alessandro Grazioli, dimissionario in modo del tutto amichevole, subito dopo la fine delle registrazioni. Se la cava più che bene e anche se un po’ statico e visibilmente emozionato, siamo certi che si inserirà alla grande nelle date future. 

Dal vivo, i nuovi pezzi acquistano potenza e tanta, tantissima profondità. Guardando in faccia i cinque e soprattutto Marco Diamantini, che come sempre ha scritto tutti i testi, si capisce davvero perché “Beggar Town” sia così importante per loro. Il pubblico segue in silenzio, rapito, e applaude fragorosamente tra un pezzo e l’altro. Ci sono poche improvvisazioni, i vari episodi sono eseguiti, per questa prima volta, in maniera piuttosto simile alla versione originale. È però interessante notare come nella parte bassa della tracklist, brani come “Destination Nowhere”, “Black Man” e “I am the Scar”, un po’ trattenute in studio, vengano qui lanciate a piene briglie e si rivelino come rock songs da manuale, oltre che future presenze fisse nei futuri live del gruppo. 

Ma c’è un momento che fa capire più di ogni altro la consistenza di questo disco e il tentativo coraggioso che i nostri hanno voluto fare. È il finale dell’ultimo pezzo, “The Fairy Has your Wings”, toccante ballata dedicata ad una persona vicina al gruppo, scomparsa di recente. Marco si commuove visibilmente al momento di annunciarla, per un attimo sembra che non ce la farà a cantarla ma poi, appena gli altri si tuffano nel brano, sfodera un’interpretazione magnifica, probabilmente l’highlight assoluta di tutto il concerto. Sul disco, il brano sfuma con il piano di Alessio che rimane solo sulla scena; dal vivo, tutti gli strumenti entrano prepotentemente dopo un crescendo epico che ricorda un po’ la springsteeniana “Backstreets”. È qui che la ballata esplode in un fragore di note, con Michele che si lascia andare in un assolo nel quale affiora tutta la rabbia di una domanda. 

Ecco, è proprio qui, in questo finale tirato allo spasimo, che a mio parere sta tutta l’essenza di “Beggar Town”. “Io la morte non la capisco, non ho risposte da dare”, aveva detto poco prima Marco, parlando di questa canzone. E allo stesso modo si potrebbe dire della crisi, di questi tempi che stiamo attraversando. Chi può pensare anche solo lontanamente di capire? Chi può pretendere di fornire facili ricette? Eppure c’è quell’assolo. Quelle note che tagliano tutte come la lama di un coltello. Non è una risposta esauriente, non è un chiudere la ferita. È un ricordarci che siamo vivi, nonostante tutto, e che con questa vita ci dovremo fino alla fine fare i conti. 

Terminata la prima parte, ci si tuffa per un’ora abbondante nel vecchio repertorio: dopo una scurissima “Murderer Song”, che funge ottimamente da collegamento tra le due sezioni, spazio al rock: ecco dunque arrivare alcuni estratti dal precedente “Based on Lies” tra cui una irresistibile “Give me Tom Waits” che costringe tutti ad alzarsi in piedi. Da qui in avanti, sarà un autentico tripudio, una festa vera e propria sulle note di “Reckless” e “Freakshow”, con tanto di assolo infinito a chiudere il set regolare. Si ritorna per i bis: “Jugglers and Suckers” e la scatenata “Dance Over Troubles” fanno nuovamente saltare e ballare i presenti che, se potessero, non andrebbero più via. Invece sono le ultime cartucce, per questa sera. Si va tutti a casa dopo due ore belle piene; un tempo leggermente inferiore a quello a cui i Cheap Wine ci hanno abituato di solito ma non è il caso di fare gli schizzinosi: stasera in ballo c’era ben altro e direi che l’obiettivo è stato portato a casa alla grande. 

Nulla da dire. Se c’è una cosa per cui l’Italia non è in crisi, sono gli autentici gruppi rock. E i Cheap Wine, questa sera lo si è visto ancora una volta, sul palco non hanno davvero rivali. La palla passa ora agli amici Lowlands (in uscita a fine ottobre) e Miami and the Groovers (probabilmente a inizio 2015). Nel frattempo, tenete d’occhio la sezione concerti del loro sito ufficiale: il tour di “Beggar Town” farà presto tappa anche dalle vostre parti… 

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