SIREN FESTIVAL/ Scalata all’Europa? L’intervista a Pietro Fuccio (DNA Concerti)

- Luca Franceschini

Organizzato in un luogo decentrato – Vasto, Chieti – il Siren Festival si sta dimostrando la miglior alternativa ai grandi raduni europei. LUCA FRANCESCHINI ne parla con l’ideatore 

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Una immagine del Siren Festival

Il Siren Festival di Vasto, in Abruzzo, oltre ad una splendida location può vantare anche una line up di artisti di tutto rispetto, eterogenea e variegata come nella migliore tradizione dei festival europei. Giungerà quest’anno alla terza edizione e ancora una volta l’offerta è particolarmente ricca: ci saranno Editors, Notwist, la band dell’ex Sonic Youth Thurston Moore, due realtà italiane sulla bocca di tutti come I Cani e Calcutta, il talentuoso cantautore Francesco Motta… insomma, parecchia roba interessante. Vale la pena davvero farsi un bel viaggetto in una delle località di mare più belle del nostro paese, e nel frattempo ascoltare dell’ottima musica a prezzi contenuti. 

In Italia, eventi del genere ancora non ce ne sono e se questo funzionasse potrebbe contribuire grandemente a smuovere una situazione che per tanto, troppo tempo è rimasta ferma, rendendoci i fanalini di coda dell’Europa, dal punto di vista concertistico. 

Ne abbiamo parlato con Pietro Fuccio, responsabile di DNA Concerti, uno dei due partner principali della manifestazione. 


Come prima cosa ti chiederei com’è nata l’idea del Siren. Si tratta di un festival che c’è da pochi anni e quindi mi incuriosiva capire da dove è partita la cosa…

Ti devo confessare che l’idea non è nostra ma nasce da Louis Avrami, un italiano che da tempo vive in America, che non fa il promoter di professione ma che ha fondato l’associazione che assieme a noi di DNA Concerti si occupa dell’organizzazione del festival. La cosa iniziò vent’anni fa, quando si ritrovò a Vasto in vacanza, assieme ad alcuni amici. Rimase subito affascinato dal posto, continuò a tornarci con regolarità negli anni ed essendo un grande appassionato di musica e sognando da sempre di organizzare un festival musicale in Italia, si chiese: “E perché non qui?”. Così, dopo una serie di passaggi, finì per contattare noi, tramite una serie di partner comuni che avevamo nel music business. Ci siamo incontrati, mi ha raccontato la sua idea, mi ha portato a Vasto e, benché il progetto fosse un po’ folle, mi sembrò sufficientemente bello e interessante da rischiare. 

Avete lavorato sempre con artisti variegati e piuttosto eterogenei, c’è sempre stato un cartellone di respiro, più tipico dei principali festival stranieri piuttosto che in quelli italiani, dove al massimo si punta su uno o due artisti di spessore e attorno a questi si organizza la line up, badando più a criteri economici che artistici. Voi invece, mi pare vi muoviate più con l’idea di offrire un certo tipo di prodotto… 

Guarda, intanto mi fa molto piacere sentirlo dire, che il festival viene percepito in questo modo! Come agenzia, facciamo concerti in Italia da quasi vent’anni quindi abbiamo cercato di metterci dentro tutta la nostra passione e il nostro know how in materia di artisti. Come tu hai detto, in Italia si tendono ad avere o manifestazioni molto commerciali che puntano tutto sul grosso nome e poi curano pochissimo il resto della line up e tutto il discorso artistico, oppure festival estremamente di nicchia che rifiutano tutto ciò che non rientra al cento per cento nei gusti di chi organizza. Noi cerchiamo di stare a metà strada: fare un festival che abbia possibilmente una direzione artistica molto precisa, fatta con passione e conoscenza della musica ma che non voglia essere troppo autoreferenziale e che punti sulla varietà dell’offerta. Se riusciamo a mettere insieme persone che hanno gusti differenti ma compatibili tra di loro, in modo che il fan dei Verdena scopra John Hopkins e il fan di John Hopkins scopra i Verdena, oppure quest’anno che il fan degli Editors scopra I Cani o che il fan de I Cani scopra i Notwist… ecco, ci farebbe molto piacere perché non dico che abbiamo la pretesa di educare il pubblico ma credo che una cosa così possa fare molto per portare certi artisti alla conoscenza di più persone. 

A tal proposito, ti chiederei qualcosa sulla scelta degli headliner di quest’anno

Io spiego sempre che la scelta degli artisti è dettata dalla stagione: non puoi fare un festival con artisti che non sono in tour, che sono in pausa oppure che suoneranno negli Stati Uniti negli stessi giorni! Questo non è ovviamente un modo per dire che i tre chiamati quest’anno siano delle seconde scelte, anzi! Detto questo, penso che siamo riusciti a creare una buona combinazione: un artista inglese (parlo ovviamente di Editors) percepito ormai come mainstream, nel senso che ha un grosso pubblico, suona nei palazzetti; un artista italiano che sta uscendo dall’area emergente per entrare in una realtà che si spera possa essere più consolidata e che inoltre proviene da un ambito diverso, più cantautorale potremmo dire, ma che in realtà sta virando da sempre verso diversi lidi musicali. Infine, un artista dalla provenienza geografica particolare, tedesco, che ha trovato una sua dimensione particolare nel rock elettronico e che da quando ha scritto “Neon Golden”, che tra l’altro sarà proprio il disco che verrà a proporre quest’anno, è diventato un po’ il punto di riferimento di tutti quelli che amano quella scena allargata che va dal Post Rock all’elettronica, all’Indie puro. 

Ecco, diciamo che se arrivasse adesso un alieno sulla terra e fosse curioso di scoprire qualcosa sulle attuali tendenze della musica, potrei mostrargli questi tre artisti come altrettanti campioni significativi delle tendenze con cui amiamo lavorare. 

 

Ti faccio questa domanda, che è banale ma se ne sta parlando molto in questi anni: cosa manca all’Italia per avere anche lei un festival come Dio comanda, sul modello, per esempio, del Primavera Sound a Barcellona? 

Semplicemente le capacità organizzative, nulla di più. Poi certo, una città come Barcellona, cosmopolita, moderna, contemporanea, con tutte le attrattive che offre, forse noi non ce l’abbiamo. Però io credo che, dal pubblico al rapporto con le istituzioni, loro non abbiano niente che noi non abbiamo. Io piuttosto, preferisco farmi un’altra domanda: perché da 40 anni i più grossi festival internazionali si fanno in paesi come la Danimarca, dove il loro miglior giorno d’estate è il nostro peggior giorno primaverile, e dove nonostante questo 80mila persone passano tre giorni all’aperto con qualunque tipo di tempo? Noi abbiamo il sole, il mare, un ottimo cibo, eppure non siamo mai riusciti a fare una cosa del genere: evidentemente sono le capacità organizzative a mancare! Poi noi siamo sempre bravi a trovare scuse come: le istituzioni non ci supportano, l’industria non capisce il valore dei festival musicali, il pubblico è troppo diviso tra quelli che ascoltano solo Vasco Rossi e la Pausini e quelli che ascoltano solo musica straniera… che è tutto vero, per carità! Però secondo me, alla fin fine, se gli inglesi non sanno fare da mangiare bene come gli italiani è colpa loro, non è che ci siano chissà quali altri motivi (ride NDA)! 

 

Mi sembra molto interessante quello che tu dici perché hai offerto un punto di vista molto diverso rispetto a quello che normalmente va per la maggiore e che è appunto caratterizzato dalla lamentela. Quindi, mi pare di capire che a tuo parere, se ci fosse una cordata di promoter che provasse a mettersi insieme per fare qualcosa… 

Certo, quello aiuterebbe, però sarebbe come mettere dieci galli in un pollaio e sperare che non si ammazzino (ride NDA)! Però rimarrebbe comunque il problema delle capacità. Non dico che noi italiani non siamo bravi ad organizzare i concerti, però di sicuro non siamo bravi con i festival. Noi preferiamo piuttosto (e questo ci riesce benissimo) prendere delle bellissime piazze d’arte, metterci un palco, chiamare un artista più o meno significativo e fare un concerto che poi, moltiplicato per un certo numero di eventi, viene chiamato “festival”. Ma quello non è un festival, è una cosa che in tutto il mondo chiamano “Concert series”. Quando parlo con gli inglesi di quello che facciamo noi in Italia, è sempre difficile capirsi, si scopre che chiamiamo due cose diverse con lo stesso nome! Per carità, va benissimo anche fare le Concert series, una cosa come Lucca è bellissima però nel resto del mondo certe cose le fanno diversamente e noi non siamo mai riusciti a replicare, ci siamo sempre adattati a quelle che sono le nostre attitudini. 

 

Domanda scontata ma doverosa: cosa ti aspetti da questa nuova edizione, oltre ovviamente (immagino!) un ritorno economico significativo… 

Ci aspettiamo che il festival possa crescere nella direzione di quello che offre al pubblico e quindi speriamo di riuscire a fornire sempre più intrattenimento, servizi, sorprese, momenti di eccitazione e divertimento. Dall’altra parte, ci aspettiamo che il pubblico continui a seguirci in modo sempre più numeroso. Siren, inutile girarci intorno, è una scomessa. L’hai detto tu per primo quindi mi rende più facile ripeterlo: è una mosca bianca, è un festival organizzato fuori dalle grandi città, con delle caratteristiche molto europee e quindi rappresenta una grossa sfida. Abbiamo scommesso che anche tra il pubblico italiano ci sarebbe stata una domanda per una cosa del genere. Le prime edizioni effettivamente ci hanno dato l’incoraggiamento per continuare (perché una cosa del genere avrebbe potuto rivelarsi anche un flop colossale!) e quindi speriamo di ottenere sempre più consenso: per le ragioni economiche che tu giustamente dicevi e che certamente ci sono, ma anche perché ci piace vedere crescere una cosa così… 

 

Anche perché, mi verrebbe da dire, il fatto che una manifestazione del genere si svolga al Sud, rappresenta una componente ulteriore di sfida. Voglio dire, non è un mistero che in quella parte d’Italia non sia facile far muovere la gente… 

Ti dirò di più: io sono un catanese che vive a Roma ma ogni volta che organizzo un concerto a Sud di Milano mi vengono i sudori freddi (ride NDA)! Poi facciamo un festival al Sud però lo facciamo volentieri perché siamo convinti che la differenza tra Milano e città come Bari o Catania stia nelle strutture, non tanto nel pubblico. Sono convinto che a Bari, Lecce, Napoli, ci siano percentualmente gli stessi appassionati di musica che ci sono al Nord… 

 

Può essere vero, però non trovi significativo il fatto che ogni volta che un artista di grido fa più di una data in Italia, la velocità dei sold out sia direttamente proporzionale alla collocazione geografica dei posti? Normalmente Milano si riempie subito ma più si scende verso Sud, più questo non accade… 

Hai assolutamente ragione! Noi rappresentiamo una piccola fetta di mercato però è successo anche a noi di fare dei concerti di un singolo artista in più città, lo abbiamo fatto recentemente con I Cani, con Moderat, e il risultato è sempre stato lo stesso: Milano inizia a vendere il doppio di Roma e alla fine il risultato è sempre che Roma vende circa un terzo di quel che vende Milano, considerando anche che in Lombardia di solito ci si muove su capienze più alte. È sempre stato così e infatti te l’ho detto, quando organizzo a sud di Milano ho sempre i sudori freddi! Ora, da cosa dipenda non ne ho idea: sicuramente a Milano c’è più l’abitudine al concerto, mentre a Roma e dintorni si temporeggia sempre un po’ di più. Di conseguenza, è più facile che a Nord vada prima sold out perché se tu sai che ad un evento la gente ci va, per forza di cose il biglietto lo compri prima, altrimenti perché togliersi dei soldi dalle tasche con così tanto anticipo? Del resto, se gli aerei fossero vuoti, la gente il biglietto lo prenderebbe direttamente in aeroporto, non credi? 

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