LIRICA/ Intervista a Gianmaria Aliverta: se Pavarotti ti cambia la vita

Anche a vent’anni si può amare la musica lirica: è la storia di GIANMARIA ALIVERTA giovanissimo interprete lirico che in questa intervista ci racconta la sua bella storia

04.02.2014 - int. Gianmaria Aliverta
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Rigoletto

A vent’anni si può amare la Traviata? Il Rigoletto? Sì, si può. Si può avere vent’anni e coltivare una passione profonda per la lirica, non solo quella per il rap. O, magari, le due cose assieme. A quell’età si può oltrepassare l’oceano per fare un provino. Non alla Scala però, ma al teatro Rosetum di via Pisanello, nella quasi periferia di Milano. Che tuttavia ha alle spalle una lunga tradizione nel teatro d’opera. Oltre a madrine d’eccezione, come Maria Callas, che lo inaugurò nel 1957, e più tardi Magda Olivero, altra figura leggendaria del panorama lirico. Dopo un intermezzo durato parecchi anni quel palcoscenico oggi è tornato a essere il trampolino di lancio per giovani cantanti, direttori d’orchestra, costumisti, scenografi, registi al loro debutto nel mondo del melodramma. E’ quello che ci racconta in questa intervista Gianmaria Aliverta, fondatore di VoceAllOpera, realtà che “nasce – si legge sul sito internet dell’associazione – dall’amore e dall’immensa passione per l’opera lirica e dall’intento di mantenere viva e integra quella forma d’arte che tutto il mondo ci invidia”. Per dare nuova linfa alla lirica quelli di VoceAllOpera hanno deciso di puntare sulla grinta dei giovani e sulla loro baldanza. La stagione teatrale del Rosetum si apre l’8 febbraio con Il Barbiere di Siviglia diretto da Alessandro Arnoldo, che otterrà il diploma del Conservatorio il giorno precedente. Infine, per attirare un pubblico giovanile con biglietti a prezzi accessibili i costumi di scena sono realizzati con materiale riciclato, mentre le scenografie escono dalla falegnameria Legnamèe del carcere di Monza. 

Come nasce la passione per il bel canto?
Nel mio caso è successo che a 8 anni trovai una musicassetta di Rigoletto cantato da Pavarotti che mio padre aveva comprato qualche anno prima. La ascoltai proprio nel punto in cui veniva eseguita l’aria de “La donna è mobile”: mi innamorai improvvisamente dell’opera e decisi che sarebbe diventata la mia professione.

Poi?Ho studiato canto lirico prima a Milano, poi a Trapani e infine a Bergamo. Ho cantato nel coro di alcuni teatri del nord Italia, come gli Arcimboldi, il Teatro Sociale di Trento e al Marghera Opera Festival. Fino ad arrivare al mini Festival Verdi di Pechino, dove ho debuttato ne La Traviata.  Attualmente frequento il corso di Regia alla Paolo Grassi di Milano. In più

In più?
Nel 2011 ho fondato l’associazione VoceAllOpera che vuole avvicinare i giovani all’opera lirica, dando anche la possibilità di debuttare a giovani talenti. Inoltre da due anni curo la regia e la direzione artistica della stagione lirica del Teatro Rosetum di Milano.

Ce la si fa a vivere di questo mestiere?
È molto difficile e bisogna fare molti sacrifici, e nonostante tutto non sia ha mai una sicurezza economica. Per mantenermi faccio per sei mesi il cameriere in un ristorante del lago Maggiore, un posto dove mi trovo benissimo. I titolari sanno della mia passione e mi lasciano parecchi giorni anche durante l’estate per gli spettacoli che devo fare. Mi sostengo in questo modo e in più sostengo l’attività di VoceAllOpera che non riceve finanziamenti da nessun ente privato né tantomeno pubblico. I soldi arrivano da quel lavoro estivo e ovviamente dal pubblico che acquista i biglietti dei nostri spettacoli. Lavorare nei grandi circuiti è anche peggio perché vuole dire vedere il compenso dopo mesi; meglio andare alla ricerca di piccole realtà, che non operano con continuità, ma che pagano in tempi più brevi.

Come scrittura i protagonisti delle sue opere?

Funziona così. Tutti gli anni, a dicembre, organizzo delle audizioni al teatro Rosetum, avvalendomi di una giuria di esperti, composta da cantanti famosi, agenti lirici e direttori artistici teatrali. La commissione sceglie, secondo un criterio assolutamente meritocratico, i cantanti che poi debutteranno nelle opere. Le altre figure invece provengono da una mia costante ricerca per Conservatori, Accademie, ecc. Le audizioni sono aperte a chiunque, non c’è un limite di età, perché è vero che vogliamo aiutare i giovani, ma i giovani non hanno un’età unica. 

 

In che senso scusi?
Nel senso che per personaggi come Otello, o Manrico del Trovatore, il debuttante ha magari 40 anni. 

 

Chi sono i giovani che amano l’opera e partecipano alle vostre selezioni?

I giovani arrivano un po’ da tutto il mondo: dal sud America, Francia, Belgio, Polonia, Germania, Corea, Cina, Giappone e così via. A questi giovani, oltre al debutto che probabilmente è la cosa più importante, offriamo una serie di altre opportunità 

 

Ad esempio?
Abbiamo un’offerta formativa molto interessante. Al nostro interno organizziamo corsi di grande livello. L’anno scorso, ad esempio, la signora Tiziana Fabbricini (che nel 1990 guadagnò una fama internazionale interpretando alla Scala il ruolo di Violetta nella Traviata  di Verdi diretta da Riccardo Muti, ndr) dimostrato grande interesse per il nostro progetto e ci ha fatto omaggio di alcune giornate di master gratuite per i ragazzi che hanno vinto il ruolo di Traviata. Lo stesso avviene per i direttori d’orchestra. Abbiamo uno stretto legame con il maestro Daniele Agiman  del conservatorio di Milano. Vado in incognito a seguire le sue lezioni quando provano delle opere poi, d’accordo con lui, selezioniamo i ragazzi che in quel momento sono pronti per il debutto. Quest’anno, ad esempio, Alessandro Arnoldo si diplomerà il 7 febbraio e l’8 debutterà dirigendo il nostro Barbiere di Siviglia. A maggio invece avremo un altro direttore giovanissimo, Michele Spotti, di appena 20 anni, non ancora diplomato ma con grandi qualità. Lo stesso vale per costumisti, scenografi e giovani registi. 

 

Come sceglie l’opera da rappresentare? 

Per ogni stagione penso ad autori del panorama lirico internazionale e ai loro titoli più rappresentativi, per offrire al pubblico una proposta culturale ad ampio raggio. L’adattamento moderno che proponiamo delle opere è dettato sia dall’intento di far avvicinare i giovani a questo genere musicale, sia perché un allestimento storico e originale sarebbe troppo oneroso e, visto il budget a disposizione, la riuscita non sarebbe di alto livello.

 

Come è nata la collaborazione con la cooperativa di carcerati che realizza le scenografie dei vostri spettacoli?
Tutto è nato grazie a Claudia Brambilla, la scenografa che collabora con me da due stagioni. Claudia doveva progettare le scenografie dei nostri spettacoli senza poter contare su grossi budget. Così ha contattato quelli della falegnameria Legnamèe, la cooperativa che opera all’interno del carcere di Monza, che ci ha offerto un buon prodotto a un prezzo competitivo. È una collaborazione che andrà sicuramente avanti perché con loro ci troviamo molto bene. In questo modo, oltre a utilizzare materiale riciclato per scene e costumi, offriamo una reale possibilità di reinserimento a quelle persone. 

 

Dopo il Barbiere di Siviglia, che l’8 febbraio inaugurerà la stagione teatrale, cosa prevede il cartellone?

In programma ci sono uno, due appuntamenti al mese. A marzo andrà in scena Boheme, che tra l’altro mi vede impegnato oltre che come regista anche come scenografo e costumista. Ad aprile avremo invece un concerto di canto con il tenore Maxim Mironov, uno dei più grandi al mondo che a ottobre era alla Scala. Anche lui ha saputo del nostro progetto e l’ha sposato in toto, facendoci questo grandissimo omaggio. La stagione si conclude a maggio con L’Elisir d’amore con i giovani dell’Accademia di Belle Arti di Verona che ideeranno costumi e scene che verranno poi realizzati dalla falegnameria Legnamèe. Poi, da giugno torno a fare il cameriere.      

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