NOI/ L’horror con cui Peele parla del malessere made in Usa

- Emanuele Rauco

L’ultimo film di Jordan Peele racconta del malessere statunitense attraverso l’horror, ma finisce per tirare tutto troppo per le lunghe

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Una scena del film

Jordan Peele non va troppo per il sottile potrebbe anche essere un merito, anzi di questi tempi la chiarezza lo è di certo. Dopo il grande successo di Get Out – Scappa, apologo sullo stato delle cose del razzismo in America, il regista continua a rileggere il genere horror e affini in chiave evidentemente politica con Noi, ancora più massimalista del precedente, tutto dentro la questione sociale e i problemi di classe della borghesia americana.

Il film racconta di una famiglia che, durante le vacanze estive, è assediata da un gruppo di persone misteriose, a loro identiche, ma silenziose e assassine. La madre di questa famiglia, 30 anni prima, era stata avvicinata da una bambina a lei identica; ora sembra che lei e la sua famiglia di doppi sia tornata per pretendere il posto alla luce che da sempre è negato a questi doppelgänger.

Peele, anche sceneggiatore, usa l’elemento perturbante del doppio, della figura che vive alla nostra ombra, o meglio la versione viva ma disanimata di noi stessi e ne fa un allegoria del classismo statunitense e della distanza politica tra chi ha e chi non ha, tema al centro della serie “Weird City”, creata da Peele per YouTube, in cui il mondo si divideva in Haves (chi ha) e Have-Nots (chi non ha).

Fin dal titolo originale il regista gioca chiaro: Us come noi, ma anche come United States e alla domanda di Gabe, il padre, che chiede chi siano loro Red risponde: “Siamo americani”. Attraverso lo specchio e le sue deformazioni, Peele racconta il malessere statunitense con tutti i suoi simboli – il parco giochi in primis, gli abiti monocromi che ricordano Il racconto dell’ancella – e attraverso le sue sfaccettature, guardando la questione in primis dal punto di vista afro-americano (la canzone “Fuck tha Police” degli NWA, storico gruppo rap) e poi allargandosi alle divisioni statunitensi tout court.

Il discorso è chiaro, diretto, preciso sebbene non onnicomprensivo, giustamente, ed è interessante che venga messo in scena attraverso i modelli del cinema di genere e dell’horror più ambizioso, ma Peele di questi modelli non sembra davvero sapere cosa farne, li usa in modo subdolo, ma senza crederci davvero, l’horror sembra più un mezzo abbandonato a metà strada: il difetto è principalmente nella narrazione, nella costruzione del racconto in cui le questioni poste dall’autore diventano l’unica cosa che conta rispetto all’intreccio che le veicola, rispetto alla loro evoluzione, rispetto alla reazione del pubblico e alle sensazioni che dovrebbero evocare.

A Noi mancano durezza e implacabilità, una volta che il meccanismo diventa evidente (dopo poco più di mezz’ora di giusta costruzione atmosferica) Peele si sofferma sui significati tirando tutto per le lunghe, girando a vuoto, facendo arrivare il film senza fiato. Dimenticandosi soprattutto di quanto sia bravo a costruire immagini e scene, a dare impatto agli elementi visivi e agli attori: come se i gangli dell’ingranaggio cinema fossero superflui rispetto al Discorso. Che inevitabilmente rischia di finire svuotato, buttando a mare anche il suo potenziale (il finale visionario).

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