OPERA/ Il ritorno del Gesamkunstwerk, Il Suono Giallo a Bologna

- La Redazione

A Bologna è in scena l’opera di origine russo tedesca che fu molto apprezzata a inizio novecento e oggi quasi dimenticata. Di cosa si tratta ce lo spiega GIUSEPPE PENNISI

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Suono giallo a Bologna

La nuova opera di Alessandro Solbiati Il Suono Giallo in scena solamente per quattro repliche (dal 13 al 17 giugno) al Teatro Comunale di  Bologna (che l’ha commissionata) merita una riflessione che va oltre le specifiche del lavoro e della ingegnosa e brillante messa in scena di Franco Ripa di Meana e Gianni Dessì, due artisti oltre che seri professionisti.

Molto differente dalla grandiosa Leggenda di Solbiati, messa in scena al Teatro Carignano di Torino nell’ambito della stagione del Teatro Regio di Torino nel settembre 2011, è un’indicazione di come in questo scorcio di ventunesimo secolo stia tornando il Gesamkunstwerk (ossia l ‘opera d’arte totale’ che fonde  diverse discipline ed utilizza tutte le muse) che caratterizzò i primi anni del Ventesimo secolo. Leggenda è un grand-opéra del Ventunesimo secolo, molto spirituale, tratto da un capitolo de I Fratelli Karamazov di  Fedor Dostojevski. Ha quindi un forte impianto drammaturgico su una trama ben precisa e personaggi con chiari sviluppi psicologici.

Il Suono Giallo è, invece, un omaggio  al pittore  Vassilij Kandinskij (che scrisse il testo nel 1909) e alla poetica del Il testo di Kandiskij (molto breve e rarefatto) è già stato messo in musica da altri compositori – ad esempio, Gunther Schuller e Alfred Schnittke (il cui lavoro è stato presentato anche in Italia al festival Verona Contemporanea nel 2012). L’edizione di Solbiati ha un vantaggio rispetto alle altre: lo scarno testo è rimpolpato da citazioni di un quaderno di appunti di Kandinskij. L’opera dura meno di un’ora e mezza e il suo punto centrale è il travaglio creativo di un artista visionario. In effetti, priva di drammaturgia è, più che un’opera, una sinfonia per grande orchestra, doppio coro (una grande fuori scena e uno piccolo in scena), solisti (che non interpretano personaggi dato il carattere astratto del lavoro, ma visioni), mimi e attori.

Tutto ciò ricorda il  Gesamkunstwerk, lavori astratti ove non assurdi come L’Amour des Trois Oranges di Serghei Prokovief o Il Naso di Dmitrij Šostakovic che, all’inizio del Novecento trionfarono rispettivamente a Chicago e a San Pietroburgo; la loro attualità e vivacità ancora oggi è confermata dalle riprese della prima al Maggio Musicale Fiorentino 2014 e dell’altra al Teatro dell’Opera di Roma nel 2013 e, in una differente produzione, a Parma ed altri teatro emiliani alcuni anni fa.

Anche in Italia, fu di modo il  Gesamkunstwerk. Un vero gioiello del genere è l’Orfeide di Gian Francesco Malipiero di cui sono riuscito a recuperare, dopo anni di ricerche, una bella incisione (masterizzata in CD) basata su tre repliche al Maggio Fiorentino nel 1966. Magda Oliviero è una dei protagonisti. A mio avviso le Sette Canzoni che compongono il secondo atto non hanno nulla da invidiare al Pierrot Lunaire di Arnold Schoenberg.

Torniamo a Il Suono Giallo. E’ diviso in un prologo, sei scene e un epilogo e, pur non avendo trama, esprime il travaglio creativo dell’artista che culmina in una danza vorticosa intrisa di eros prima della grande luce gialla della creazione artistica.                                                   

Quindi, la regia, le scene e i costumi (ispirati alla pittura di Kandinskij) hanno un ruolo cruciale – Franco Ripa di Meana e Gianni  Dessì, rendono visibilmente godibile il singolare intreccio tra opere d’arte e  un’azione scenica che, tranne che in una delle sei scene ( e solo per pochi minuti) non è narrazione ma pura astrazione. La direzione musicale è affidata a uno specialista del repertorio contemporaneo come Marco Angius. Bravissimo il coro del Teatro Comunale di Bologna guidato da Andrea Faidutti. Di livello i cinque solisti (Alda Caiello, Laura Catrani, Paolo Antognetti , Maurizio Leoni e Nicholas Isherwood). La partitura non fa uso, come in altri lavori di Solbiati, di live electronics ma parte dell’orchestra e del coro sono nei palchi, creando quindi interessanti effetti stereofonici. 

Grande successo alla prima. Ho visto e ascoltato l’opera alla pomeridiana domenicale; la platea era piena ma i palchi semi-vuoti. Occorrerebbe un programma per avvicinare il pubblico alla musica contemporanea.

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