BUDDY GUY/ “Living Proof”, il blues che non invecchia mai

- Walter Gatti

WALTER GATTI recensisce l’ultimo album di Buddy Guy, “Living Proof”. Il ritorno del chitarrista blues della Louisiana, a due anni da “Skin Deep”

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Nato in Louisiana, chitarrista con un passato stellare, Buddy Guy, ha realizzato un disco da scossa elettrica, “Living Proof (Jive-Silvertone)” a due anni dal suo precedente “Skin Deep”. Non che la cosa sia insolita – stiamo parlando di uno dei musicisti fondamentali del blues di Chicago, un giovanotto classe 1936 che ha suonato a lungo con Junior Wells e che ha fatto da chitarrista di studio per Muddy Waters, Howlin’ Wolf e Koko Talyor – eppure negli anni il suono e le produzioni di Buddy han fatto storcere il naso ai puristi del blues, quelli che han continuato a cercare soprattutto il sound del Delta.

Ebbene: quelli che hanno gioito per le prime incisioni di Junior Kimbrough, quelli che s’attendono dai bluesman un suono che non strizza l’occhio al rock, non amano il suono rovente di mister Guy, un tipo per nulla accomodante che non ha mai nascosto di cercare di “piacere”. Ma forse queste sono disquisizioni, perché al lato pratico Buddy Guy ha realizzato un disco potentissimo, di blues energetico e anti-depressivo, metropolitano come può esserlo il blues che nasce sotto i riflettori.

In questo cd, Guy mette tutto quello che può mettere sul piatto, forte dei suoi 74 anni e di una fama che nel genere è seconda (tra i viventi) solo a quella di B.B. King. Aggressivo e debordante, eccessivo e fisico come poche altre volte, il giovanotto della Louisiana offre una prova superba del suo blues elettrico, una cosa che – piaccia o non piaccia – lascia il segno e trascina.

E lo fa già dal pezzo d’apertura, l’autobiografica 74years old, che s’avvia acustica, prima di cedere il passo a uno sconfinato solo elettrico. Da qui fino alla fine del disco (dodici titoli in tutto), Buddy offre standard di fantastico blues (l’ottima title track, Skanky e Let the door knob hit ya) e di rock’n’roll (Too soon) con l’ottima produzione di un batterista coi fiocchi come Tom Hambridge e la presenza essenziale di Reese Wynans alle tastiere (a lungo con Stevie Ray Vaughan). Quando i ritmi si rallentano e le qualità emergono obbligatorie (oppure i difetti esplodono), nonno Buddy chiarisce di non essere un nome di secondo piano, facendo esplodere le sue virtù chitarristiche e vocali in Key don’t fit e nell’esagerata Guess What.

Due le ospitate, quella perfetta che vede B.B. King interpretare Stay around a little longer, un soul-blues di ottima fattura e feeling, e quella di Where the blues begins, con Carlos Santana, che ancora una volta conferma di suonare sempre e solo lo stesso pezzo (ma non ci si può lamentare, visto che con lui l’atmosfera e il ritmo di certo non mancano).

Dodici titoli che vengono dalla Chicago dei nostri giorni, elettrica e distorta, da un chitarrista blues che per molti (Eric Clapton in testa) è un maestro e che non sembra sentire il trascorrere degli anni. È un giovane settantaquattrenne quello che esce dai solchi di "Living Proof", cattivo e impetuoso, invadente e aspro al punto giusto. A dimostrazione che il blues è longevo e i suoi vecchi sono in grado di interpretarlo in barba ai decenni…



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