YAYLA/ “Musiche ospitali”: le canzoni del mondo che narrano il dolore dei migranti

Un doppio cd che raccoglie oltre un centinaio di musicisti di tutto il mondo, dall’Italia all’Africa, dagli Stati Uniti ai paesi arabi, insieme per aiutare i migranti. PAOLO VITES

09.07.2018 - Paolo Vites
Yayla-Copertina
La copertina del disco

Progetto ambizioso, ma quanto mai meritorio in questo momento storico. L’Appaloosa Records, piccola etichetta italiana specializzata in songwriting e rock americano, in collaborazione con il Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati-JRS (a cui andranno i ricavati di questo lavoro discografico) associazione che si occupa fra le altre cose di dare l’opportunità ogni anni a migliaia di studenti di tutta Italia di fare esperienza di incontro diretto con un rifugiato nella propria classe , ha pensato di dedicare un doppio cd alle musiche del mondo. 

Di operazioni analoghe, la cosiddetta world music, ne sono uscite a dozzine nel corso degli anni, ma questa ha un significato particolare e importantissimo. “Yayla: musiche ospitali” racconta con interpreti e musiche il dramma dei migranti, coloro che devono imbarcarsi nei viaggi della morte per sfuggire a fame e violenze. Il disco non a caso è stato pubblicato lo scorso 20 giugno, Giornata mondiale del rifugiato. 

“Yayla” è una parola turca che significa “transumanza”, la migrazione stagionale delle mandrie, quando migrare faceva parte del ciclo della vita. Oggi migrare significa invece fuggire dalla morte per trovarne spesso un’altra, o essere lasciati fuori da quei muri che i ricchi paesi occidentali costruiscono sempre più spesso, dal Messico alla Polonia, lasciando per la strada e nella disperazione intere famiglie.

Più di 130 i musicisti coinvolti, da musiche pachistane a canzoni americane, da canti italiani di varie regioni a brani africani. Eccone alcuni, che rendono l’idea della varietà degli orizzonti musicali toccati: Saba Anglana, Ben Glover, Edoardo Bennato (insieme a Jono Manson e Saif Samejo in una versione in inglese de L’isola che non c’è), Isaac De Martin con Alaa Arsheed, Antonella Ruggiero, Michele Gazich, The Gang (con Marenostro, brano compreso nel loro ultimo disco), Thom Chacon con Violante Placido, Neri Marcorè, Marius Seck. Oltre le canzoni, quattro brani recitati, davvero emozionanti, le voci dei rifugiati, interpretati da Erri De Luca, Valerio Mastandrea, Donatella Finocchiaro e Evelina Meghnagi. E ancora: Evelina Meghnagi con Hashemesh, una ninna nanna ebraica; Sara Jane Ceccarelli con Paul Jones Kokou in una versione bilingue del classico americano Deportee che già negli anni 40 del Novecento parlava dei migranti messicani; il Coro Popolare della Maddalena con un medley di Sinàan Capudàn Pascià/Il pescatore di De André.

Tutti i brani ci parlano di sofferenza e dolore, di speranza e di desiderio di accoglienza, di perdita della propria terra, di sangue e abbandono, ci dicono cioè la verità rispetto alle menzogne che sentiamo ogni giorno, dove la paura del diverso è tornata a essere il bisogno di escludere dalle nostre vite tutto ciò che non è corrispondente alla nostra misura del vivere, paura istigata con le bugie per difendere il proprio orticello, l’individualismo totale che ha sommerso il mondo occidentale. Ma nessuno nella storia fermerà mai i popoli nella loro ricerca di dignità e accoglienza.

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