OPERA/ Con Jenüfa di Leoš Janáček, Bologna fa centro

GIUSEPPE PENNISI illustra lo spettacolo visto in anteprima a Bologna Jenüfa di Leoš Janácek, che ha dato merito al teatro dell’opera con un lavoro assai poco conosciuto

20.04.2015 - Giuseppe Pennisi
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Immagine di archivio

Jenüfa di Leoš Janácek – in scena a Bologna sino al 23 aprile -gareggia con Die Soltaden di Bernd Alois Zimmermann, visto in gennaio alla Scala, in quanto miglior spettacolo di teatro in musica della stagione in corso tra quelli presentati in questi primi mesi.

Ambedue hanno lo stesso regista, il lettone Alvis Hermanis, che solo di recente si è dedicato alla lirica (dopo due decenni di teatro drammatico) e di cui ho visto un intellingentissimo Cosi fan tutte alla Komishe Oper di Berlino (ad onor del vero non ho parimenti apprezzato il suo osannato Il Trovatore presentato nel 2014 a Salisburgo e riproposto, a grande richiesta, per il Festival estivo 2015. Le regie di Hermanis non solo rendono plausibili opere che numerosi musicologici e sovrintendenti ritengono non rappresentabili (come Die Soltaden) ma scavano nei contenuti etici (spesso non visibili ad una prima superficiale lettura).

E’ il caso di Cosi fan tutte in scena a Berlino. Lo è ancora di più quella della sua  Jenüfa coprodotta dal Teatro Comunale di Bologna con il Théâtre de la Monnaie di Bruxelles e con il Bolshoi di Mosca (dove entrerà in repertorio).  Ciò distingue questa edizione da quelle viste, negli ultimi vent’anni, alla Scala, al San Carlo, al Comunale di Firenze, al Verdi di Trieste, al Nuovo di Spoleto e nel circuito emiliano negli Anni Settanta del secolo scorso nel quadro di una tournée di un teatro dei balcani.

Di solito Jenüfa (che debuttò a Brno in Moravia nel 1904 ma giunse in Italia solamente decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale)  viene  presentata come il drammone verista da cui è tratta. In un villaggio della Moravia all’inizio del Novecento, la bella Jenufa, figliastra della Sacrestana, è corteggiata dall’aitante Steva, che, messala incinta, l’abbandona. Ne è innamorato (e continua ad esserlo pur dopo essere messo a conoscenza dello stato della ragazza), il fratellastro di Steva, Laça. Per far sì che Laça non desista da propositi matrimoniali, la Sacrestana fa morire il neonato esponendolo al freddo. L’infanticidio viene scoperto proprio durante la festa di nozze tra Jenufa e Laça, il quale si stringe ancora di più alla moglie, aiutandola a cercare speranza e riscatto nonostante la riprovazione della società che li circonda.

Per Leos Janacek, autore tanto del testo quanto della musica, Jenüfa rappresentò, a 50 anni d’età circa, l’opportunità di scavare nella complessità dell’animo umano e di innovare profondamente nella scrittura musicale. Furono necessari dodici anni (e l’entusiasmo dell’intellettuale tedesco Max Brod) perché da un teatro di provincia (quello di Brno), il lavoro raggiungesse l’opera nazionale di Praga e, quindi, i maggiori palcoscenici tedeschi e Londra, per essere considerato uno dei maggiori capolavori del Novecento.

Scava nell’animo umano principalmente entrando nella psiche più profonda dei tre protagonisti (la Sacrestana, Jenüfa e Laça); Steva è un immaturo gaglioffo e la borghesia del villaggio (dal sindaco al prete) un contrappunto di uomini e donne piccoli piccoli. Lo fa presentando in scena ciò che nessuno (neanche del più granguignolesco verismo italiano) portando sul palcoscenico il dramma di una ragazza madre e della matrigna (la Secrestana) che più desidera il suo bene. La soluzione è nella trascendenza : lo si avverte nello struggente Salve Regina del secondo atto e ancor più nel sorprendente grande arioso finale.

Tanto più sorprendente in quanto nei novanta minuti precedenti non c’è stata né un’aria né un duetto né un concertato. Il libretto è in prosa e i versi e la scrittura musicale è un mosaico  di frammenti emotivi, spesso contraddittori, che si scompongono e ricompongono in continuazione, fondendosi con il parlato in quanto ogni nota ed ogni registro è plasmato sulla parola (e viceversa).

Due parole sulla parte musicale dello spettacolo. In buca l’orchestra è diretta da Juraj Valcuha  con grande rigore ma – come vuole Janácek – ogni orchestrale è un consumato solista: si pensi alle note dello xilofono con cui inizia l’opera. Nel cast Angeles Blancas Gulin, di solito in ruoli di giovane donna avvenente trionfa, truccato da donna anziana, nel difficile ruolo della Sacrestana , Andrea Dankova  è una Jenüfa  di forte piglio drammatico e vocale, Brenden Gunnell  è uno Laça cesellato e con magnifici do maggiore di petto; Ales Briscein uno Steva , vanesio farabutto . Numerosi gli altri (tra cui molti giovani italiana) che fanno da contrappunto piccolo borghese.

Geniale la regia di Hermanis. Questa Jenüfa , con il suo significato imperniato sul perdono umano e soprattutto divino, è atemporale. Un gigantesco rosone circolare, sul quale campeggiano i profili di alcune figure femminili sostituisce il sipario quasi fosse la ruota di un mulino, mossa da una società matriarcale, arcaica, senza tempo. Il palcoscenico è diviso in due parti: in basso e quasi sul boccascena i cantanti-attori con danzatori (coreografia di Alla Sigalova) come basso rilievi di un muro; in alto, su gradoni, il coro diretto con perizia da Andrea Faidutti. Ma il vero coup de théâtre è che il primo e terzo atto si svolgono n ella Moravia mitica delle favole (come immaginate nel 1904 a Vienna) mentre il secondo in una povera casa morava del 1960 circa con una cucina vetusta, un vecchio frigidaire ed una televisione in bianco e nero sempre accesa (anche se con l’audio spento).

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