NICK MASON’S SAUCERFUL OF SECRETS/ Quando i Pink Floyd erano giovani e selvaggi: il concerto di Milano

L’ex batterista dei Pink Floyd ha fatto tappa a Milano con un concerto in cui ha riproposto alcuni pezzi del periodo 1967-1972 mai più suonati dalla band. PAOLO VITES

22.09.2018 - Paolo Vites
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Nick Manson's Saucerful of Secrets

Prima dei muri, prima del lato oscuro della luna, prima degli animali della fattoria di Orwell, c’è stato un tempo in cui eravamo giovani, folli, selvaggi, pazzi soprattutto, alla ricerca di un suono che nessuno aveva fatto mai prima. È questo il senso del concerto che l’ex batterista dei Pink Floyd (che crede ancora a una reunion della band, tanto da volere come epitaffio sulla propria tomba la frase, molto british, molto Monty Python “non sono sicuro che la band sia davvero finita”) sta portando in giro con grande successo per l’Europa con il monicker Nick Manson’s Saucerful of Secrets. Lui chiarisce subito, sempre con simpatico umorismo, ma anche toccando il nervo di una lunga e triste storia di avvocati, processi e sentenze, che “questa non è la Australian Roger Waters”, alludendo all’Australian Pink Floyd Show, la cover band del gruppo inglese più famosa al mondo, e anche all’amico/nemico che disse “senza di me i Pink Floyd non esistono”. Nick Mason invece mette insieme quel periodo 1967/1972, dove tutti o quasi i pezzi presentati non sono mai più stati suonati dai Pink Floyd insieme o da un singolo membro, pescando addirittura Lucifer Sam, una delle gemme di Syd Barrett (a cui dedica un toccante tributo, il suo viso da angelo decaduto sul telone di sfondo commentando “senza di lui nessuno sarebbe qui questa sera”), mai eseguita dal vivo. 

Roger Waters e David Gilmour hanno rimosso questo periodo storico musicale, considerato non all’altezza della loro tecnica musicale da superstar persi nelle loro visioni narcisistiche e nelle loro maledizioni contro i “pigs” di turno o nelle suite stellari. Nick Mason, che non si sedeva dietro una batteria dal 2005 quando ci fu la reunion al Live 8 e a tempo pieno dall’ultimo tour dei PF nel 1994, invece torna all’inizio, quando la musica della band era improvvisazione pura, divertimento, una scommessa che tutti davano perdente. 

Lo fa scegliendo come opener il nostro miglior cervello musicale in fuga dall’Italia approdata a Londra, la bravissima Emma Tricca che con coraggio accetta di esibirsi da sola prima di ogni data, con il suo fingerpicking delizioso e le sue canzoni dove brilla una voce alla Joni Mitchell. È un salto nel tempo: con lei siamo nei club di Soho, quelli di Nick Drake, Anna Briggs, John Renbourn per poi passare con Mason all’Ufo Club. Peccato per l’intrinseca maleducazione del pubblico italiano che malamente accoglie sempre i supporter, all’estero per lei invece sentite solo ovazioni.

Circondato da musicisti eccellenti (una qualità sonica come mai si è sentita in Italia; Guy Pratt già nei Pink Floyd di Gilmour, Gary Kemp ex Spandau Ballett, chitarrista sopraffino, Lee Harris altro chitarrista eccellente e il bravo tastierista Dom Beken) dà fuoco alle micce con una debordante Interstellar Overdireve seguita a ruota da una irresistibile Astronomy Domine. Tira fuori brani oscuri come The Nile Song che il bassista Pratt, propose a Gilmour di mettere in scaletta, ricevendo uno sprezzante “trovati un’altra band” e lui che lo racconta ridendo forte “eccola qua, ho trovato un’altra band” e la esegue in versione quasi hard rock. 

Il merito di questo progetto di Mason, geniale e umile allo stesso tempo, e di modernizzare quei suoni antichi. See Emily Play, ad esempio, è quasi punk, con Gary Kemp sugli scudi, ma allo stesso tempo rivalutare le dosi melodiche che ai tempi sfuggirono a tutti, del genio Syd Barrett. Mason si diverte, nonostante la sua figura compassata che sembra uscire da un brainstorming di qualche azienda di Wall Street, quando attacca di nuovo Waters dicendo che “è un caro amico, un ottimo songwriter, ma non era bravo a condividere il gong”. Il riferimento è quel momento iconico diventato leggenda quando il bassista a Pompei si mise a suonare lui il gong invece di Mason in Set the Control for the Heart of the Sun: “Questa sera invece è la sera”. Con un ritardo di 45 anni Mason può finalmente prendere il posto che gli spettava e dar vita a una versione strepitosa del pezzo. 

C’è tempo per l’ironia, il non prendersi sul serio quando Kemp racconta di aver visto, 14enne, i Floyd a Londra durante il tour di Dark side of the Moon: “Non potevo togliere gli occhi dal batterista, anche perché era l’unica cosa che si muoveva sul palco”, alludendo alla staticità statuaria che ha sempre contraddistinto Waters, Wright e Gilmour. Scorrono sul fondo le immagini di un giovane Mason freak, capelli lunghi, bandana, baffoni e batterista scatenato, così diverso da oggi, che ci fanno pensare, ma quanto erano belli quegli anni. Ma non è un concerto nostalgia, non sono cover: ai tempi i quattro componevano insieme, e Mason dava il suo prezioso contributo. E c’è tantissima voglia di improvvisare, con Mason gran direttore di orchestra. Lui c’era, e sa quali segreti si celano dietro composizioni che all’epoca sembravano senza una direzione precisa e oggi vengono esaltate nella loro autentica natura.

Splendida anche If in medley con le prime quattro sezioni di Atom Heart Mother e quindi il finale con la “sua” Saucerful of Secrets. Segreti allora abbozzati nella mente di quattro ragazzi che puntavano al cielo, come è il titolo dell’ultimo brano della serata dedicato a Rick Wright., Point at the Sky. E il cerchio è completo e lancia i cuori del pubblico calorosissimo, di coloro che si sono persi per strada e in fondo di tutti coloro che credono che il cielo, in fondo, non è il limite.

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