GENE GNOCCHI/ “Sconcerto rock”, l’intervista: la musica che ci faceva battere il cuore

Lo “Sconcerto rock” di GENE GNOCCHI ha chiuso ieri sera l’edizione 2016 del Meeting di Rimini. Tra amarezza e nostalgia per un mondo che non c’è più, ecco cosa ci ha detto

26.08.2016 - int. Gene Gnocchi
Gene-Gnocchi-SCONCERTO-ROCK_R439
Gene Gnocchi e lo "Sconcerto rock"

“Quando ero un ragazzino io, un disco lo aspettavi per mesi. Diventavi matto fino a quando non usciva e dopo non te ne staccavi più per altrettanti mesi”. Nostalgia e un po’ di amarezza nelle parole di Gene Gnocchi, grande protagonista della festa di chiusura del Meeting 2016 ieri sera (per la cronaca il disco in questione, come ci ha detto, era “Aqualung” dei Jethro Tull: “Ho cominciato con loro e l’attesa di quel disco diventò una ossessione”). Nostalgia per un modo di fruire della musica che praticamente non esiste più, quando le canzoni erano un modo avventuroso e pieno di mistero per aprirsi alla realtà e al mondo che ci stava attorno, il codice segreto di accesso che metteva in comunicazione diretta cuore e desiderio. “Oggi nella musica non esiste più un percorso di travaglio intimo che ti portava a esprimere quella bellezza che sentivi battere dentro. Prendono dei ragazzini più o meno bravi e li sbattono lì in televisione facendo credere loro di essere subito delle star, ma questo è un portato di questa società dove la fatica è una cosa che non si deve mai fare per raggiungere il successo, quando è la prima cosa a cui uno dovrebbe pensare”. Ecco cos’altro ci ha detto.

Lo spettacolo che hai presentato ieri sera al Meeting è una sorta di variazione di quello che hai già portato in giro tempo fa, “Sconcerto rock”, esatto?

Sì, è una struttura talmente modulare che ti permette di inserire dei pezzi nuovi ogni volta che lo fai.

Ad esempio ieri sera cosa hai aggiunto?

Il tema delle sponsorizzazioni nella musica, il protagonista ha trovato mille sponsor che gli hanno dato un euro e duemila che gli hanno dato 50 centesimi e quindi come da contratto deve nominarli tutti. Il che irrita un po’ il pubblico.

La storia è quella di una rockstar un po’ attempata, “The legend”.

E’ una presa in giro di tutti i luoghi comuni del rock, la iper sessualità esagerata del cantante, i rapporti con la band, la difficoltà di avere un impianto adeguato, gli effetti speciali. i cardini fondanti del concerto rock insomma. 

Un mondo quello su cui scherzi che sta scomparendo, davanti al trionfo dei talent show e di tanta musica usa e getta, non so se sei d’accordo.

Ma sì, ho una opinione abbastanza negativa di quei programmi, io appartengo a una generazione che ha iniziato in un altro modo. Oggi è cambiata la fruizione della musica, è cambiato il modo di approcciarsi ad essa.

Come è cambiato questo modo?

Una volta arrivavi ad esprimerti con la musica dopo un percorso di travaglio intimo, oggi parti subito col talent dove ti sbattono là perché hai una voce discreta e ti dicono subito che sei una star. Ma questo è un portato di questa società dove la fatica è una cosa che non si deve mai fare per raggiungere il successo, quando è la prima cosa a cui uno dovrebbe pensare.

C’è un modo per opporsi a questa mentalità?

Credo sia un processo irreversibile, i modelli sono quelli, e a dir la verità sono molto sfiduciato. I talent qualche volta ci azzeccano, producono qualcuno davvero di talento, ma in sostanza sono macchine produttrici di sogni senza nessun lavoro dietro e questo non va bene.

 

Pensi che questo diverso approccio sia dovuto anche alle nuove tecnologie, come Internet? Oggi un ragazzo può scaricarsi in pochi minuti tutto quello che vuole, fa dei gran mischioni di tutto senza approfondire nulla. Per quelli come noi un disco era come un libro, c’era una storia dalla prima all’ultima canzone da scoprire.

E’ un problema della tecnologia, è il grande tema di questi anni, non la governi più, ma è lei che governa te, è amaro constatarlo. A volte mi capita di andare in giro e trovare dei promoter che invece di seguire le prove dello spettacolo se ne stanno lì per due ore col telefonino in mano. Se uno deve passare la vita a cercare i pokemon col cellulare, diventa difficile accettare questa realtà.

 

Anni fa tu portasti in televisione uno spettacolo televisivo molto coraggioso, che però non ebbe grande successo. E’ dunque un problema dello spettatore italiano che non sa apprezzare le cose di livello?

No, è un problema di televisione, di offerta televisiva. Io portavo in tv gente come Robyn Hitchcock, di grande talento ma sconosciuta.  Adesso magari con le televisioni settoriali si potrebbe anche riproporre, ma il problema della tv generalista è che non c’è una reale concorrenza.

 

Intendi tra la tv privata e quella di stato?

Esattamente, la tv di stato si è appiattita sul modello di quella commerciale. Mi ricordo che qualche anno fa sulla Rai e su Mediaset andavano in onda due programmi uguali la stessa sera. Alla fine o c’è vera concorrenza e devi tirare fuori delle idee o invece, come di fatto è, non ce n’è e allora è chiaro che il prodotto ne risente. 

 

C’è una canzone che assoceresti al titolo di questo Meeting, Tu sei un bene per me?

Direi Datemi una lacrima per piangere dei Corvi (era la b/side del loro primo successo, Un ragazzo di strada, del 1966, ndr).

 

Perché proprio questa?

Perché parla di uno che ha perso la persona a cui voleva bene, ha pianto così tanto che non ha più lacrime e questo vuol dire che quella persona era veramente il bene per lui.

 

(Paolo Vites)

I commenti dei lettori