VAN DE SFROOS/ “Goga e Magoga”: il nuovo viaggio del neuronauta in orbita intorno al cuore dell’uomo

- Walter Muto

E’ uscito ieri il nuovo disco di Davide Van De Sfroos, “Goga e Magoga”, un lavoro ricco di grandi canzoni e di grandi testi. Lo ha analizzato e approfondito WALTER MUTO

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In una Libreria Feltrinelli gremita, ieri a Milano Davide Bernasconi, in arte Van De Sfroos, ha presentato il suo ultimo lavoro Goga e Magoga. A tre anni dall’uscita di Yanez, album nato a prescindere da Sanremo – racconta Davide – ma poi arrivatoci, portando la sua musica ad una platea più vasta, riprende in qualche modo un percorso che ha attraversato tutti i suoi album, e che all’inizio della presentazione Davide ricorda e illustra. 

Breva e Tivan è l’inizio della storia, un ragazzo scopre quella che rimarrà sempre la magica alchimia dei lavoro di Van De Sfroos, e cioè raccontare storie della sua terra usando stili diversi, provenienti dai mondi musicali amati e uniti stranamente, come un piatto agrodolce, alla musica del dialetto. Con E semm partii il ragazzo è in movimento, con Aquaduulza il ragazzo non è più un ragazzo e vuole tirare fuori l’immaginifico, sperimentare. Pica! è sanguigno, è il lavoro e la sofferenza, e Yanez un momento di confusione, strana malinconia, in cui si vedono gli eroi di un tempo ormai un po’ passati, ma al tempo stesso con ancora energia da spendere per vivere – o talvolta sopravvivere. 

Goga e Magoga emerge da tre anni strani, la persona esce fuori da quel tipo di malinconia e capisce di avere un disagio per le sovrastrutture che la vita gli sta mettendo davanti. Ma non per questo è un disco negativo o pessimista; come Davide continua a spiegare, c’è il lato più Goga, battagliero e assertivo, dalle immagini più forti e visionarie, e il lato più Magoga, intimo, introspettivo, dalle immagini poetiche e vivide. Questa distinzione si avverte anche dal punto di vista musicale, non necessariamente in una rigida divisione fra acustico ed elettrico, ma più in un contesto di genere e di arrangiamento, più o meno pieno, più o meno aggressivo e talvolta più o meno elettrico. In ogni caso, questo è il disco di chi ha sperimentato sulla sua pelle questa strana bipolarità che tutti stiamo vivendo, che è il marchio del nostro tempo e che ha portato a un lavoro che ha dentro – parole di Davide – ‘tanta fatica, molto outing, un bel po’ di lacrime e anche un po’ di sangue’. E comunque, specifica, è un lavoro di chi ha sperimentato e sperimenta tutto questo, e che  attraverso le canzoni fa il tifo per chi ascolta, donando la sua sintesi poetica per andare avanti insieme. 

Un disco da acquistare e ascoltare con il libretto in mano, leggendo i testi, facendosi penetrare dalle immagini bellissime uscite dalla penna di Davide, qua profondissime, là scanzonate e divertenti, sempre sul filo della memoria, talvolta venate di un filo di nostalgia ma sempre piene di speranza. E insieme godendo di un ambiente musicale ricco, ben assortito, semplice dal punto di vista armonico, ma ricco di colori, di citazioni, di generi, un vestito perfettamente attagliato alle storie raccontate, cucito su misura da un sarto-poeta capace e profondo. 

Già l’apertura Angel (mi raccomando, non pronunciatelo all’inglese) è una consistente lettera ad un figlio (Davide ne ha tre) ma forse soprattutto ai genitori che spesso non capiscono che non possono sostituirsi all’esperienza che ogni ragazzo deve fare in prima persona, quella di vivere. 

Ki è forse il brano più visionario e onirico, pieno di frasi che Davide stesso riconosce di aver scritto, ma di cominciare a capire poco a poco, man mano che il tempo passa. Figlio di ieri completa la triade iniziale e parla alla generazione di oggi, che non è più bambina e non è ancora adulta, nella difficoltà di trovare una strada. Si prosegue con Crusta de platen, vera, profonda perla acustica, modulata sul ricordo, sul posto dove si appartiene e si vuole tornare, e dove ci si accorge che “sembriamo tutti fatti di niente, ma abbiamo fatto di tutto”. Passando per El Calderon de la stria in cui si mescolano tutti gli aspetti della vita e il post-atomico omaggio ai Jethro Tull di Mad Max, arriviamo alla bella e toccante storia di Infermiera, che ci ricorda il mondo della Figlia del tenente contenuta nel disco precedente. De Me è una canzone spavalda che ognuno può adattare a se stesso, magari ripercorrendo le piccole sconfitte elencate e cercando di “pattinare su questa anima ghiacciata”, come il testo evoca. Tributo al cinema e ai suoi sogni, Cinema Ambra riporta alla luce una magia ormai quasi scomparsa, Il re del giardino è invece un delicato bozzetto dedicato ad un anziano ritratto nel suo regno, il giardino che cura, appunto, circondato da cose semplici, anche se i ricordi non lo sono mai.  E arriva Goga e Magoga, di cui è stato girato anche un video, disponibile su youtube. La giungla del mondo odierno, l’eterna lotta fra il bene e il male, lo yin e lo yang, goga e magoga, insomma qualcosa che può voler dire tutto e niente, ma che invita a cercare di stare meglio, guardando sì avanti, ma facendo un passo indietro per capire che occorre ricuperare qualcosa. 

Colle nero è una poesia scritta da Davide al liceo, in italiano, a cui è stato aggiunto un ritornello in dialetto, mentre Gira gira è un divertente elenco di citazioni provenienti dall’adolescenza dell’autore (e di chi scrive, classe 1965 come lui), divertente country in cui ognuno potrà ritrovare eroi maggiori e minori del passato che nuotano in un po’ di scanzonata malinconia. 

E siamo alla triade finale: non che le altre canzoni non lo siano, ma forse nella coda abbiamo le tre canzoni di maggiore spessore. Omen, dedicata a uomini che hanno lavorato una vita, ma adesso fanno fatica a sapere chi sono, seduti su una panchina con lo sguardo che corre lontano. “Siamo qui perché abbiamo ancora una faccia, e persino un cuore, nascosto sotto la giacca”.

 Il viaggiatore, blues dedicato a tutti i viaggiatori cronici, i cuori irrequieti. Il dono del vento, inno alla vita, da affrontare con realismo, come una foglia attaccata al ramo, che danza nel vento fino a quando si dovrà staccare. “E qualcuno di loro ha maledetto il suo ballo/ qualcuno ha perfino pregato di esser tagliato/ ma in molti accettano il dono, il dono di farsi cullare/ in molti accettano il dono di farsi cullare.” 

Mi scuso con chi è arrivato fin qui per la lunghezza dell’articolo, ma bisognava rendere giustizia al lavoro di un autore vero, che canta davvero quello che vive e quello che vede, e lo descrive poeticamente indicando una strada di speranza. E, non dimentichiamolo, è uno dei pochi in Italia le cui canzoni sono cantate da gruppi di ragazzi che se le suonano con la chitarra. 

Certo la lingua non è immediata, ma ci si po’ provare. Date credito ad un grande artista e ascoltate le canzoni di Davide, con il libretto in mano, e la seconda volta magari con gli occhi chiusi o come volete voi. È un’esperienza che coinvolge e affascina anche chi, come me, ha le radici fra la Calabria e le Marche. 

‘La materia che io tocco nelle canzoni è dinamite. Quando racconti di qualcuno che esiste davvero devi stare attento. Le canzoni sono un veicolo veloce, ma devi stare attento a come lo guidi perché le parole possono fare male”. In questo disco, se si ascolta con attenzione, le parole – e anche la musica – fanno bene. 

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