GERSHWIN/ Porgy and Bess alla Scala: che spettacolo!

- Pippo Molino

Il Teatro La Scala ha offerto uno spettacolo unico e raro in Italia, l’opera dell’americano George Gershwin, Porgy and Bess. Ce lo racconta PIPPO MOLINA

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Immagine dal web

L’opera più famosa di George Gershwin (1898-1937) nato a New York da genitori russi, non è abbastanza rappresentata né lodata, soprattutto in Europa. Chi l’ha vista e ascoltata alla Scala in questi giorni ha visto e ascoltato un capolavoro che ha alcuni punti di forza evidenti.

Innanzi tutto musica ascoltabile da tutti. Il grande problema della musica e dell’arte degli ultimi ottanta-cento anni: l’interruzione del rapporto affettivo e comunicativo con il pubblico, anche non specialistico. In Porgy and Bess questo problema è assente. Moltissimi conoscono la melodia di Summertime, la più celebre dell’opera, che è una song, praticamente una bellissima canzone americana: ebbene tutta l’opera è a questo livello; certi duo, parecchie song che caratterizzano benissimo i personaggi, non sono certamente da meno.

Primo pilastro su cui si regge Porgy and Bess: è il frutto di un’immedesimazione straordinaria con il mondo afroamericano, da parte di un compositore bianco, talmente riuscita che Summertime diventa una bandiera dei neri d’America: l’hanno cantata mitici personaggi come Mahalia Jackson o Ella Fitzgerald (anche con Louis Armstrong). L’obiettivo principale di tutta la musica di Gershwin, nella sua breve vita, è quello di unire il jazz, considerato la vera musica americana, con la tradizione della grande musica classica di origine europea. 

Questa integrazione, che porta sicuramente a risultati affascinanti nella Rapsodia in blu e in tanti musical come Un americano a Parigi, qui dà il migliore e autorevole risultato, in questo riuscito approfondimento delle radici afroamericane che hanno generato il jazz, cioè lo spiritual e il blues e nella miglior realizzazione costruttiva, nel tessuto narrativo di un’opera impegnativa, che si avvale di un uso raffinato e riuscito dell’orchestra classica (eppur infarcito da riferimenti alle jazz band).

Una storia drammatica: Bess è la donna di Crown, un poco di buono violento che presto si macchia di un omicidio per futili motivi. Porgy, un mendicante storpio, ama Bess e questa, quando Crown deve fuggire dalla polizia, non segue Sporting Life, uno spacciatore di droga, ma si rifugia a casa di Porgy. 

La vicenda si snoda attraverso momenti di dolore ed altri di gioia, sempre condivisi con il popolo che segue con solidarietà, nel bene e nel male, la storia dei personaggi. La musica, oltre al canto dei singoli, dà molta importanza al canto corale, spesso ispirato al negro spiritual; il coro è una presenza quasi costante ed avvolgente. Tutta la vicenda è permeata dalla profonda religiosità di un popolo che sia nel suo insieme sia nei singoli personaggi non perde mai di vista il riferimento a Dio: quando Serena, la vedova di Robbins ucciso all’inizio da Crown, chiede a Dio la guarigione di Bess, alla fine della sua preghiera è assolutamente certa che a una cert’ora guarirà, lo assicura a Porgy, e così puntualmente avviene.

Quando alla fine Bess, fragile e incapace di aspettare Porgy che viene imprigionato per poco tempo, fugge a New York con Sporting life, Gershwin fa finire l’opera con una fervente preghiera di Porgy, che sta partendo per New York a cercare Bess nonostante la sua condizione, e di tutto il popolo che dice: “O Signore! È una lunga, lunga strada, ma tu sarai lì a prendermi per mano!” Storia drammatica e a tratti cruda, quindi, ma sempre permeata dalla speranza che nasce dalla fede.

Singolare rappresentazione, quella della Scala, che da un lato non ha potuto usare una vera e propria messa in scena, perché il volere di Gershwin ha imposto che questa possa avvenire solo in presenza di interpreti, coro e orchestra totalmente neri; a Milano un’ottima compagnia di interpreti neri nei ruoli principali ma coro e orchestra della Scala e quindi messa in scena molto essenziale anche se affascinante (bravo direttore, regista intelligente); e singolare rappresentazione, d’altro lato, perché ha, tra le prime, recuperato la partitura del compositore nella sua integrità (proprio per la sua fama negli USA spesso eseguita con infarciture di parlato o frammentata): operazione giustissima che non fa che giovare al risultato.

 Che, come tutta la grande arte e la grande musica, riecheggia nell’infinito bisogno di bello e di vero che ognuno di noi ha. Se è difficile trovare un’altra rappresentazione di Porgy and Bess, è invece facile trovare cd e – meglio – dvd in rete, da sbirciare e – meglio – da comprarsi per rivedere ed applaudire.

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