JOE HENRY/ “Invisible Hour”: un disco lungo un matrimonio

- Gabriele Gatto

E' uno dei massimi produttori viventi, vincitore di diversi premi Grammy, ma è soprattutto uno dei migliori cantautori degli ultimi vent'anni. L'articolo di GABRIELE GATTO

joe-henry_R439 Joe Henry

“Non era pace che volevo e non è pace che ho trovato”.  Inizia con queste folgoranti parole “Invisible Hour”, il nuovo album di Joe Henry, che segue di tre anni il precedente “Reverie”, disco buono ma a tratti fin troppo lezioso e in cui le emozioni sembravano fin troppo imbrigliate dal mestiere. E, lo diciamo subito, se “Invisible Hour” non è il miglior disco di Henry è soltanto perché, nella sua carriera, il cinquantaquattrenne artista della North Carolina ha infilato una serie di album di una bellezza impressionante, muovendosi in tutti gli ambiti della musica americana. In venticinque anni si è mosso lambendo dal country al jazz, da un songwriting rock ispirato direttamente dal maestro Bob Dylan ad atmosfere più complesse e sperimentali, dettate da un attenzione ai suoni quasi maniacale che l’ha portato ad essere uno dei produttori più ricercati e stimati in circolazione.

Sembrano lontanissimi i tempi in cui Henry esordiva come una delle migliori promesse dell’ormai defunto “Americana”, infilando un paio di dischi in cui si poneva come uno dei più credibili eredi di una certa indole dylaniana. Le sue doti l’avevano portato ad avere accanto a sé musicisti come Mick Taylor (chitarrista-fuoriuscito dagli Stones), il pianista Chuck Leavell (anche lui del giro Stones nonché membro ormai fisso dell’Allman Brothers Band), il bassista Tim Drummond (già, fra gli altri, con Neil Young), oltre a tanti altri nomi noti per il suo secondo album “Murder Of Crows”, cui seguì a stretto giro di posta, nel 1990, il seminale “Shuffletown”, prodotto da T-Bone Burnette e suonato interamente dai Jayhawks, uno dei dischi manifesto del cosiddetto “alt-country”. 

Da quella scena, tuttavia, Henry se ne era allontanato quasi subito, facendovi seguire due lavori, “Fuse” e “Trampoline” che, sebbene parzialmente incompiuti (per quanto, a detta di chi scrive, in grado di far scomparire con due sole note tutta la attuale e tanto lodata scena dei “neo-tradizionalisti”), aprivano i panorami del cantautore e musicista verso la ricerca di una forma di canzone più ampia, quasi universale, capace di inglobare in sé mille richiami ed influenze.

Il compimento di questa ricerca giunse con l’accoppiata “Scar” e “Tiny Voices”, due dischi per i quali spendere la definizione “capolavoro” non è affatto un azzardo. Nel primo, Henry si muoveva dalla canzone tradizionale verso sentieri più arditi e vicini al jazz, chiamando accanto a sé musicisti eccezionali come il padre del free-jazz Ornette Coleman, l’eccezionale pianista Brad Meldhau e il chitarrista Marc Ribot, raffinando le proprie capacità letterarie oltre che musicali, nonché sviluppando il proprio stile vocale, certamente non dotato di una grande estensione ma dalle inflessioni assolutamente peculiari. “Tiny Voices”, invece, è una summa del pensiero musicale “henryano” ed è un disco dove dominano ambienti sonori raffinatissimi, notturni e distanti, in cui la ricercatezza si accompagna ad una scrittura che fonde mille ispirazioni in uno stile unico e personalissimo. 

Il ciclo perfetto di Henry si chiudeva poi con “Civilians”,altro disco eccezionale in cui l’autore tornava ad una forma di scrittura più tradizionale ma di una classe sterminata: in sostanza un bignami di come si scrive, si interpreta e si arrangia una canzone.

Seguivano due dischi meno ispirati, “Blood from stars” e il citato “Reverie”, in cui, nonostante la consueta classe e la perfezione formale, sembrava quasi che l’artista procedesse con il pilota automatico e in cui i guizzi erano alternati da evidenti momenti di stanca.

 Questo nuovo “Invisible Hour” è un ritorno a livelli altissimi. Non è un disco facile, non può essere “consumato” facilmente e non si presta ad un distratto ascolto, magari in mp3. Già le tematiche sono di quelle importanti: a dire dello stesso autore, l’album è incentrato su un solo tema, ossia i rapporti matrimoniali che durano da molto tempo (Henry è sposato da ben 27 anni con Melanie Ciccone, sorella di Veronica Ciccone in arte Madonna, con la quale ha anche collaborato in alcuni episodi).

Invisible Hour  è un vero e proprio flusso di coscienza ininterrotto, un disco che si inserisce nella lunga scia di lavori come Astral Weeks e Into the music di Van Morrison, Blood On The Tracks di Dylan, Phases and Stages di Willie Nelson e che è composto di episodi di uno stesso racconto e musicalmente molto “unitari”. Il suono è contraddistinto da pochi elementi, chitarre acustiche – che suonano divinamente, le più belle chitarre acustiche ascoltate su disco negli ultimi anni – qualche tocco di batteria, contrabbasso, un po’ di armonie vocali, qua e là inserti di sassofono e clarinetto (suonati dal figlio di Henry, Levon) e pochi strumenti a corda (mandoloncello, chitarre slide) mai invadenti e suonate con maestria da Greg Leisz. Niente di più.

Invisible Hour  è sangue che gronda dai solchi, è una riflessione profonda sui momenti di dolore e sulla fatica del rapporto di coppia ma anche sulla bellezza della possibilità di ricominciare sempre e ad ogni istante, sulla scoperta e sulla costruzione di un progetto comune per la vita, sul sacrificio di sé per l’altro. Ed Henry riesce a trattare queste tematiche così spinose con delicatezza e con profondità, mettendoci dentro tanto della propria esperienza umana.

 Le canzoni, alcune delle quali molto lunghe, come i nove meravigliosi minuti di Sign, che a tratti ricordano alcuni momenti del Tom Waits più introverso, sono vere e proprie confessioni in musica, in cui le parole e la musica sono curate e cesellate in ogni dettaglio ed in ogni aspetto, al punto che si rivelano particolari nuovi ad ogni ascolto (caratteristica, questa, che contraddistingue i grandi dischi). Forse, l’omogeneità del disco è anche il suo limite, indugiando a  volte su reiterazioni di schemi musicali senza che ci sia fra un brano e l’altro quel “cambio di passo” in grado di richiamare l’attenzione dell’ascoltatore più distratto.

 Tutto sommato, però, è un peccato veniale, data l’intensità di momenti come l’iniziale Sparrow, altra ballata suonata in punta di dita, o la più mossa Grave Angels. Lucente è poi Plainspeak, il brano più “soul” dell’intero disco, in cui Henry racconta di come parlarsi chiaro è la base di un rapporto di coppia, a costo di rischiare di ferire l’altro, in cui a tratti sembra alzare la voce e cantare quasi con rabbia. Bellissima è anche Lead Me On, una folk song semplice e lineare, con Lisa Hannigan alle armonie vocali, la dimostrazione di un artista capace di essere riconoscibile anche in una canzone di tre accordi o poco più. Il viaggio si conclude poi sulle note sospese di Slide, una canzone su come le circostanze portino la vita, nel bene e nel male, oltre le aspettative. 

Di fronte ad un album che tocca temi come questi e li tratta con una classe lirica e musicale sterminata non si può che rimanere ammirati e, alla fine del disco, viene da rimetterlo immediatamente da capo per andarci ancora più a fondo, scoprendo nuovi dettagli e lasciandosi trascinare nel fiume dei pensieri di Henry, che alla fin fine sono quelli di ciascun uomo che prenda sul serio la propria esistenza. Uno dei dischi dell’anno, senza alcun dubbio.





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