LUCA ROVINI/ L’intervista: le mie strade blu e quella sera con i fratelli De Gregori. Tra polvere e cielo

- Paolo Vites

Autore di due dischi da solista, Luca Rovini, toscano di origine, è tra le figure indipendenti della musica italiana tra le più interessanti. Una intervista a 360 gradi. di PAOLO VITES

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Luca Rovini, foto di Andrea Furlan

In un settore, quello musicale, dove ogni categoria è saltata, c’è chi si muove per strade sue, meglio se blu. Con il crollo della grande discografia, ormai impegnata solo a promuovere gli idoli dei talent show o a ripescare dai loro archivi glorie del passato in versione deluxe, super deluxe e cofanettoni con l’abbaglio di un paio di inediti, la discografia indipendente e ambiziosamente definita alternativa non ha approfittato del momento. Spuntano a ogni angolo, per dirla come il governatore della Campania, “personaggini” dal talento dubbio sostenuti solo dall’hype che finiscono nel grande nulla. Internet offre musica gratis a ogni angolo, siti e social network bombardano di proposte e nessuno sa più cosa vuole.

Fuor di ogni mercato ed etichetta esistono figure solitarie che vanno per la loro strada. Luca Rovini è una di queste. Un paio di album solisti, esperienze con gruppi vari che affondano negli anni, ci ha raccontato cosa vuol dire oggi fare musica e altre cose ancora. 

Il tuo primo disco s’intitola Avanzi e Guai, credo tu abbia cercato di riflettere la realtà che stiamo vivendo in questi anni. Abbiamo più avanzi o più guai?

Credo dipenda dalle singole realtà. Qualcuno non ha avanzi e qualcuno non ha guai. La maggior parte hanno entrambi. L’Italia è un avanzo per esempio. E’ un avanzo di storia, un avanzo di tecnologia, un avanzo di dignità. I guai sono ovunque, non importa che te li elenchi. E’ diventato un guaio vivere, ed è grave.

Una canzone s’intitola Tra la Polvere ed Il Cielo, perché proprio in quello spazio?

Perché è il luogo dove vorremmo  vivere. Canto quel che vivo e quel che vivo nasce sempre dalla polvere e prova ad innalzarsi. Non è possibile arrivare fino al cielo ma c’è un luogo che sta a metà tra la polvere ed il cielo che è un luogo ideale, un luogo di simil libertà, un luogo che ho ricercato a lungo. A volte l’ho trovato e poi ho scordato la strada. E’ difficile da trovare, il tuo satellitare non ti può aiutare, ad esempio.

 

Perché dici che un figlio fa il bagno nel sangue nero del padre? E’ un’immagine forte

Perché tutti sanno che il sangue è rosso e invece non è vero. Il sangue è nero. Non ti auguro di farci il bagno dentro, ma chi l’ha fatto te lo potrà confermare.

In Ninnananna per esempio canti “quel che sogni per davvero è solo un po’ di sballo in questo vecchio Luna Park”. Vedi la tua vita come un Luna Park?

Vedo il mondo come un Luna Park. Un parco giochi dove in pochi si divertono e gli altri lottano. E’ un Luna Park perché è tutto finto. C’è quello che ti fa le carte, quello che ti rincorre in macchina, quello che ti dà calci nel sedere, quello che spara, quello che fa girare la ruota. Il mondo è finto, diamo importanza a un palazzo di 75 piani e non diamo importanza a quello che muore per strada. Perché esiste la gente che muore per strada, lo sapevi?

C’è gente che scappa dai propri paesi e cerca rifugio qui da noi? Cosa vuoi dire in proposito?

Anche i nostri bis nonni lo facevano. Andavano in America credendo di trovare il sogno americano e invece il sogno americano è ancora sdraiato sui marciapiedi, in mezzo alle vie. Però era giusto che ci credessero, qui non c’era niente. Chi viene qui oggi ha diritto di sognare un futuro migliore. Poi magari troverà un paese allo sbando ma laggiù è morte sicura. Tutti lottiamo per vivere e tutti siamo cittadini di questo mondo.

Tu canti in italiano ma la tua musica è profondamente influenzata dalla musica americana, dal blues, dal country, dal rock’n’roll. 

La musica che amo è quella e la mia lingua è l’italiano. Conosco anche l’inglese ma non potrei scrivere in inglese. In concerto mi diverto a fare qualche cover in inglese ma è giusto un divertimento. So che la mia pronuncia deve essere terribile. 

 

II tuoi dischi sono stati registrati con pochi mezzi eppure hanno un suono molto personale.

Il primo è stato registrato in una mansarda con un solo microfono. E’ stato fatto così solo perché non avevo soldi per la sala di registrazione, per il tecnico del suono, per farlo mixare. Quando arrivi a 40 anni e hai scritto canzoni per più di 20 anni non puoi più aspettare che qualcuno ti faccia registrare. Credevo che le mie canzoni meritassero di essere ascoltate, condivise  e così mi sono dato da fare per conto mio, con il prezioso aiuto di Claudio Bianchini alle chitarre. Il secondo l’ho registrato ugualmente con quello stesso microfono però sono andato in giro a registrare i vari musicisti, tranne Don Leady che ha registrato in uno studio di Austin, Texas. Con Andrea Giannoni abbiamo registrato sul suo letto, dove una volta John Hammond gli ha suonato il repertorio di Son House. Preferisco questi momenti allo studio di registrazione.

 

I tuoi dischi sono anche auto distribuiti, è difficile oggi per un cantautore farsi sentire?

E’ quasi impossibile, anche se ce la metti tutta. Molti cantautori storici  italiani oggi non avrebbero alcuna possibilità. I dischi si vendono ai concerti ma oggi è difficile anche fare i concerti.

 

Quali sono i cantanti che più ti piacciono?

Mi piacciono i vecchi bluesman, Robert Johnson, Elmore James, Lightnin’ Hopkins e mi piacciono i cantautori. Bob Dylan ovviamente ma anche Steve Earle, Willy DeVille. Mi piacciono gli Allman Brother,  le tribù Indiane di New Orleans, i Wild Magnolias, i Wild Tchoupitoulas. Ho amato tantissimo Townes Van Zandt e Doug Sahm, quando sono morti ho pianto.

 

Nel tuo primo disco c’è una canzone dedicata a Willy DeVille. Perché è strumentale? Perché non scegliere di raccontarlo a parole?

Willy aveva una voce incredibile. Non aveva senso cantare per lui. Invece aveva senso farlo dal punto di vista musicale. La canzone è venuta fuori così, mentre la registravo. Una volta gli dissi che per me era il più grande cantante vivente e lui mi disse “You know, i try”

 

C’è una canzone presente nei due dischi, Scoppia La Testa, dici “vediamoci stasera su una vecchia strada blu”. E’ un riferimento a William Least Heat-Moon?

Mah si, anche. Strade Blu è un libro che ho amato molto quindi mi è venuto naturale citarlo. Più in generale però mi riferisco alla vita da strada blu, la vita più semplice. Mi piacciono le strade secondarie. E’ un invito ad incontrarci dove tutto è più vero, dove c’è la polvere., dove possiamo berci un bicchiere di vino in santa pace. L’asfalto è opprimente di natura.

 

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Cormac McCarthy su tutti, ma anche Kerouac, Thomas Pynchon, Raymond Carver, James Lee Burke. Uno dei più grandi per me era Edward Bunker. “Educazione di una canaglia” dovrebbe essere un libro di testo nelle scuole.

 

Perché la Sporca Danza deve volare via?

Perché qui non c’è più niente.

 

Cosa ti aspetti dalle tue canzoni? A chi sono rivolte?

Non mi aspetto niente. Le ho scritte perché erano una necessità e le continuerò a scrivere. Forse mi aspetto che ognuno riesca a trovare un suo significato. Il difficile è riuscire a far si che sia io che te riusciamo a trovare qualcosa in una determinata frase. In genere mi dicono che le mie canzoni piacciono ai bambini, questa è una cosa meravigliosa perché sono menti libere, aperte alla musica, ai suoni e alle parole, senza condizionamenti culturali. Non so perché in realtà visto che i miei non sono testi per bambini, però è una cosa che adoro.

 

Cosa vuoi dire a un ragazzo che comincia a suonare, che sente il bisogno di scrivere canzoni?

Cambia attività.

 

Vuoi dire qualcosa a chi compra i tuoi dischi o a chi aspetta un tuo concerto?

Sì, vi voglio bene. Sapere di essere apprezzato, anche da pochi, è una soddisfazione enorme. E’ la mia idea di successo, quando uno ti stringe la mano e ti dice bravo, quello è il mio successo.

 

Stai lavorando a un terzo disco?

Ho già le canzoni pronte, sono in fase di arrangiamento.  Se non mi fregano il microfono ci sarà un terzo disco. 

 

Andresti a cantare a Sanremo?

Solo se potessi cantare da solo con la mia chitarra acustica, senza quell’orchestraccia.

 

Perché solo con la chitarra acustica?

Perché sono un folksinger, le orchestre mi mettono ansia.

 

Cappotto di Vita, esiste davvero chi si toglie i denti e li poggia sul banco?

Certo, è un vecchio incontro che feci in Irlanda molto tempo fa. E’ un privilegio arrivare a togliersi i denti e posarli sul banco e scolarsi la vita, perché la vita ti ha già scolato abbastanza e sai che il tuo cappotto protegge di più, è un cappotto di vita. C’è chi non ha la fortuna di costruirselo. Hai quel cappotto e non importa che le tue ossa siano sparse in terra, possono anche calpestarle o usarle come soprammobile. Quando vorrai, quando avrai finito di fumare ti rimetterai i tuoi denti e te ne andrai. 

 

Vivi in un quartiere della follia?

Credo di sì, come tutti, anche se molti non ne sono consapevoli forse. Ho cercato per molti anni di fuggire via lontano da quel quartiere ma davvero non è possibile. L’unico luogo lontano dal quartiere della follia è il palco. Lì sopra sono in un altro mondo, vorrei starci per sempre.

 

Il tuo ultimo disco s’intitola La Barca Degli Stolti, quali sono le canzoni a cui sei più legato?

Sono legato a tutte in modi diversi. Ultimamente adoro suonare dal vivo Verso Casa, non so perché, forse perché una casa non ce l’ho e credo che mai l’avrò.

 

A febbraio hai suonato a Roma alla presenza dei fratelli De Gregori, che esperienza è stata?

Ho esordito paralizzando il traffico di Roma. La presenza di Francesco in realtà è stata una sorpresa di Luigi. E’ stato bello ed emozionante suonare davanti a loro. Abbiamo bevuto un po’ di vino, fumato e parlato di Piero Ciampi e del disco di Dylan con le canzoni di Sinatra.

Mi ha fatto i complimenti per Incontro Al Tuo Viso e pare che gli sia piaciuto, mi ha fatto enormemente piacere. È un riconoscimento del mio lavoro. Quando ci siamo salutati mi ha dato una pacca sulla spalla e mi ha detto “ci vediamo per strada fratello”, è una notte che non dimenticherò e ringrazio Luigi per questo.

 

C’è qualcosa in più che avresti voluto per questi dischi?

Avrei voluto che mio padre avesse avuto l’opportunità di ascoltarli. Gli sarebbero piaciuti credo, o forse mi avrebbe detto che facevano schifo, come ha quasi sempre fatto, ma era un modo per dirmi che dovevo migliorarmi. In ogni caso avrei voluto farglieli ascoltare. 

 

Vuoi dire qualcosa in particolare a chi ti sta leggendo?

 Abbracciate i vostri figli più che potete.

 

Ci vediamo su una vecchia strada blu?

Si, ma non sdraiati nella polvere, tra la polvere e il cielo è molto meglio.

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