Ernia/ Il concerto: la lingua della tribù che balla (e rappa)

- La Redazione

Il palco si presenta minimal, una ragazza in felpa bianca sullo sfondo gestisce le basi sonore, un maxischermo basica led raffigura triangoli, quadrati e cerchi

Musica rap
Ernia

Vi racconto cosa mi è successo ieri. Un amico mi wazzappa: stasera non prendere impegni. Concerto di un rapper interessante, si chiama Ernia. Alcatraz ore 21.00. Ascolta qualcosa.

Mi infilo le cuffie… Spotify … Ernia… e un’ora di preparazione alla serata… tipo prima di un esame. Mi sento pronto.

Ed eccoci davanti al piccolo tempio musicale di Milano. I soliti bagarini… biglietti, biglietti. È sold out. Il bibitaro con la mezza sigaretta in bocca e il carrello dell’Esselunga con qualche dissetante alcolico light sbiascica qualcosa. Ci mettiamo in fila. Nome. Controllo sulla lista degli accrediti, uno sguardo di intesa e si entra.

L’impatto è rassicurante. Facce pulite sorridenti in un grande villaggio notturno, ben vestiti e composti. Età media 21-22 ma anche qualche minorenne e genitori appresso. Universitari e giovani lavoratori. Io e il mio amico proviamo ad ingranare e domandiamo in attesa di Ernia: Perché questo rapper? Che cosa ti piace della sua musica? Le risposte sono unanimi: “ci piacciono i contenuti, diversi dagli altri rapper più conosciuti”. Speriamo.

Sono quasi le 21:30, le luci cominciano a spegnersi, circa 3000 persone in attesa e… boom incomincia il concerto. Mamma mia, avevo sottovalutato quante parole quante pensieri quanta vita vissuta, un’ora di preparazione e non è servita a nulla. Le parole scorrono veloci, il flow si dice, è rapido e se non conosci a memoria il testo sei finito, ti perdi, arrivi in ritardo, assimili una frase mentre ne ha già cantate altre due. Capisci immediatamente che è musica che esclude. Ernia è un cantastorie dei tempi moderni ma, per godertelo, le sue storie devi conoscerle a memoria per poterle cantare con lui. O tutto o niente, non puoi goderti almeno la melodia perché la melodia non c’è, sono parole recitate su una base elettronica scarna e quasi sempre ripetitiva.

Il palco si presenta minimal, una ragazza in felpa bianca sullo sfondo gestisce le basi sonore, un maxischermo basica led raffigura triangoli, quadrati e cerchi. Ogni tanto qualche parola che richiama i titoli delle canzoni. E molto spesso il numero 68, il numero del nuovo progetto. Nessun richiamo alle lotte studentesche, il 68 è il numero dell’autobus che dalla periferia porta al centro. È una metafora. “È una ascesa”, dice il Nostro.

Introduce quasi sempre le sue canzoni con una piccola frase, un piccolo aneddoto tipo: “Chi non è stato tradito? Tradito da un amico infame” e così introduce Lei no (il tradito) poi Paranoia mia.

Oppure: “Gestiscono tutto loro. I genitori. Non andare al concerto rap, ti dicono, che poi ti istigano alla droga”. Poi inaspettatamente prosegue: “Però una cosa diversa i nostri genitori l’avevano: una volta si amava diversamente. Sui social adesso si vede la macchina bella, like a tutte le tipe. Tanti like perché vogliamo qualcosa di più. E questo demone ha un nome ben preciso”. E parte Instagram.Non male come intuizione..

“Ognuno di noi è un pazzo nel quartiere” (il suo è QT8). “Ma nel quartiere c’è anche qualcosa di buono, come un amico”.  E parte Bro featuring Tedua. “Perché un rapper senza featuring non è un vero rapper”. Dice con un po’ di ironia, ma non troppa.

Poi spiega il suo nuovo progetto. “Prima ero scuro. Negli album precedenti ero incazzato. L’album 68 è più luminoso. Perché parlo di speranza”. Io guardo il mio amico, cinquantenne come me, e avverto che qui c’è il punto di snodo. Questi giovani troveranno il modo di sbrogliare la matassa dei nostri tempi, lo troveranno a modo loro. E intanto cantano Domani (“Domani può essere anche peggio”), poi Madonna(con ospite Rkomi – scusate, featuring! – viene giù l’Alcatraz) e Acqua calda e limone.

La temperatura sale. “Sapete a cosa serve il rap? A fare il cazzo che voglio”. E parte Disgusting, featuring Gue Pequeño, arrangiamento che ricorda lontanamente un ritmo tribale, e tra gli “uh uh” ritmati dei 3.000 capisci che non fai parte della tribù. È quasi come assistere ad una Haka dei neozelandesi del rugby. I 3.000 si fanno forza. Per le nuove sfide. Impressionante.

E poi il finale, che ribadisce il concetto. “Voglio darvi speranza. Sei anni fa nessuno avrebbe scommesso su di me. Siamo partiti a razzo e siamo subito caduti. Vi auguro di fallire. La vita è più interessante se sei in bilico.“

E parte l’ultimo pezzo, 68 e per magia io e il mio amico iniziamo a seguire il flow, complici sonorità decisamente più funky e un barlume di melodia. Andiamo via rassicurati, per qualche minuto anche noi siamo appartenuti al branco.

Piccola curiosità: è vero che ogni rapper ha un nickname, ma perché lui ha scelto Ernia? Nomignolo nato alle scuole medie. Così lui chiamava una sua compagna di classe e lei ricambiava, chiamandolo allo stesso modo. Antenne alzate quindi, che ad inizio aprile esce un nuovo EP con sette tracce e ben quattro featuring. Il presente parla anche così.

(Riccardo Gregorini)

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