NATURA E AMBIENTE/ È san Francesco, non il green a dirci chi siamo

- Davide Rondoni

Oggi al Meeting incontro su "La sfida di una vita più naturale". La mostra, da non perdere, "Cum tucte" della Fondazione Lombardia Ambiente

giotto francesco sultano arte1299 640x300 Giotto, Francesco davanti al Sultano. Basilica Superiore di Assisi (1295-99)

Se la prima parola è Altissimu, l’ultima è humilitate. Il Cantico delle creature di san Francesco che dà titolo e punto di vista prospettico alla mostra e agli eventi ad essa collegati, sta tutto in questa prorompente differenza di potenziale. La voce del Cantico non adora la natura, mai la chiama madre (Francesco avrebbe avuto buoni motivi, cieco e provato, di chiamarla anche matrigna, come intuiva pure Leopardi). Si rivolge non alla “natura”, concetto che in Francesco è assente, perché essa è ciò che è nato (natura viene da nascor, latino) quindi è l’insieme delle creature. Si rivolge all’Altissimu, e a differenza dei puri, dei Catari che allora (e ora) dominano, e che vogliono avvicinarsi a Dio disprezzando la carne, la vita reale, o si creano una nuova divinità chiamandola Natura o Pianeta, lui loda l’Altissimu, sapendo che è inimmaginabile, è Creatore, e lo loda “cum tucte” le creature, non contro di esse, non nonostante la loro imperfezione o caducità creaturale.

Una lode, che inizia nel precipizio dell’io minuscolo (ma non pari a nulla) dinanzi all’Altissimu Onnipotente bon Signore e poi abbraccia l’intero cosmo, dal sole all’erba, in una poesia che il santo volle lasciare ai suoi amici perché la recitassero o cantassero sempre. In questo impasto di dialetto umbro, volgare italiano, francesismi, latinismi, nasce non solo la lingua letteraria italiana ma rinasce, contro un’eresia, ovvero una verità parziale sempre in agguato, un modo cristiano e più umano di guardare il mondo e dunque l’ambiente dove l’uomo vive. Per un commento più puntuale e poetico al Cantico rinvio a una prossima pubblicazione che farò per i francescani. Per scoprire, ad esempio, come l’uomo viene presentato da Francesco, nel teatro del mondo, come l’essere che ha come qualità il perdono. Atto non “naturale”; la natura non perdona, ha ricordato anche il Papa e lo sappiamo bene, perché è naturale il cerbiattino ma anche il tumore al pancreas o l’alluvione. E soprattutto atto “libero” che ricorda, in questi tempi dove ci vogliono ridurre a una specie lievemente più evoluta dei carciofi o delle scimmie o ad algoritmi un po’ lenti, che nella nostra natura umana risiede un elemento “a immagine e somiglianza di Dio”, senza il quale non si comprende la natura umana e dunque nemmeno quel fenomeno che l’uomo, e solo l’essere umano, chiama “natura”. La quale “ama nascondersi” come ripeteva Eraclito, e non è quella cosuccia pura di cui si parla in continuazione su media, pubblicità e banali discorsi incoraggiati da un prodigioso armamentario di potere (dai selfie dei vip abbracciati agli alberi ai finanziamenti dati solo alle ricerche che abbiano a che fare con il cosiddetto “green”) che appunto ci vuole ridurre a carciofi o a macchinette.

Al Meeting chi si interessa ai problemi ambientali e a chi vuole avere criteri in questa epoca dove tutti parlano di Natura potrà vedere nella grande mostra Cum tucte lo sviluppo del lavoro intrapreso da qualche tempo dagli amici della Fondazione Lombardia Ambiente, ente di ricerca e didattica nato anche dalla felice intuizione di un grande medico come Pieralberto Bertazzi all’indomani dell’incidente di Seveso. E ora la Fondazione, autorevole centro sui temi ambientali, incontrando il mio lavoro poetico e saggistico di questi anni e attraverso di me altri artisti, ha scelto di avere uno sguardo integrale al tema, che apre a tanti temi. Così oltre alla spettacolare mostra, durante il Meeting si potranno in quello spazio incontrare musici danzatori attori e voci di vari autori. Nulla sarebbe più stupido che pensare che di Natura possa intendersene il solo sapere scientifico, il quale, oltre a non saper dire nulla sul più adeguato punto di vista umano sul mondo e sui movimenti della sua libertà morale, nonché sul valore estetico e conoscitivo delle esperienze, è, come diceva Rimbaud, “troppo lenta per noi”.

La meraviglia e il tremore con cui i nostri avi o san Francesco hanno guardato o i nostri nipoti guarderanno l’imponente e affascinante mistero che abita la natura e il paradosso di meraviglia e terrore che sollecita la ricerca di un senso da parte dell’essere umano, non sarà debitore del livello raggiunto dalle pur importanti scoperte scientifiche, ma dalla posizione del cuore e della ragione. Cosa che viene aiutata dai grandi poeti. E dai santi.

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