JOHN ADAMS/ L’opera moderna americana arriva in Italia

- Giuseppe Pennisi

Non gode di molto interesse in Europa e soprattutto in Italia l’opera moderna americana, ricca invece di proposte interessanti. Ce lo spiega GIUSEPPE PENNISI

AttoYasuko-Kageyama_R439
Foto di Yasuko Kageyama

E’ decisione, al tempo stesso, coraggiosa e importante quella del Teatro dell’Opera di Roma di mettere in scena all’inizio dell’autunno I was looking at the ceiling and I saw the sky (“Stavo guardando al soffitto e ho visto il Cielo”, frase detta da un terremotato a un telecronista), opera di John Adams su libretto della poetessa afroamericana June Jordan. L’opera moderna americana è quasi sconosciuta in Italia. Eppure è ricca di idee e proposte. Nel 2009, anno più cupo della crisi finanziaria, ci furono nei teatri americani (privati e con pochissime sovvenzioni pubbliche) circa quindici prime mondiali. Il Teatro Regio di Torino, il Massimo di Palermo, il Teatro dell’Opera di Roma ed i teatri di Reggio Emilia e Ferrara sono tra le rare istituzioni che fanno conoscere questo repertorio.

Nei quindici anni che ho vissuto negli Stati Uniti, a Washington, venivano presentate circa tre prime mondiali l’anno tra la Washington Opera al Kennedy Center, lo Hartke Theatre della Catholic University ed il Lisner Auditorium della Washington University. Teatri privati che vivevano di biglietteria e sponsorizzazioni – interessate quindi a mettere in scena spettacoli che attirassero pubblico ed interessassero quindi anche eventuali sponsor.

Il resto d’Europa segue con attenzione quel rigoglio di idee che ha l’opera americana. Ad esempio, in occasione del 250esimo anniversario dalla nascita di Mozart  mentre i teatri italiani aprivano le stagioni o all’insegna del salisburghese oppure con titoli notissimi quali “Traviata” e “Fidelio”, alcuni dei maggiori teatri stranieri le inauguravano con “prime” mondiali o europee di autori contemporanei. A Londra l’English National Opera (2800 posti)  era in “prima mondiale” “The bitter tears of Petra von Kant” (“Le lacrime amare di Petra von Kant”) del compositore irlandese Gerald Barry. A Bruxelles, la stagione de La Monnaie è stata aperta da “Thyeste” novità assoluta di Jan van Vljimen e a Strasburgo (nonché negli altri teatri associati all’Opéra du Rhin nell’Est della Francia), da “Pan”, altra novità assoluta, questa volta di Marc Monnet. A Berlino, addirittura due novità, una “europea” e una “mondiale”, quasi in contemporanea: alla Deutsche Opera, nei quartieri occidentali della città, la prima europea di “Sophie’s Choice” (“La scelta di Sofia”) di Nicholas Maw (grande successo negli Usa) e, a due chilometri di distanza, nei pressi della Porta di Brandeburgo, alla Staatsoper under den Linden la “prima mondiale” di “Seven attempted escapes from silence” (“Sette tentativi di fuga dal silenzio”), un libretto di Jonathan Safran Foer messo in musica da sette giovani compositori di Paesi e scuole musicali differenti. 

Oltreoceano, poi, inaugurare con prime mondiali di autori contemporanei è ormai prassi; al War Memorial Opera House di San Francisco l’avvio è stato dato il primo ottobre con “Doctor Atomic” di John Adams, una ricostruzione di Hiroshima e Nagasaki del Manhattan Project che portò alla prima bomba atomica e del travaglio che comportò per gli scienziati in essi coinvolti. L’elenco potrebbe continuare: un catalogo di spettacoli , a volte molto buoni, che in Italia, dove il teatro in musica è nato oltre 400 anni fa,  non si vedranno mai.

Come spiegare il fenomeno? In primo luogo, specialmente nel mondo anglosassone, ci sono due filoni ben distinti: uno di teatro in musica tratto da drammi, romanzi o anche film di successo (alla stregua della “literaturoper” a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento). Il primo è rivolto al grande pubblico: vicende note, musica accattivante, spesso diatonica, enfasi sul ritmo. Attenzione, non si è alle prese con dei musical alla Broadway ma con opere liriche vere e proprie (che seguono tutte le convenzioni dell’opera lirica: grande organico orchestrale, arie, duetti, concertati, voci assolutamente non microfonate e nella tassonomia abituale (soprano, mezzo, contralto, tenore, baritone, basso, con la riapparizione dei controtenori di epoca barocca). In Italia se ne è avuto un assaggio con “A Streetcar Named Desire” di André Previn (dal dramma di Tennessee Williams) messo in scena circa tredici  anni fa al Teatro Regio di Torino, nonché con “The Death of Kingloffer” di John Adams (sulla vicenda dell’Achille Lauro) allestito a Ferrara ed a Reggio Emilia.

L’altro filone è più chiaramente sperimentale. Un esempio è “Seven attempted escapes from silente”, prodotto dell’ingegno di un enfant prodige Jonathan Safran Foer (allora aveva 27 anni) i cui due primi romanzi – “Ogni cosa è illuminata” e “Molto forte, incredibilmente vicino” sono stati in testa ai best seller americani sin dalla seconda metà degli anni Novanta (quando l’autore era adolescente); in traduzione hanno buon esito anche in Italia. L’ho ascoltato alla sala Magazine della Staatoper under den Linden, dove ha enorme successo di pubblico specialmente di giovani. Non c’è vicenda ma sette quadri in cui l’”autorità” (il carceriere, il medico, il burocrate, la spia) impedisce tentativi di fuga (di prigionieri, malati, impiegati, delatori) “dal silenzio” (ossia da una condizione kafkiana in cui non si comunica). Ciascun quadro ha un compositore e un regista differente (tra i secondi nomi di rango come Peter Mussbach, i compositori Karim Haddad, Bernhard Lang, Cathy Milliken, José-Maria Sanchez-Verdù, Annette Schmuck, Miroslav Srnka, Larisa Vrunch) tutti attorno ai 30 anni. Seguono sintassi orchestrali e vocali molto differenti: dalla dodecafonia rarefatta del primo (una sola battuta di 150 note con quattro consecutive riproposizioni frammentate) al ritmo ai confini con il jazz e con la musica afrocubana del settimo passando per un duetto “di coloratura” del quinto, per una struttura “ad arco” di quello centrale (il quarto), per eleganti accenti timbrici nel terzo, per il melologo nel secondo ed il concertati nel sesto. Ma lo spettacolo ha una sua integrità ed affascina per oltre due ore senza intervallo. Nel mondo anglosassone, i due filoni – quello tradizionalista e quello innovatore – hanno pubblici distinti ma che, grazie ad una buona cultura musicale di base ed ad una politica attenta, talvolta arrivano a confluire.

Cosa frena i nostri sovrintendenti? La scarsa cultura musicale e la mancanza di una vera politica musicale. Nel saggio “L’orchestra del Duce” (Utet, 2003), Stefano Biguzzi lamenta che l’interesse dei Governi per una politica della musica e della cultura musicale (e per trovare un equilibrio tra tradizione e sperimentazione) è quello dell’epoca fascista: il primo festival internazionale di musica contemporanea fu quello iniziato a Venezia nella seconda metà degli Anni Trenta – e Igor Stravinskij, che mantenne corrispondenza privata con Mussolini sino al 1942 – chiese di essere sepolto nel cimitero della città lagunare (dove in effetti sono le sue spoglie).

Quando ero adolescente i teatri seguivano ancora la prassi di commissionare un’opera contemporanea l’anno. Così venni affascinato dai lavori di Hans Werner Henze, compositore tedesco, che ha sempre vissuto nei pressi di Roma ed il cui Teatro dell’Opera inaugurerà la stagione il 27 novembre con il capolavoro The Bassarids (tratto da Le Baccanti di Euripide con la regia di Mario Martone.

Ma veniamo a  I was looking at the ceiling and I saw the sky. A differenza di altre opere di Adams imperniate su eventi storici è una parabola contemporanea. In un quartiere povero di Los Angeles, le vite di sette giovani personaggi si intrecciano quando Dewain, ex capobanda, viene arrestato da un poliziotto (Mike) per aver rubato due bottiglie di birra. Dewain stava andando verso casa per incontrare la fidanzata Consuelo, una rifugiata politica salvadoregna senza documenti, che è anche la madre di suo figlio. In caso di condanna, Dewain dovrà scontare una dura pena, essendo questa la terza volta che infrange la legge. L’arresto di Dewain da parte di Mike viene registrato su una videocamera di sicurezza e trasmesso in un programma di una tv locale condotto da una presentatrice di nome Tiffany. Lei è attratta da Mike, ma il suo interesse non è ricambiato. Nel frattempo, David, un carismatico predicatore locale, ha una storia d’amore con Leila, un attivista della comunità. Rick, il difensore d’ufficio assegnato al caso di Dewain, fa un accorato appello in tribunale per il rilascio Dewain. Un terremoto colpisce la città e la crisi provoca delle riflessioni tra i vari personaggi. David si rende conto che è veramente innamorato di Leila; Mike ammette di essere gay; Tiffany rivolge la sua attenzione verso Rick, che rimane da lei affascinato durante il processo; e Consuelo cerca di convincere Dewain a scappare con lei in El Salvador, ma lui decide di rimanere. Quindi un apologo su giovani per giovani.

Su un libretto della poetessa  June Jordan, la musica di John Adams amalgama su una sobria base minimalista blues, hot jazz,  cool jazz , musica ispanica  e hard rock. E’ una fusione di stili che regge bene e ha atmosfere affascinanti. Si differenzia da altri lavori di Adams per il teatro come Nixon in ChinaThe Death of KlinghofferoDr. Atomic. Non è una versione moderna di un Singspiel poiché non ci sono dialoghi ma song anche a più voci. Nella regia di Giorgio Barberio Corsetti, in una scena unica, audio e luci cambiano le tinte a seconda dei numeri musicali. L’orchestra (di solo sette elementi) è diretta da Alexander Briger. E’ un lavoro (Adams lo chiama song opera) di giovani per giovani. 

Di grande successo nel Nord America, accolta con qualche contrasto a Parigi, è stata salutata con applausi in una Roma settembrina in cui alcuni abbonati hanno preferito restare al mare o in campagna. Merita di essere vista  in altre città perché è un modo efficace per indurre i giovani al teatro in musica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori