DECEMBERISTS/ “What a Terrible World, What a Beautiful World”: bellezza e dolore del nostro cuore

- Paolo Vites

Tornano dopo quasi quattro anni i Decemberists, quelli del geniale Colin Meloy, con un disco che però non stupisce come i precedenti. Ecco la recensione di PAOLO VITES

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Decemberists

Una decina di anni di carriera, cominciata nel 2002, e una serie di dischi di così alto livello come accade raramente nella discografia di un gruppo rock. I Decemberists sono certamente una delle realtà più interessanti della scena musicale del terzo millennio, capaci come pochi di unire la loro origine americana con il gusto pop inglese. Di solito, ci ha insegnato la storia di questa musica, sono i gruppi inglesi che hanno sempre guardato all’America, inseguendone i segreti e il fascino, attingendo nel folk, nel rock’n’roll e nel blues: Beatles, Stones, Clash ne sono esempio, “americani immaginari” come disse qualcuno che fecero dischi migliori degli americani. I Decemberists, ma così anche i Wilco, guardano invece con interesse al grande pop uscito nel corso dei decenni dal Regno Unito, unendolo in un ibrido unico e riuscito con il grande cuore folk della madrepatria. La loro discografia fino a oggi è stata una unica emozionante salita verso l’apice creativo, ogni volta aggiungendo un nuovo tassello alla loro miscela sonora, tanto da arrivare prima con “The Crane Wife” del 2006, poi con “The Hazards of Love” di tre anni dopo e infine con “The King is Dead” nel 2011 a realizzare i loro dischi migliori. Non stupisce allora se il nuovo “What a Terrible World, What a Beautiful World” segna un passo indietro, rallenta la tensione creativa, perde in  parte la freschezza e l’entusiasmo dei lavori citati. Ci sta: la speranza ovviamente è che sia un appannamento momentaneo e non l’inizio di una parabola discendente come capita a tutti i gruppi che stanno insieme per oltre dieci anni. 

Non mancano le belle canzoni in questo disco (il roboante finale tra orchestra e chitarre elettriche dell’iniziale The singer addresses his audience, o anche Mistral, per dirne un paio) , ma c’è un sentimento di noia che fa capolino per tutto il disco. Che risulta appannato e modesto, senza i picchi e le trovate che avevano invece regalato freschezza ed entusiasmo ai dischi precedenti, uno su tutti lo strepitoso “The King is Dead” che aveva portato loro anche il primo posto in classifica. Il geniale Colin Meloy, cantante e autore di gran parte delle canzoni, continua a mettere insieme folk nord americano con briose melodie pop inglesi e soprattutto conferma di avere una delle voci più belle dell’odierno panorama musicale. 

Vengono in mente, uno su tutti, un gruppo come i Troggs, quelli di Love Is All Around, che tanto influenzarono anche i Rem i quali a loro volta sono sempre stati  punto di riferimento ideale per Meloy. Quello che manca è il guizzo, la voglia di stupire, e i pezzi finiscono per assomigliarsi un po’ tutti. Con una eccezione, la straordinaria 12/17/12, che con il suo mood minimalista – praticamente solo voce, chitarra acustica e armonica – segna se ce n’era bisogno che i Decemberists alla fine sono lui, Colin Meloy. Il titolo fa riferimento al giorno della strage di Newton, dove il 17 dicembre 2012 un ragazzo di venti anni massacrò a colpi di arma da fuoco venti bambini e sei adulti alla Sandy Hook Elementary School, uno dei giorni più tragici nella lunga storia americana di stragi nelle scuole e nelle università. E’ proprio questa canzone a contenere le parole che danno il titolo al disco – che mondo terrificante che mondo meraviglioso. 

Con la sua voce così carica di compassione, commozione ed epicità, Meloy confeziona una canzone che scuote nel profondo, capace di unire mestizia e senso della speranza nella sua realistica condivisioni di pietà. E’ una riflessione sull’America, la sua gente, ma ovviamente anche e soprattutto su se stessi. Così facendo Meloy rivela anche il segreto delle sue canzoni e di questo gruppo.  Se di pop si tratta, non quello becero per adolescenti da talent show ovviamente che impazza oggigiorno, non vuol dire far musica spensierata, ma esplorarne tristezze e delusioni senza cadere nel tipico nichilismo deprimente tanto caro a gruppi e artisti indie, scena da cui anche loro provengono. In una canzone come questa bellezza e tragedia vanno insieme, come d’altro canto è la vita stessa quando la si abbraccia nella sua totalità senza censurarne a seconda dei momenti un aspetto o l’altro(spesso e volentieri si sceglie di censurare il dolore, perché è quello che spaventa di più).

In questo senso pur non raggiungendo le vette di “The King is Dead”, il nuovo disco dei Decemberists è comunque un buon disco, ce ne fossero di più di dischi e gruppi come questo. Colin Meloy è la compagnia di cui abbiamo ancora bisogno in un mondo, musicale e non, che cerca sempre di più di  anestetizzare ciò che fa del nostro cuore il pulsare della vita stessa. Senza questo cuore, bellezza e tragedia non avrebbero significato.

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