DISOCCUPAZIONE/ I tre “allarmi” nascosti nei nuovi numeri

Ieri l’Istat ha diffuso i dati su occupazione e disoccupazione relativi a dicembre, da cui si possono trarre utili indicazioni che possono a prima vista sfuggire. Ce ne parla MASSIMO FERLINI

31.01.2015 - Massimo Ferlini
scuola_giovani_studentesseR439
Infophoto

I dati Istat sull’occupazione ci danno un quadro di come si è chiuso il 2014. Dopo trend solo negativi si assiste a un’inversione di tendenza. Il numero complessivo degli occupati arriva a 22 milioni e 422 mila con un incremento dello 0,4% (93.000 unità) che riporta l’occupazione complessiva ai valori di settembre. Anche il dato della disoccupazione inverte la tendenza, con 109 mila unità in meno e una diminuzione del 3,2% rispetto al mese precedente. Complessivamente, però, il 2014 segna un incremento dei disoccupati, +2,9% su base annua (95.000 disoccupati in più), ma segnala anche un aumento del tasso di occupazione dello 0,3% rispetto all’anno precedente.

Nel complesso questi numeri indicano che il nostro mercato del lavoro è ancora caratterizzato da profondi cambiamenti indotti dagli effetti della crisi economica. Come più volte sottolineato, la crisi ha colpito i settori produttivi in modo selettivo e a fronte di cadute verticali (vedi il settore edile) hanno retto i settori tirati dall’esportazione e vi è stata una crescita occupazionale nell’agricoltura e dell’industria agroalimentare.

Il trend complessivo indica segnali deboli nella crescita del tasso di occupazione. Il 55,7% raggiunto con il 2014 è di quasi 15 punti sotto l’obiettivo europeo del 70% che viene indicato come valore di equilibrio per un mercato del lavoro in grado di assicurare a tutti la possibilità di essere attivi e dare equilibrio ai sistemi di welfare. Questi 15 punti di occupati che mancano ancora al nostro mercato del lavoro indicano tre squilibri strutturali.

In primo luogo, la profonda divisione territoriale fra nord e sud. Il tasso di occupazione resta quasi europeo al nord (supera il 60%) e scende sotto il 50% nelle regioni meridionali. Qui la discesa è iniziata prima della crisi internazionale, è dovuta ad assenza di tessuto produttivo e richiede forti decisioni politiche per aprire mercati frenati spesso da assenza di politiche di sviluppo. La crisi della siderurgia di Taranto è indicativa di come spesso ci facciamo male da soli, incapaci di difendere un polo industriale di valore nazionale facendolo diventare fermo per una parallela crescita di green economy.

Il secondo squilibrio è dato dal basso tasso di occupazione femminile. Siamo lontani dal tasso obiettivo del 60% che oggi non è raggiunto da nessuna regione. Solo in alcune provincie del nord, nonostante la crisi, si sfiora il dato ritenuto necessario dalle politiche europee. Anche in questo caso la differenza territoriale accentua i divari. In molte regioni del sud siamo al 30%, un dato da ritenersi preindustriale e che richiede, oltre a una politica di nuovi investimenti, anche servizi di supporto per le famiglie e una flessibilità contrattuale che sostenga l’occupazione femminile.

Terzo squilibrio in ordine di esposizione, ma non di rilevanza, è il dato dell’occupazione giovanile. Anche i dati Istat di chiusura del 2014 confermano che l’Italia non è un Paese per giovani. Solo 918 mila giovani fra i 15 e i 24 anni sono occupati. Il calo rispetto ai 12 mesi precedenti è del 3,6% (34 mila in meno). Cala del 4% circa anche il tasso di inoccupazione giovanile. Il che fa pensare a un semplice ritiro dal mercato del lavoro per il proseguire di un tasso di sfiducia nelle prospettive occupazionali che deve preoccupare più dei semplici indicatori economici. L’iniziativa di Garanzia Giovani ha prodotto nei primi mesi di attuazione un incremento di giovani registrati come alla ricerca di occupazione. Oggi il mancato funzionamento dell’iniziativa, dovuto per lo più a meccanismi regionali che ne hanno burocratizzato l’attuazione, non solo non produce inserimenti lavorativi ma scoraggia ancora di più i giovani a utilizzare gli strumenti delle politiche attive avviate. 

I dati Istat resi noti nulla ci possono dire degli effetti del Jobs Act. Sono dati relativi all’ultimo mese dell’anno e maturati contemporaneamente alla predisposizione delle prime norme attuative. Se però il trend occupazionale di dicembre ha dato segnali di crescita, questi hanno trovato nei primi dati del 2015 e nelle previsioni fatte dai principali istituti economici la conferma che il Jobs Act dovrebbe sostenere e rilanciare la positività del trend registrato. Le previsioni sul Pil indicano che il segno positivo per l’occupazione dovrebbe proseguire.

Restano gli squilibri di fondo del nostro mercato del lavoro. La poca mobilità, sia da lavoro a lavoro, sia di ingresso nel mondo del lavoro dalla disoccupazione, richiede che si faccia tutto il possibile per attivare programmi di politiche attive che si facciano carico dei lavoratori più svantaggiati. Di fronte a tali emergenze, la discussione sul rilancio dei soli Centri per l’impiego pubblico appare bizantina.

Sono stati costruiti per svolgere compiti amministrativi. Facciano bene quello che sanno fare e si coinvolgano pienamente le Agenzie per il lavoro accreditate e autorizzate per facilitare per ora l’incontro fra domanda e offerta di lavoro esistenti. Si faciliti con sgravi fiscali e contrattuali l’occupazione femminile e nel sud del Paese. D’altro canto per i giovani vi è la necessità di mettere in campo anche scelte drastiche e veloci nel rapporto scuola-lavoro. Il colpevole ritardo con cui non si affronta un rilancio della formazione professionale programmata assieme alle associazioni d’impresa fa pensare a un Paese che preferisce guardare partire i suoi giovani per una nuova stagione di emigrazione invece di ritenerli la risorsa essenziale per una nuova fase di sviluppo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori

Ultime notizie di Numeri alla prova