NEAL CASAL/ In morte di un amico

- Paolo Vites

E’ morto a soli 50 anni il cantautore e chitarrista americano Neal Casal

neal casal morte
Neal Casal

Ehi Neal,

sto ancora aspettando le risposte alle domande per l’intervista che ti ho mandato lo scorso luglio, avevi detto che eri felice di farla e tutte le altre volte hai sempre risposto subito. Poi ho visto su Internet che a luglio eri impegnato con un tour della Chris Robinson Band in Europa e certo, so benissimo che quando un musicista è in tour non ha certo tempo di aprire le mail. A proposito, come mai non avete suonato anche in Italia? L’ultima volta che ti ho visto è stato proprio con la Chris Robinson Band a Milano, il 9 marzo di tre anni fa, concerto stupendo, ti mando la recensione. Avevo cercato di venire a salutarti, ma ormai come giornalista non conto più un cazzo e mi hanno vietato di entrare nei camerini. E’ stata davvero una grande serata, anche se qualcuno si lamentava che siete solo una cover band dei Grateful Dead, ma non capiscono un cazzo. Poi me ne parlerai bene di questa cosa quando mi manderai le risposte all’intervista. Anche se so benissimo che il primo disco che hai comprato da ragazzino, laggiù nel New Jersey dove sei nato, fu un disco dei Grateful Dead e non di Springsteen, “Skeletons from the closet”, una raccolta fatta pure male. Una scelta bizzarra come dici tu, non è certo uno dei capolavori dei Dead, ma in quel modo sei diventato un figlio adottivo della California e lo sei ancora. “Maybe California,” no? Mi ricordo di quanto mi raccontasti che una delle tue più belle canzoni ti venne in mente proprio mentre facevi surf, la cosa che ami di più dopo la musica e le fotografie. Ti immagino sempre cavalcare i cavalloni dell’oceano, libero e sorridente, “free to go”.

Ti ricordi la nostra prima intervista? Era il 1997, appena uscito il tuo primo disco quel capolavoro di  “Fade away diamond time” che ti ho sempre detto che se fosse uscito negli anni 70 avrebbe figurato alla pari e forse anche più dei migliori dischi di Jackson Browne e Neil Young di quella decade. Me ne innamorai così tanto che chiesi alla tua casa discografica italiana di intervistarti, ma mi dissero che non eri più con loro. Licenziato dopo un solo disco?Scassai le balle così tanto fino a quando non mollarono lo stesso il tuo numero di telefono e ti chiamai. Mi raccontasti la storia, da autentico beautiful loser come tanti altri grandi prima di te: la casa discografica che ti distribuiva era fallita proprio mentre eri in tour a promuovere il disco e ti lasciarono lì, in mezzo alla strada. Non hai avuto la possibilità di diventare la star che meritavi di essere. Ma tu mi hai sempre detto che non te ne fregava, “tanto le case discografiche sono tutte destinate a fallire”. Avevi ragione, l’industria discografica è morta sepolta ma tu continui a fare dischi stupendi, da solo o con altri musicisti. E sei diventato un chitarrista solista da paura. E hai fatto altri dischi come cantautore spettacolari, i miei preferiti sono “Basement Dreams”, “Anytime Tomorrow” e “No wish to reminisce”, il disco che i Beach Boys si sognano di fare dai tempi di “Pet sound”. Anche se so che questo disco racconta di un momento doloroso nella tua vita, il tuo divorzio. Ehi, ma non è dal dolore che nascono le cose più belle? Come la tua canzone Free light of day, dio che bella, sembri Nick Drake. Una canzone che parla di un suicidio, non mi hai mai voluto dire di chi, giusto così.

Ti ricordi il tuo primo tour italiano, ovviamente ti aveva portato qui il grande Carlo Carlini. Ci incontrammo la prima volta a Cantù, all’Una & 35, non avevi mai bevuto un bicchiere di grappa, non sapevi manco cosa fosse. Te ne versai uno ma tu pensando fosse il solito whiskyno americano lo mandasti giù tutto in un sorso. Quasi stavi per restarci secco. Da allora mi dicono amici che ti incontrano qua e là per il mondo che racconti a tutti la storia della tua prima grappa. Bisognerà che ce ne beviamo una prima o poi, al più presto. Quel tour eri in coppia con Chris Burroughs che rideva come un matto quando ti ha visto collassare per la grappa, un altro fantastico cantautore agli esordi. Come eravate giovani. Hai saputo che è morto? Mi hai risposto: “Non sapevo che Chris fosse morto. Che cosa triste, ho perso tanti amici sulla strada”. Già, come diceva Robbie Robertson “la strada si è presa i migliori di noi, è una maledetta vita fottuta”. Ma tu hai ancora tanta strada davanti, amico mio, non pensiamo alle cose tristi,sei giovane, hai solo 50 anni e che cavolo.

E quando sei venuto a suonare a Sesto Calende con la band, per la prima volta con la band in Italia, che serata favolosa. Era il tempo di Willow Jane e io così fesso che ti chiesi una dedica registrata per una ragazza americana che avevo introdotto alla tua musica e che avevo soprannominato proprio Willow Jane, tanto amavo quella canzone che sembrava uscita da “Exile on Main Street” degli Stones. Vorrei avere ancora quella registrazione. Non mi hai mai detto di no, eri la persona più gentile e tenera al mondo, un vero figlio dei fiori nato nella parte sbagliata dell’America. Ma vivi in California no? Dove? Aspetto le tue risposte.

Poi ti sei messo a suonare per Ryan Adams e vabbè che tutti abbiamo bisogno di guadagnare, ma guarda che dovrebbe essere lui il tuo chitarrista, le tue canzoni sono mille volte meglio. Però ha scritto delle bellissime parole su di te. Ti ha chiamato un “true believer”. Un vero credente nella bellezza salvifica della musica. Già tu sei così. Hai suonato per te, per mille band e mille progetti, non ne hai mai abbastanza. Che sorpresa quando ti ho visto nel bellissimo film Country Song con Gwyneth Paltrow, facevi il chitarrista della sua band. Hai detto: “Adesso mia mamma è finalmente orgogliosa di me”.

Ehi Neal ho aperto FB questa mattina. Ci sono notizie bruttissime. Sono sicuramente fake news, oggi il mondo è fatto di fake news. Non ci credo, non ci posso credere. Abbiamo ancora così tante cose da dirci, dobbiamo rivederci, devi scrivere tante canzoni ancora. Ehi Neal non è vero, dimmi che non è vero. Io sono qui, aspetto sempre le tue risposte alla mia intervista. Mi raccomando non metterci tanto. Rispondi. Ti prego. Rispondi. Fatti una grappa con Chris intanto. Digli ciao. Mi mancate. Ma ci vedremo a un concerto tutti e tre ancora.

Ehi Neal, qui le notizie si accumulano, non riesco, non voglio stargli dietro. Non è possibile sia accaduto anche a te. Anche io ci penso sempre sai. La vita è una schifosa puttana, il cane nero non dà tregua quando ti si mette a darti la caccia. Più invecchi più ti morde le gambe. Ehi Neal, se molli tu, mollo anche io. Ehi Neal, non dirmi che quella canzone parlava di te, vent’anni fa:

Today someone died

And I’m sorry to say

By suicide

In the Free Light Of Day

Someone came upon

That pool of blood

On those dirty stairs

In that dried up mud

© RIPRODUZIONE RISERVATA