CARLOT-TA/ “Murmure”: viaggio mistico nelle oscurità dell’animo

Una sorta di veglia liturgica, registrata all’interno di alcuni edifici religiosi, è il bellissimo e oscuro nuovo disco della cantautrice piemotnese Carlot-ta. ALESSANDRO BERNI

14.04.2018 - Alessandro Berni
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Carlot-ta (Carlotta Sillano)

La funzione è aperta da Virgin of The Noise, un magma sonoro sostenuto da un synth che scandisce una fanfara apocalittica di ottoni, seguita da un organo da chiesa che espone con enfasi da annuncio del giudizio universale.  L’interpretazione è quasi da miserere contemporaneo, la struttura da preludio, breve esposizione, non più di una variazione e una scelta sonora che mescola prog e un tenore arcano squisitamente nordeuropeo.

Il fascino sinistro e velatamente morboso del binomio organo a canne/synth continua in Sparrow, singolo deputato a mostrare intenti primari del lavoro.  L’organo usa l’espediente ancestrale e inquietante del ribattuto sinfonico come il soffio di un movimento cardiaco, il synth interviene inasprendo il tessuto.  Musica d’autore che si rifà alle istanze problematiche del contemporaneo pop-rock femminile, per una canzone che sfodera tra verso e refrain, una linea melodica memorabile degna dei grandi nomi internazionali.

Nella Carlot-ta (al secolo la vercellese Carlotta Sillano) di un disco intrepido e oscuramente fascinoso come “Murmure” (letteralmente il suono percepito dell’aria che entra nei polmoni), si partecipa a un rito religioso liberatorio (quasi tutte le canzoni sono state registrate in diverse chiese) dove la tensione tipica della fertile tradizione art-pop anglosassone, convive con un talento innato nel fornire regia lucida e coerente al complesso di spunti, idee e contributi.  Una ricerca dell’espressione totale che tiene insieme la cura del particolare con l’attenzione alla funzionalità del contesto, tra suggestioni antiche e rivestimenti moderni di tastiere e ritmi elettronici.  A supervisionare l’operazione il britannico Paul Evans, guru motivatore del movimento dream-gothic pop di estrazione norrena in auge nelle ultime due decadi (Bjork, Sigur Ros).  Luoghi delle registrazioni, neanche a farlo apposta, Svezia e Danimarca soprattutto per i contributi elettronici, con il decisivo apporto del prezioso organo a canne catturato in due piccole cattedrali della provincia piemontese.    

Dopo l’inizio esplosivo, il lavoro della cantautrice piemontese cerca di captare segnali e indizi per afferrare un punto di equilibrio, dapprima calandosi nelle arie più soffici e sacrali di Garden of Love (messa in musica della celebre poesia di William Blake), poi nella leggerezza sciamanica a ritmo di valzer di Conjunctions e ancora nel bozzetto pop-fiabesco di Sputnik 5

Samba Macabre riporta in alto i toni in una congerie danzante di suoni, melodici e percussivi, e di un canto che omaggia gli onirismi dissonanti della Bush.  Ma è un attimo perché l’obiettivo dell’artista sembra essere quello di fissare nel tempo un luogo di pace e di rigenerazione, come in Le valse du conifère, altro pop-valzer che flirta con il sapore esistenzialista e pittoresco delle chanteuse d’oltralpe, nella dolcezza liquida e liturgica di Minstrel e Churches e negli echi rinascimentali di Glaciers

To The Lighthouse, con un ritorno di fiamma alle immersioni prog dell’inizio del disco – tra trasvolate barocche e una interpretazione vocale ora intima ora piena di delirio mistico – chiude questo ritratto sonoro che sorprende il lento e strisciante riappropriarsi del seme gioioso della vita.   

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