VH1 STORYTELLERS/ Willie Nelson e Johnny Cash: le voci dell’America si raccontano

- Lorenzo Randazzo

Uno è scomparso, l’altro è stato recentemente in Italia per la prima volta. I leggendari Johnny Cash e Willie Nelson in concerto insieme, la recensione di LORENZO RANDAZZO

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Willie Nelson e Johnny Cash

È trascorso più di un mese ma è ancora viva l’emozione per aver visto e sentito Willie Nelson per la prima volta in Italia ospite sul palco dell’amico Neil Young. Tra messaggi ecologici, gazebo a sostegno dell’agricoltura sostenibile, piantine sul palco, sì è un po’ avuta la sensazione di partecipare ad una sorta di Farm Aid, evento che i due organizzano ogni anno per raccogliere fondi in favore dei contadini in difficoltà. 

Sicuramente è stata l’occasione per constatare con i propri occhi che Willie Nelson esiste davvero e non è solo un personaggio dell’immaginario collettivo americano. Infatti a 83 anni prosegue la sua frenetica attività musicale e proprio non ne vuole sapere di godersi la pensione. Un centinaio di album tra inediti, live, raccolte e collaborazioni; diverse decine di partecipazioni tra film e telefilm. Malgrado ciò Nelson rimane una figura profondamente americana mentre qui da noi è ancora un personaggio misterioso. 

Cercando tra i cd in mio possesso, l’unico in cui compare il suo nome è “Johnny Cash/Willie Nelson VH1 Storytellers”. Willie si trova in ottima compagnia, tra di loro negli anni si è instaurato un profondo legame professionale nonché di amicizia e di stima reciproca. Si tratta di un album dal vivo che risale agli anni novanta ovvero al periodo di produzione di Rick Rubin (ma non incluso tra i dischi dell’American Recordings Series). Per l’esattezza la registrazione risale al 12 maggio 1997 (quando John aveva 66 anni e Willie 65) mentre la pubblicazione è avvenuta l’anno successivo.

Il formato della serie del network VH1 è simile a quello ben più conosciuto degli MTV Unplugged: una esibizione dal vivo di fronte ad un pubblico contenuto in cui l’artista di turno suona e racconta la propria musica. Tra i due il vero storyteller si conferma essere Johnny Cash, ma Willie si dimostra essere una valida spalla. Del resto è impossibile tener testa a Cash, “il più grande cantastorie d’America”, così era stato definito dal suo manager Saul Holiff nei primi anni sessanta per slegare la sua immagine dalla sola musica country. Eppure anche un navigato Cash, per sua stessa ammissione, prima dell’esibizione sentiva una certa tensione (che non si percepisce per niente nella registrazione audio). Sul palco i due chiacchierano e  raccontano aneddoti come in un salotto di casa. Al pubblico poi non fanno mancare dei siparietti divertenti: “Abbiamo dell’acqua, del caffè e della cioccolata calda… Chissà cosa ne sarà della nostra immagine!  Replica Cash: “Fintanto che ci vestiremo di nero credo che potremmo considerarci a posto”! 

Dopo la consueta presentazione: “Hello, I’m Johnny Cash” a cui segue: “Hi, I’m Willie Nelson”, l’apertura spetta a (Ghost) Riders in the Sky, brano eseguito a due voci e a due chitarre, interpretato spesso dai due con gli altri Highwaymen ovvero Waylon Jennings e Kris Kristofferson. Particolare e interessante la scelta delle canzoni non necessariamente le più famose come nel caso di Flesh and Blood e di Worried Man. Quest’ultima è stata scritta di rientro a casa dopo avere incontrato un tizio che si è presentato come “I’m a very worried man”. Cash non sa dare risposte, non è compito suo, ma quello che gli riesce bene è di farsi portavoce (o come si direbbe oggi in maniera più patinata “testimonial”) del bisogno di tanta gente come quel povero disgraziato che ha perso il lavoro e che non sa come sfamare la famiglia: “Il posto dove vado a ritirare la mia paga oggi mi ha chiuso la porta in faccia. Mi hanno solo detto di stare alla larga e di non tornare più”. Come fare? Come spiegarlo a casa? “Hungry Babies don’t understand”.  

Flesh and Blood invece risale al 1970 ed è stata composta di rientro dopo una giornata trascorsa con la moglie June Carter al lago in Tennessee in cui tutto è andato meravigliosamente bene: “Il sole era perfetto, la temperatura era perfetta, la brezza era perfetta…” situazione che Johnny descrive molto bene nella canzone. Eppure questo stato di pace e serenità a lui sembra non bastare: “Quando questo giorno è terminato non ero ancora soddisfatto perché ogni cosa che ho toccato sarebbe appassita e sarebbe morta. L’amore è tutto quello che rimane e cresce da tutti questi semi… ma tu sei quello di cui ho bisogno, Carne e Sangue hanno bisogno di Carne e Sangue e tu sei quello di cui ho bisogno”.

Più conosciute invece sono le successive canzoni Unchained, fresca di produzione (e che ha dato il titolo al secondo album dell’America Recordings), Drive on scritta sul Vietnam, Don’t take your Guns to Town che nasce da una melodia irlandese e I Still Miss Someone eseguita in duetto anche con Bob Dylan.

La scelta e l’esecuzione delle canzoni si alterna tra i due. Willie Nelson a differenza del Man in Black condisce le sue canzoni con poche parole. La sua prima esecuzione è Family Bible, canzone da lui scritta nel 1957 e presto venduta per pochi dollari: peccato che poco dopo il pezzo sarebbe diventato una hit portato al successo dal cantante country Claude Gray. Funny How time Slips Away è stata scritta quando si trovava a Houston durante una settimana ricca di ispirazione in cui ha composto tre canzoni; Crazy, o Stupid come avrebbe voluto chiamarla, è la seconda delle tre (risate) e Night Life è la terza (grasse risate). Me and Paul racconta della vita spesa a fare concerti con il batterista Paul English della Willie Nelson Family Band: “We drank a lot of whiskey so I don’t know if we went on that night at all”!

Poi ancora è il turno di Always on My Mind un altro classico del suo repertorio eseguito spesso anche con gli Highwaymen.

Tornando alle storie, introducendo Folsom Prison Blues, Cash racconta della gente che lo ferma regolarmente per strada per informarlo: “Mio padre è stato in prigione con te…”.  In realtà Johnny ha trascorso solo qualche nottata in cella per ragioni legate al consumo di droga mentre il suo nome è associato ai penitenziari per via delle sue numerose esibizioni tra le mura carcerarie. Inoltre precisa lo stesso Johnny: “Ho scritto Folsom Prison Blues dopo aver visto un film Inside the walls of Folsom Prison (tradotto “Tortura” …) al tempo dell’Airforce in Germania nel 1952… l’ho scritta immaginando di essere un criminale… pertanto mi sono chiesto quale sarebbe stato il motivo più crudele per uccidere qualcuno”?  La risposta la si può ascoltare nel testo nel celebre passaggio: “Just to watch him die”.

La conclusione del concerto spetta a Nelson con il suo brano più celebre On the Road Again, proprio la canzone che Willie ha regalato al pubblico di Neil Young nelle serate italiane. Se volete incontrare ancora Willie Nelson potete cercarlo sulla strada perché “I just can’t wait to get on the road again, the life I love is making music with my friends”.

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