BERLIOZ/ Una strepitosa “Damnation de Faust” inaugura la stagione dell’Opera di Roma

- Giuseppe Pennisi

La Damnation de Faust, vista ed ascoltata a Roma (e coprodotta con il Teatro Regio di Torino e con il Palau de Les Arts Reina Sofia di Valencia) è stata un evento. GIUSEPPE PENNISI

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Foto Yasuko Kageyama

La sera del 12 dicembre, la stagione del Teatro dell’Opera di Roma è stata inaugurata con un’innovativa La Damnation de Faust di Hector Berlioz. Lo spettacolo ha avuto esiti strepitosi ed è già un candidato naturale per il ‘Premio Abbiati’, l’Oscar della lirica di solito attribuito in primavera dall’Associazione Nazionale dei critici musicali. Occorre spiegare perché.

La Damnation de Faust è tratta dalla prima parte del monumentale lavoro di Goethe che Berlioz rielabora e sfoltisce utilizzando il testo di Gérard di Nerval, riadattato da Almire Gandonnière e da lui stesso. Non un’opera per la scena in senso stretto. Chiamata dall’autore “leggenda drammatica in quattro parti e dieci quadri”, è stata concepita inizialmente come una “opera da concerto”. Ne modifica il finale; in de Nerval , Faust viene redento dalle preghiere di Margherita alla Vergina, non ‘dannato’. Finisce all’inferno, invece, nelle versioni (stupenda l’opera di Ferruccio Busoni) tratte non da Goethe ma dal drammaturgo elisabettiano Marlowe. Precede, quindi, il Faust di Gounod (il quale peraltro non ne tenne affatto conto nel concepire il proprio lavoro) ma, da molti punti di vista, riflette le intenzioni di Goethe (pur attraverso l’ottica di un compositore molto speciale nell’ambito del romanticismo francese) meglio del melodramma impregnato di melodie di successo.

Dopo due rappresentazioni disastrose alla Salle Favart di Parigi nel 1846 (grandi lodi dalla stampa, ma poco pubblico), il successo le arrise solo trent’anni più tardi, dopo il 1870 o giù di lì; da allora è entrata gradualmente nei programmi di complessi sinfonici e di teatri, diventando uno dei lavori più eseguiti (spesso in forma semplificata) di Berlioz. La versione integrale viene eseguita raramente a ragione dell’imponente organico orchestrale e del doppio coro (di cui uno di voci bianche). Richiede anche difficoltà vocali ai tre protagonisti. Berlioz in pratica rinunciò a vederla eseguita tanto in scena quanto in forma di concerto. 

Nel 1983, fece scalpore una versione scenica di Giancarlo Cobelli come spettacolo inaugurale del Teatro Comunale di Bologna in cui Faust veniva portato agli inferi da un ermafrodito. In questi ultimi anni il lavoro si è visto sia in forma di concerto a Roma (da dove mancava da dieci anni) nell’autunno 2006 sia in una versione scenica che nel gennaio 2007 è salpata da Parma per andare verso altri teatri. Differisce da gran parte dei numerosi lavori musicali ispirati a Goethe per vari motivi. In primo luogo, Faust non viene redento (ed assolto) ma il patto con il diavolo lo porta diritto all’inferno. In secondo luogo, il patto viene concluso non a ragione delle pulsioni contrastanti nell’animo del protagonista (la tensione verso il futuro e le radici nel presente e nel passato) ma a ragione della noia proto-esistenziale, dell’ennui de vivre, che lo porta a sedurre Margherita e a fare di lei un’assassina.

Evidenti i riferimenti ad un altro lavoro di Berlioz: Lélio ou le retour à la vie, un melologo proto-esistenzialista sull’ennui de vivre, composto come seguito della Symphonie Fantastisque; lo si è visto a Roma nel 2003. Non segue, una vicenda lineare ma, ipotizzando che l’ascoltatore già conosca la trama, propone un vasto numero di scene musicali (non dieci come i quadri indicati nel libretto ma una ventina) in una vasta sinfonia quadripartita. È significativamente più breve delle maggiori opere di Berlioz per il teatro.

All’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’esecuzione è stata senza interruzione: due ore ed un quarto di grande tensione. Antonio Pappano ha fornito una lettura monumentale della partitura con una visione scultorea dei tre protagonisti, assecondato da un’orchestra in cui ciascun musicista ha suonato come se fosse un solista e da due cori in grande forma (notevole quello dell’Accademia guidato da Norbert Balatsch, ma davvero sorprendente quello di bambini diretto da José Maria Sciutto). Nei momenti teneri (che non mancano) non è scivolato mai nel languido. Tra i protagonisti ha spiccato l’allora giovane Jonas Kaufmann la cui tessitura già nel 2006 spaziava da tenero lirico nelle prime scene a baritenore nell’ultima parte; perfetta la sua dizione francese. La dizione, invece, era una difficoltà sia per Vesselina Kasarova (una Margherita appassionata, sensuale e al tempo stesso dolce) sia per Erwin Schrott (un Mefistofele dal timbro morbido, suadente e seducente ma non sufficientemente diabolico).

L’allestimento di Hugo De Ana, presentato a Parma pochi mesi dopo la versione di concerto all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, è stato concepito tenendo conto delle esigenze di uno spettacolo (co-prodotto con la Fondazione Arena di Verona) che avrebbe viaggiato a lungo. In un ambiente unico a forma di globo, coglie, con le proiezioni, l’ambiguità dell’opera: la ossessiva giustapposizione di simboli cristiani con quadri violenti ed orgiastici (unitamente all’abbondanza di nudi maschili) lo pone continuamente in bilico tra il religioso ed il blasfemo. La noia di vivere del protagonista diventa decadenza. La concertazione di Michel Plasson è smagliante e sensuale (mentre a Roma Antonio Pappano aveva dato una lettura drammatica). Giuseppe Sabatini (Faust) era, nel gennaio 2007, uno dei pochi “tenori di grazia” su piazza; lo strumento vocale è stato generoso nelle note alte ed ha regalato “legati” di classe. Negli anni, il timbro di Michele Pertusi si era scurito, come si addice ad un Mefistofele perfido anche nella vittoria su Faust. La giovane e bella georgiana Nino Surguladze era, allora, una scoperta recente della scena internazionale, un mezzo-soprano dal timbro chiaro che ben si adatta ad una Margherita quasi pre-raffaellita. Di livello il coro, protagonista a pieno titolo del lavoro.

Una  messa in scena particolare è quella vista al Massimo di Palermo nel gennaio 2012 in coproduzione con l’English National Opera di Vienna e l’Opera Fiamminga di Anversa. Terry Gilliam interpreta la “leggenda drammatica” come un’allegoria del declino spirituale e culturale della Germania dagli Anni Venti, al nazismo, ai campi di concentramento. Non mancano riferimenti a Thomas Mann oltre che a Marlowe e a Goethe in una fantasmagoria visiva in cui riferimenti alla pittura del romanticismo tedesco si fondono con nazionalismo militaresco, la prima guerra mondiale e filmati d’epoca sino alla catastrofe finale. In tale contesto, emerge la duplicità sia di Faust sia di Mefistofele.

La Damnation de Faust, vista ed ascoltata a Roma (e coprodotta con il Teatro Regio di Torino e con il Palau de Les Arts Reina Sofia di Valencia) si differenzia da tutti questi allestimenti. Non ci sono riferimenti né a Goethe né a Marlowe né ai tanti spettacoli per marionette che su Faust giravano nei teatrini europei. Il suo riferimento è unicamente e solamente Berlioz. Pochi sanno che il compositore era un depressivo compulsivo; forse il suo solo momento sereno fu nel periodo passato a Villa Medici grazie ad avere vinto il Prix de Rome. Successivamente ebbe grandi difficoltà a fare accettare la sua musica, in particolare le sue opere per il teatro, e soprattutto in Francia. Quelle che trovarono chi le producesse nel mondo germanico venivano fortemente tagliate e cantate in tedesco.

Ho spesso criticato allestimenti di Damiano Michieletto e della sua squadra (Paolo Fantin per le scene, Carla Teti per i costumi, Alessandro Carletti per le luci, Rocafilm per i video) ma questa volta considero la sua regia un vero capolavoro. L’azione si svolge sul boccascena ,mentre in un grande palco c’è l’enorme coro guidato, con maestria, da Roberto Gabbiani,

La vicenda (sempre che di intreccio si possa parlare) è quella di un giovane dei giorni d’oggi in seria depressione, anche perché oggetto di bullismo dai suoi compagni di studi e privo di una donna. Faust (Pavel Cernoch) diventa oggi di attenzione del diavolo Mefistofele (Alex Esposito) che dopo averlo portato a tracannare con beoni (Goran Juric) gli fa incontrare la donna per lui, Margherita (Veronica Simeoni). Il giovane esce dalla depressione tra le braccia di Margherita , la quale, però, somministra troppo sonnifero alla madre al fine di restare sotto le lenzuola con lui. Margherita è condannata a morte; per salvarla Faust si vende al diavolo ed è dannato, mentre Margherita, dopo l’esecuzione, ascende al Cielo.

Il gioco scenico è finissimo e la recitazione di altissimo livello. Pavel Cernoch, giovane tenore moravo, è semplicemente spettacolare; è in scena per le due ore ed un quarto dello spettacolo e canta quasi sempre con un timbro chiarissimo, un legato bellissimo , un fraseggio perfetto. Ricorda Jonas Kaufmann nell’esecuzione in forma di concerto all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia nel 2006; come Kaufmann passa agevolmente da tenore lirico leggero nella prima parte a tenore drammatico. Alex Esposito è ormai un mattatore che alla voce aggiunge una prestanza atletica. Di grande livello Veronica Simeoni, specialmente nella ardua ballata del Re di Thule.

Daniele Gatti offre una concertazione piena di tinte (come richiede la partitura) e rispetta rigorosamente i tempi mentre di solito tende a dilatarli. Dieci minuti di ovazione, con qualche flebile ‘boo’ (subito coperto dagli applausi) alla ‘modernizzazione’ di Michieletto.

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