KIM ERICKSON/ “The Raven’s Wing”, un racconto del passato da tramandare

- Alessandro Berni

Si intitola “The Raven’s Wing” il nuovo disco della cantautrice canadese Kim Erickson, un tuffo nel passato ma con uno sguardo fisso verso il tempo che verrà. ALESSANDRO BERNI

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Kim Erickson (foto da Facebook)

Trovarsi a tu per tu con voce e note di Kim Erickson è un nuovo accostarsi a sguardi, respiri e modi di vivere che sembravano transitori e perduti. E’ come incontrare in qualche luogo della propria memoria i fantasmi sornioni e bonari di vecchie zie, nonne o intraprendenti figure affini che tenevano a bada i tuoi impulsi per interminabili tratti di lunghe, a volte pigre giornate in attesa del ritorno dei genitori dagli impegni lavorativi. O che in prima persona tenevano banco alle stesse grandi riunioni familiari che scandivano i primi anni di vita.

Nella musica quieta e ad un tempo potente e carnale della cantautrice canadese c’è tutta questa abilità di suscitare un immaginario di cose, situazioni e relazioni che si credevano parte di un passato ingombrante e superato. Storie lacrimose a lieto fine, focolari e sedie a dondolo, ore del tè piene di austera intimità, lettura di vecchie fiabe dal realismo semplice e profondo.

Originaria di Thunder Bay sul Lago Superiore, la Erickson porta nella sua musica un’esperienza risalente alla fine dei ’70 negli anni degli studi a Ottawa, tradotta in appena due lavori “The Intention, The Blue” del 1987 (di recente ristampato in CD in occasione del suo 25 anniversario) e “Away” del 2000. Questo terzo album che vede la luce grazie anche alla lungimiranza di un inesauribile cercatore come il nostro Ermanno Labianca e della sua meritoria Route 61 Music, è il sospirato approdo di un percorso intrapreso con umiltà e pazienza attraverso la continua promozione di proposte musicali a livello comunitario. Cori popolari, progetti per scuole, raccolte di fondi a scopo benefico. Fatica, tenacia e cura che si avvertono come un respiro che fa da sfondo continuo ai solchi di questo lavoro.

Viaggi, conversazioni e luoghi – come dalle parole dell’autrice – ne costituiscono il tessuto. 10.000 Miles in apertura funge da trailer tematico. Una distanza sconfinata che è nelle origini scozzesi della madre, nell’itinerario coperto e ancora da coprire, nel continuo cambiamento di rotta rappresentato dalle ali del corvo del titolo. Delicati tocchi di pianoforte a far da impalcatura qui come nella maggior parte delle canzoni, soffici archi di sottofondo ad aprire il terreno a violino e violoncello per le ricorrenti variazioni sul tema. Voce che sottolinea ora con delicatezza ora con ardore quella distanza richiamandone l’epoca lontana con l’enfasi romantica e gravida che domina ogni nota della successiva How Big is Your Heart.

Un disco di sentimenti sviscerati alla maniera dei nostri vecchi ma anche da cogliere nelle sfumature narrative della seegeriana Full Fathom Five e di Dark is The Raven’s Wing. Il rimandare e il tramandare sono un tutt’uno nell’incrocio delle voci della Erickson e delle figlie, il canto si definisce con la potenza asciutta del racconto e la musica insegue senza sosta l’armonia delle varie componenti. Come All You Fair Ones e la splendida Woman of Valour (rivisitazione personale del capitolo 31 del Libro dei Proverbi) si incaricano di mediare le due diverse anime del disco con la conduzione di una chitarra classica suonata dall’ottimo contrabbassista/arrangiatore Joe Phillips. Il mood si sposta momentaneamente dalla piccola orchestra pianistica al quartetto folk senza intaccare il filo conduttore che rimane ben saldo sulle coordinate della riflessione personale su passato, presente e futuro. Non una letteratura sul tempo trascorso ma una nostalgia che è attesa della prossima mossa del destino.

She’s Gone Now ne rappresenta l’estrema sottolineatura aprendo idealmente l’ultima parte del lavoro. La musica registra un’ascesa in senso melodrammatico che prosegue con gli intensi echi popolari di Hail, Well Met e le larghe atmosfere celtiche di Gaelic Blessing per ritornare sommessa nella conclusiva Come With Me to Lunenburg dove il semplice abbozzo del piano si lega perfettamente a quello che suona come un invito finale. Il viaggio, la meta ancora lontana, il luogo del titolo come parabola di un nuovo e definitivo incontro.

Folk dei compianti, passato che si fa storia tremendamente attuale. Nella distanza di un disco di quarantacinque minuti viene rappresentato senza stravolgimenti e sottili sofismi un fatto di memoria. Quella che si sarebbe un tempo liquidata come retorica dei vecchi sentimenti torna prepotentemente a farsi strada e si rifà sotto come un inevitabile ritorno all’essenziale. A mezza via di una storia di desideri, progetti e sogni mai del tutto realizzati, fa capolino quell’insieme di tramandato e vissuto che, senza preavviso, si riavvicina al nostro quotidiano come qualcosa di solido capace di tenerlo insieme.

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