NEIL YOUNG/ “Carnegie Hall 1970”: la bellezza dalle nebbie del tempo

- Paolo Vites

Pubblicato dopo 51 anni uno dei concerti che Neil Young tenne nel dicembre 1970 alla prestigiosa Carnegie Hall di New York

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Foto di Joel Bernstein

E’ la sera del 4 dicembre 1970. Neil Young si appresta a salire sul palco della prestigiosa Carnegie Hall per il primo di due concerti, l’altro vista la grande richiesta, si terrà il giorno dopo a mezzanotte, visto che in prima serata il teatro era già occupato per un altro spettacolo (sarà, quello del 5 dicembre, lo show ampiamente bootlegato per decenni). Young comunque ha sempre detto di preferire quello del 4 dicembre.

La Carnegie Hall di New York è una sorta di Teatro alla Scala americano: esibirsi lì vuol dire essere finalmente “arrivati” al top. Il Neil Young di fine 1970 è infatti arrivato a quel gradino. In quell’anno, dopo una già eccellente carriera nel seminale gruppo folk rock dei Buffalo Springfield e due ottimi dischi da solista, ha preso parte al super gruppo CSNY con il trascendentale Deja Vu, disco più venduto in America quell’anno, e al conseguente tour. Ma ha anche pubblicato quello che, molto probabilmente, è e resterà il suo disco solista perfetto, lo straordinario After the goldrush. Con queste credenziali, la Scala di New York gli spalanca le porte per quattro concerti interamente acustici. E’ tutto esaurito, come sottolinea lo stesso artista scusandosi per le lunghe code che i suoi fan hanno dovuto fare per accappararsi un biglietto. Il pubblico è caldissimo, fatica a contenersi, tanto che più volte Young li invita dal trattenersi dal tenere il tempo battendo con le mani: “Preferisco se vi unite a me cantando” chiede.

Come già dimostrato in altre pubblicazione relative a quegli anni (ad esempio il bellissimo Live at Massey Hall del 1971) Young è in stato di grazia straordinario. Concentratissimo sulle esecuzioni, una voce in pieno vigore giovanile senza alcuna sbavatura, un tocco di chitarra magnifico (ad esempio nella splendida versione di I am a child che diversamente da quanto siamo abituati viene accompagnata da un delizioso arpeggio) questo concerto finalmente pubblicato dopo 51 anni, primo capitolo di una ennesima serie che il canadese estrae dai suoi infiniti archivi, la Official bootleg series, è di una bellezza estatica senza fine.

La cosa impressionante è che il canadese, appena 25enne, come si deduce dalla scaletta presentata, ha già composto tutti i capisaldi della sua carriera, un numero impressionante di capolavori che chiunque altro avrebbe avuto bisogno di una carriera  intera per produrre. Ad esempio in questo concerto appaiono le ancora inedite Old man e See the sky about to rain, ma anche la piacevole Wonderin’ che apparirà su disco solo nel 1983, sull’orrido Everybody’s Rockin’, la superba Bad fog of loneliness, questa mai uscita su alcun disco ufficiale se non nel cofanetto The archives vol. 1, registrata durante le session di Harvest e infine Dance, dance, dance, mai incisa e regalata agli amici Crazy Horse per il loro disco di debutto.

Per il resto Young rivisita la sua già ricchissima carriera, dai Buffalo Springfield all’ultimo suo disco passando per CSNY. Spiccano rese toccanti, intimissime e allo stesso tempo maestose come la pianistica Expecting to fly; una Southern man che in veste acustica conserva l’ardore e la rabbia dell’originale; una tenerissima Only love can break your heart; la perfezione celeste di See the sky about to rain. Ma nulla in questo disco è da trascurare, anche il divertente battibecco con il pubblico con tre tentativi di attaccare Sugar mountain fino a trovare la chiave giusta.

Young come detto è in forma straordinaria, la cura e l’attenzione che dà ai tocchi chitarristici è al massimo, degni del suo maestro Bert Jansch.

Che anni, quegli anni. Per un brevissimo periodo di tempo, fino almeno al 1972 o al 1973, sulla scena musicale trionfavano i cosiddetti singer/songwriter e i dischi meravigliosi furono tantissimi: da James Taylor a Joni Mitchell, da Cat Stevens a Elton John, da Eric Andersen a John Prine, da Kris Kristofferson a Leonard Cohen, da Tom Waits a Tim Hardin, da Jackson Browne a Van Morrison, la musica toccherà vertici mai più raggiunti in seguito. Unico assente è colui che aveva scatenato tutto questo, Bob Dylan. Ma il suo posto, in quel breve periodo di tempo, è ampiamente preso da Neil Young.

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