I NUMERI/ Giovani e lavoro, ecco come avvicinare l’Italia alla Germania

- Giuseppe Sabella

Gli ultimi dati Istat relativi alla disoccupazione sono preoccupanti, specie per quel che riguarda i giovani. Ma cosa succede nel resto d’Europa? L’analisi di GIUSEPPE SABELLA

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Immagine di archivio

I dati Istat relativi alla disoccupazione diffusi venerdì scorso confermano la situazione di stallo di un mercato del lavoro che stenta a ripartire, nonostante le recenti scelte pro-occupazione del legislatore, per la verità un po’ nebulose. La disoccupazione a ottobre è all’11,1%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto a settembre e di 2,3 punti nei dodici mesi; la disoccupazione giovanile si attesta al 36,5%. Si tratta di livelli record sia rispetto all’inizio delle serie storiche mensili nel 2004, sia rispetto a quelle trimestrali nel quarto trimestre del 1992.

Gli occupati sono 22 milioni 930 mila, sostanzialmente stabili rispetto a settembre. Su base annua si registra un calo dello 0,2% (-45 mila unità). Il tasso di occupazione è pari al 56,9%, in aumento di 0,1 punti percentuali nel confronto congiunturale, invariato rispetto a dodici mesi prima. Il numero di disoccupati, pari a 2 milioni 870 mila, aumenta del 3,3% rispetto a settembre (+93 mila unità). Su base annua si registra una crescita del 28,9% (+644 mila unità). Tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 639 mila e rappresentano il 10,6% della popolazione in questa fascia d’età. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero l’incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, pari al 36,5%, è in aumento di 0,6 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 5,8 punti nel confronto tendenziale.

Ma i tassi che registriamo in Italia in che rapporto sono con quelli europei? Non che mal comune mezzo gaudio, ma piuttosto per capire soprattutto l’incidenza della crisi e la capacità di risposta che possono avere gli altri stati del vecchio continente.

Secondo i dati Eurostat del 20 novembre scorso, nell’Eurozona a ottobre sono stati registrati 18,7 milioni di disoccupati, pari all’11,7%, dato in crescita (+0,1 punti) rispetto al mese precedente. Su base annua l’aumento della disoccupazione è stato di +1,3 punti (10,4% a ottobre 2011), colpendo 2,16 milioni di persone in più in 12 mesi. Il tasso più basso si registra in Austria (4,3%), il più alto in Spagna (26,2%). Disoccupazione giovanile: 5,68 milioni di giovani disoccupati (under 25), di cui 3,61 milioni solo nell’Eurozona (rispettivamente +279 mila e +350 mila rispetto allo stesso mese del 2011), pari al 23,9% (23,6% in settembre e 21,2% nell’ottobre 2011). Nell’Europa a 27, il tasso dei giovani disoccupati è stato lo scorso mese al 23,4% (23,2% in settembre e 21,9% nell’ottobre 2011). I più bassi tassi sono osservati in Germania (8,1%), Austria (8,5%) e Olanda (9,8%). I più elevati in Grecia (57%) e Spagna (55,9%).

Come si può notare, il nostro tasso di disoccupazione generale è in linea con la media europea, lo è meno quello relativo alla disoccupazione giovanile: non siamo ai livelli di Grecia e Spagna, ma nemmeno a quelli delle virtuose Germania, Austria e Olanda, dove un sistema di alternanza scuola-lavoro sicuramente migliore evita il disorientamento prodotto soprattutto dall’università italiana super specializzata in corsi di laurea inutili agli studenti, ma molto utili ai professori e ai burocrati.

È evidente come i numeri della disoccupazione giovanile siano completamente a sé stanti, non per niente l’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) e gli studiosi di mercato del lavoro hanno sempre considerato il mercato del lavoro giovanile un mercato del lavoro diverso, non valutabile con gli stessi indicatori del lavoro degli “adulti”. Teniamo conto oltretutto dell’alta mobilità che caratterizza oggi il mercato del lavoro… anche per questo, quando si parla di giovani, più che guardare al tasso di disoccupazione (status tipico e frequente di chi comunque è alla ricerca di una collocazione), è opportuno considerare altri indicatori, come il tasso di inattività o il differenziale di disoccupazione tra giovani e adulti o, ancora, la disoccupazione di lunga durata.

In Europa cercano lavoro da oltre 12 mesi il 48% dei giovani disoccupati italiani, il 46% di quelli irlandesi e il 42% di quelli greci. La disoccupazione, specialmente se di lungo termine, costituisce una situazione delicata per i giovani, ma conserva, pur con le relative criticità, un rapporto col mercato del lavoro.

Tuttavia, la vera anomalia italiana, che ha raggiunto i numeri più alti dell’Unione e della stessa area Ocse, è un’altra. Ricordiamo, al di là dei numeri della disoccupazione, anche quelli della rassegnazione: sono oltre i 2 milioni i giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti né a scuola, né all’università, né lavorano e nemmeno seguono corsi di formazione o di aggiornamento professionale. Sono questi i cosiddetti Neet (Not in education, employment or training). Sono oltre il 20% della popolazione nazionale di riferimento. Non è questione che i giovani non trovano lavoro, piuttosto che non lo cercano. Inoltre, nel confronto internazionale, i nostri giovani si distaccano da quelli della maggior parte dei paesi avanzati perché ritardano enormemente il loro ingresso nel mercato del lavoro. In media l’età del primo impiego in Italia è 22 anni, contro i 16,7 dei tedeschi, i 17 degli inglesi e i 17,8 dei danesi. Nei paesi normali ci si laurea intorno ai 22-23 anni, spesso contribuendo al bilancio familiare e alle spese dell’istruzione, che non sono basse come da noi. In Italia ci si laurea tardi, spesso in prossimità dei 30 anni, e si comincia la ricerca di un lavoro a un’età in cui negli altri paesi si è accumulata una cospicua esperienza professionale.

Secondo un recente studio Eurofound, gli inattivi italiani costano 26 miliardi (quota di Pil non prodotta): in poche parole, l’esercito inoperoso di 2 milioni di giovani ipoteca, oltre al proprio futuro, circa 26 miliardi di euro l’anno pari al 1,7% del Pil, al netto delle mancate tasse, dei costi indiretti in termini di salute e criminalità, oltre che di perdita di competitività sociale.

Ora: i numeri abnormi della rassegnazione e della disoccupazione di lunga durata (che della prima costituisce l’anticamera) ci dicono a chiare lettere che la strada per la crescita non è soltanto la creazione di posti di lavoro, perché se per incanto domattina avessimo 2 milioni di posti di lavoro vacanti per giovani under 30, non è assolutamente detto che i 2 milioni di inattivi siano interessati a candidarsi.

Credo che si debba in primo luogo lavorare per una buona occupabilità, ovvero per crescere la capacità delle persone di essere occupate, e quindi di cercare attivamente un impiego, di trovarlo e di mantenerlo. Questo lo si fa perfezionando il nostro sistema di istruzione e formazione, mettendolo nella condizione di dialogare e di “ascoltare” il mercato del lavoro, in modo tale che – per esempio, come succede nella virtuosa Germania – i corsi di laurea non nascano sulla base di fantasiose illuminazioni del tutto scollegate con la realtà e che non fanno che crescere spesa pubblica e dramma giovanile, ma piuttosto sulle esigenze reali del mercato e delle imprese.

In seconda battuta, è ora che in Italia si compiano delle scelte definitive: si discute ancora di flessibilità buona o cattiva, spesso non tenendo conto che la flessibilità è esigenza reale del mercato per i cambiamenti apportati dall’economia globale. Si è individuato nel lavoro somministrato una strada per la buona flessibilità, per la flexicurity: si trovi il coraggio di chiarire e definire una disciplina (vedasi articolo 24 ottobre Giuseppe Sabella e Patrizia Tiraboschi) che metta il sistema in grado di applicare nel modo corretto l’istituto della somministrazione, che regola soltanto l’1% dei rapporti di lavoro. Il lavoro somministrato è il futuro, è piuttosto a regime nei paesi a cui guardiamo con favore per la nostra crescita.

Ci aspetta anche un difficile compito, forse ancor più determinante: uscire da una cultura che ci ha abituati a concepire il lavoro come un diritto a prescindere da ogni responsabilità. Questo è ciò che lentamente e silenziosamente ha portato a non investire più sul capitale umano. Anzi, a disinvestirvi e a vedere i nostri migliori “prodotti” andare a cercar fortuna all’estero. È vero, c’è il fondo per il rientro dei cervelli… qualcuno di loro è rientrato alla casa madre. Col risultato che si ritrova a essere mobbizzato sul lavoro. C’è molta strada da fare.



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