SHARON VAN ETTEN/ L’intervista: la necessità del dolore

- Lorenzo Randazzo

LORENZO RANDAZZO ci presenta con questa intervista la cantautrice Sharon Van Etten che a dicembre sarà in tour in Italia. Ecco cosa ci ha detto

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Sharon Van Etten

Sharon Van Etten è una cantautrice di 33 anni nata a Clinton nel New Jersey. Nel 2014 ha pubblicato il suo quarto album, Are we there. Acclamato dalla critica e apprezzato dal pubblico Are we there è un disco diretto e personalissimo. 

Il primo album Because I was in Love risale solo al 2009 ma per Sharon lo scrivere e il comporre musica sono da sempre una sorta di terapia del dolore: “I love you but I’m lost, between the pain and cost, I hold myself alive”. Are we there è un disco tremendamente onesto. Nella stupenda I Know Sharon ci riassume e ci introduce al tema guida dell’intero lavoro “Canto della mia paura e dell’amore e di quello che comporta”. Di quell’amore necessario per alzarsi la mattina e di quella paura che ti può chiudere in te stesso:“Every time the sun comes up, I’m in trouble”. Di quell’amore che ti può spalancare al bello e di quella paura che non ti fa vedere vie d’uscita: “Looking for a way out…even I’ve taken my chances, even I’ve taken my chances on you”. Di quell’amore che può farti sentire vivo e di quella paura di non farcela che ti può uccidere: “Your love is killing me”. Un amore che vorresti cambiare: “Maybe something will change” ma che in realtà non si riesce a cambiare: “Nothing will change”; un amore vissuto come domanda di felicità ma che in realtà non soddisfa nemmeno il bisogno quotidiano di affetto. Amore inteso come fuoco vivo come canta Johnny Cash in Ring of Fire: “L’amore è qualcosa di incandescente e dà vita ad un cerchio ardente”.

La sua voce malinconica e raffinata sembra talvolta traballante ma va sempre diretta al punto. Una voce che sa dare fiato ai sentimenti con eleganza e con raffinato vigore. Il suono invece è più complesso rispetto ai lavori precedenti. Musicalmente più ricche, in Are we there le canzoni sono più lente quasi come per porre più enfasi sui testi, sul dolore delle parole e con il pianoforte che contribuisce a dare maggiore drammaticità.

Sharon ha concluso la prima parte del Tour mondiale negli Stati Uniti e sta proseguendo ora in Europa per poi continuare in Giappone e in Australia. In attesa di vederla finalmente anche nel nostro Paese a dicembre (6 Bologna, 7 Roma, 8 Milano), ho avuto il piacere di intervistarla.

È vero che hai iniziato a cantare in un coro della tua parrocchia? È stato utile per la tua carriera? 

Da bambina andavo in chiesa tutte le domeniche. Non facevo parte del coro della chiesa e nemmeno mi piaceva particolarmente andare sempre in chiesa ma ogni volta era l’occasione buona per cantare le armonie in un luogo pieno di gente che cantava insieme una melodia. Pensavo fosse semplicemente divertente. Non mi stavo rendendo conto che in realtà nel frattempo stavo imparando a cantare davvero.

I tuoi testi sono interamente autobiografici? 

Si, scrivo sempre da un punto di vista personale. Scrivo dal cuore quando sono in un momento oscuro per sentirmi meglio. 

Hai amato. Hai gioito e sofferto per amore. Questo è quanto emerge chiaramente ascoltandoti. Come stai adesso? Sei felice? Ho l’impressione che il tuo attuale stato d’animo possa condizionare i tuoi prossimi lavori.

Non sono mai stata così felice come adesso. Certamente continuerò a scrivere canzoni d’amore ma non saprei dire ancora come. 

 

Come affermi nei tuoi testi, credi davvero che il dolore e la fatica siano necessari per trovare la felicità oppure c’è una strada diretta più facile? 

 

Non conosco ancora nessun altra modalità, ma sono certa che nel caso sarà lei stessa a presentarsi a me. 

 

Il tuo ultimo album Are we there che è uscito quest’anno è autoprodotto ed è stato accolto molto positivamente dalla critica e dai tuoi fan. Cosa ne pensi?

 

Sono davvero orgogliosa di questo disco. Ho fatto tutto quello che volevo fare e sono riuscita a coinvolgere la band appieno nel progetto. All’epoca della registrazione di Tramp non avevo una band pertanto è un piacere vedere come sta progredendo il mio modo di fare musica.

 

Mi piace molto come utilizzi le armonie. Come hai sviluppato questo tuo stile tutto personale? 

 

Cantando sempre e ascoltando molti generi musicali differenti. Ho fatto parte di un coro alle scuole superiori ed ero un contralto. Nel coro c’erano circa cento ragazzi e sentire un coro così ricco di armonie come quello è stato incredibile e ha influenzato la mia musica. 

 

Vorrei capire meglio un paio di passaggi di alcune canzoni: “I love you but I’m lost, I love that there’s no cross” e “Every time the sun comes up, I’m in trouble”. Cosa intendi?

 

La prima descrive come si possa amare qualcuno al punto di sentirsi persi, ma non voglio incolpare nessuno ne tanto meno voglio coprire quel dolore e nemmeno celebrarlo.  Per intenderci non l’ho vissuta come un peso. La seconda racconta di quando si lavora molto e si rientra a casa tardi, in un modo o nell’altro ne paghi le conseguenze. Così anche stando fuori fino a tardi puoi pagarne le conseguenze la mattina dopo. Riguarda anche la fatica di ogni giorno di dover andare avanti comunque e di dover continuare e poi continuare ancora…

 

Hai aperto alcune date del tour di Nick Cave & The Bad Seeds e dei The National.  Justin Vernon è un tuo fan e ha fatto una cover della tua Love More, hai collaborato con Jonathan Meiburg degli Shearwater e Aaron Dessner dei The National. Caspita! Te lo saresti immaginato anche solo qualche anno fa?

 

Assolutamente no! Mi sento così fortunata che queste persone fantastiche siano entrate nella mia vita in questa maniera e che siano tutte in questo percorso dove stiamo crescendo insieme, anche se ognuno nella propria maniera. È un sogno.

 

I tuoi genitori ascoltavano Neil Young, Bob Dylan, Tom Petty e Rolling Stones. Un’ottima base direi. Che cosa ha influenzato in particolare la tua musica? Che cosa stai ascoltando invece in questo periodo? 

 

Ogni cosa mi influenza, in particolare sono stati importanti PJ Harvey e i Low. In questo periodo sto ascoltando The Gun Club, Tame Impala, White Fence, War on Drugs, Marisa Anderson, PJ Harvey, Tiny Ruins, Lyla Foy, Colin Newman, Robyn Hitchcock, Spoon, Spiritualized, Leon Bridges. 

 

Ho letto che impieghi complessivamente ben 23 persone, inclusi 5 membri della band! È come una azienda, senti la responsabilità nei confronti degli altri? 

 

Si sento sempre questa responsabilità, è impressionante.  In effetti è un’azienda haha!   A pensarci mi sciocca davvero!

 

Bologna Roma e Milano. È la prima volta in Italia? 

 

Sono già stata in Italia in passato con mia mamma e mia sorella ma da turista. Questa è la prima volta come musicista, sono proprio contenta! 

 

 In Europa verrai con tutta la band? 

 

Sì, ci saranno tutti.  Doug Keith alla chitarra, Heather Woods Broderick alla tastiera e voce, Brad Cook al basso e Darren Jessee alla batteria

 

Ho dato uno sguardo alla setlist delle ultime date del Tour Us. Hai in previsione qualche variazione per il pubblico Europeo?


Stiamo considerando la possibilità di suonare canzoni nuove. In ogni caso, le richieste sono ben accette, pertanto se ne vedo su Twitter o altro, cercherò di includerle nella lista.   

 

Sepents e Give out da Tramp e I love you but I’m lost da Are we There aren’t There per la data di Milano please!

 

Ah, grazie per la richiesta, prendo nota.

 

C’è qualcosa che vorresti aggiungere?

 

Grazie mille!

 

L’ascolto di Are we there ci fa intendere che non solo il dolore esiste ma è anche necessario. È come se Sharon ci volesse ricordare che la vita merita di essere vissuta nella pienezza dei suoi sentimenti e di voler far sue le parole di Rainer Maria Rilke, un poeta a lei particolarmente caro: “Lascia che tutto ti accada, bellezza e terrore. Si deve sempre andare: nessun sentire è mai troppo lontano”.

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