NUMERI COVID/ Sms ai vedovi dell’emergenza: per India e Uk è solo “raffreddore Delta”

- Luigi Fabbris

In India e Regno Unito la variante Delta non sta facendo seri danni. In Italia esistono solo focolai residui, dovuti al fatto che la campagna vaccinale non è completa

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Vaccini Pfizer vengono estratti con una procedura veloce dai frigoriferi speciali (LaPresse)

I vedovi dell’emergenza sono all’opera. Alludiamo non a coloro che hanno perso una persona cara a causa del Covid, bensì a quei beneficiati dalla pandemia che vorrebbero farci tornare indietro inventando nuove epidemie causate dalle varianti del virus. Il coronavirus che ci ha afflitto è esso stesso una variante, perché è sempre lo stesso virus da quando esiste il mondo e cambia in continuazione. Le varianti del virus hanno causato almeno due gravi pandemie ufficiali, una negli anni 2002-2004 (Sars-1) e una nel 2019-2021 (Sars-2). Invece, la cosiddetta variante Delta è un bluff. Spieghiamo perché.

Si dice che la variante Delta provenga dall’India. Andiamo allora a vedere com’è la situazione dei contagi in India. A dispetto dell’esigua percentuale di popolazione vaccinata (ad oggi, il 20% ha avuto almeno una prima dose di vaccino), la situazione sembra in netto regresso: i contagi sono in drastico calo (Figura 1) e la mortalità in discesa verticale, anche se, date le dimensioni di quel Paese (la popolazione è circa 23 volte quella italiana), i morti sono 700-800 al giorno (Figura 2). In definitiva, se fosse vero che la cosiddetta variante Delta è di origine indiana, non è certo in India che sta facendo danni.

 Figura 1. Nuovi contagi da Covid-19 in India al 2 luglio 2021 (Fonte: Johns Hopkins University – CSSE)

 Figura 2. Morti da Covid-19 in India al 2 luglio 2021 (Fonte: Johns Hopkins University – CSSE)

Andiamo allora a vedere com’è la situazione nel Regno Unito, dove la variante domina. Le statistiche ci rivelano uno strano andamento: il Regno Unito sta effettivamente subendo una nuova ondata di contagi da virus, la quarta dal 2019: i contagi, che sono stati in crescita per cinque settimane, stanno già diminuendo (Figura 3).

L’andamento sarebbe preoccupante se fosse accompagnato da effetti gravi e mortalità. Invece anche il lettore meno smaliziato, confrontando la mortalità della Figura 4 con quella dei contagi della Figura 3, si accorge che i contagiati da Covid-Delta non muoiono: nell’ultima settimana, dal 27 giugno al 3 luglio, i morti per Covid nel Regno Unito sono stati 10-20 al giorno, tanti quanti il paese ne contava nei due mesi precedenti, da quando, cioè, la vaccinazione ha dispiegato nel Regno Unito il proprio potente effetto protettivo.

 Figura 3. Nuovi contagi da Covid-19 nel Regno Unito al 3 luglio 2021 (Fonte: Johns Hopkins University – CSSE)

 Figura 4. Morti da Covid-19 nel Regno Unito al 3 luglio 2021 (Fonte: Johns Hopkins University – CSSE)

In sintesi, nel Regno Unito si registra un aumento di contagi da coronavirus, ma si tratta di una malattia dagli effetti blandi. Ricordiamo che anche il virus del raffreddore appartiene alla famiglia dei coronavirus. Non vogliamo con questo far sospettare che le autorità di quel Paese vogliano spacciare un raffreddore come una malattia mortale, ma le statistiche ci permettono di affermare con sicurezza che il ceppo virale di cui si parla, se non è un raffreddore, non assomiglia neppure lontanamente a quel coronavirus di cui conosciamo l’impatto traumatizzante. Dato che hanno chiamato Delta la variante anglo-indiana, se arriveremo alla variante Epsilon, sarà piccola a piacere.

In Italia non c’è alcuna evidenza di pericoli aggiuntivi ai pochi focolai noti. Se esistono residui sparsi di malattia, è perché la campagna vaccinale non è completa. Invero, la campagna sta proseguendo alla grande, tanto che in poco tempo abbiamo superato nelle vaccinazioni la Germania e gli Stati Uniti, che erano partiti prima di noi. Tra i paesi con almeno dieci milioni di abitanti, meglio di noi sta facendo solo il Belgio, che è in rimonta rispetto a Canada e Cile nella contesa di primo paese al mondo a raggiungere il 70% di prime dosi, la cosiddetta immunità di gregge. Tutti e tre questi paesi dovrebbero arrivare al 70% attorno alla metà di luglio, vedremo chi sarà il primo.

L’Italia resta comunque il quinto al mondo per percentuale di popolazione a cui è stata inoculata almeno una prima dose. Oggi siamo al 57%; a metà luglio dovremmo arrivare al 61%, poi punteremo all’agognato 70%. È possibile che ci si arrivi anche prima di settembre; se ci riusciremo, sarà un traguardo eccezionale.

A dispetto degli scossoni mediatici che hanno rallentato la regolarità del processo di vaccinazione in Italia, i contagi sono al minimo: ormai il sistema di contact tracing fa fatica a trovare 800 positivi al giorno, Delta incluso. Inoltre, la mortalità per Covid, la sola misura statistica che non risente delle bizzarrie del sistema di tracciamento dei contagi, sta scendendo rapidamente verso le 20 unità giornaliere, ossia verso quella “normalità” di morti per complicanze polmonari che verosimilmente esisteva ben prima del 2019. Pertanto, pur continuando a lavarci spesso le mani, è opportuno concentrarci sul post-pandemia.

Torniamo ai vedovi della pandemia. È naturale che le imprese che hanno costruito le proprie fortune sull’emergenza si dispiacciano che sia finita. Se si parla con la gente, si ha però l’impressione che anche altri vorrebbero che si prolungasse, possibilmente come succede oggi, senza morti e con pochi feriti. L’uso della mascherina ne è un segno: basta osservare chi passa per strada in questi giorni in cui non è più obbligatorio l’uso della mascherina – ma che invece viene indossata lo stesso da molti – per capire che la mascherina è profondamente radicata nella quotidianità, tanto da rivelare assuefazione, un abito mentale.

Si racconta che la signora Biden, la first lady americana, il primo giorno in cui è uscita in pubblico senza la mascherina abbia detto che si “sentiva nuda”, come se le mancasse un indumento necessario. Alcuni continueranno a portarla ancora per qualche tempo, qualunque cosa sia prescritta, anche perché le incertezze nella comunicazione pubblica sul virus hanno indotto la gente a farsi proprie convinzioni su come comportarsi. E la gente è prudente sulle cose che la riguardano.

Teniamo dunque la mascherina a portata di mano. Sarà utile per combattere l’inquinamento da traffico urbano, nel caso di incendi con emissione di gas nocivi, se si pulisce con la varecchina o con solventi sintetici, se si prende un raffreddore e si vuole segnalare che lo si ha (come è prassi nei paesi orientali), e per molte opportunità ancora. Tra l’altro, di certo, il Covid-19 non sarà l’ultima epidemia di questo decennio.

Gli psicologi ci diranno che la mascherina è non solo il segno della paura vissuta in questi due anni, ma anche del timore che i virus sono sempre in agguato. Chissà quanto tempo passerà prima che il contagio scompaia dagli incubi della gente. Insicurezze, timori e altri malesseri psicologici non si disperderanno in poco tempo: è prevedibile che si manifestino casi di agorafobia, ossia di paura del contatto umano e della folla (oggi si dice “assembramento”) che sono stati il modo di vivere una così lunga emergenza. Ci sarà, quindi, chi si chiuderà in casa anche a pericolo finito e ci saranno persino riverberi sulle coscienze individuali causati dalla somiglianza tra i flagelli biblici e la forza distruttiva e immanente del virus. Tutto questo in un clima diffuso di paura del futuro, incertezza comportamentale ed egocentrismo, fattori, questi, emersi nel corso dell’emergenza e in grado di cambiare radicalmente i valori sociali di una comunità. Insomma, i clinici della psiche avranno il loro daffare per risolvere vari problemi individuali di ritorno alla normalità.

Il virus ha causato – in modo indiretto – anche mortalità per cancro, malattie cardiache e varie malattie dell’invecchiamento. Molti sono stati, infatti, i casi di contagio da coronavirus negli ospedali, negli ambulatori e nelle case di riposo e ciò ha indotto molti malati cronici a ritardare i controlli e a interrompere le terapie per non esporsi ai gravi rischi che l’interazione tra il Covid e le altre malattie croniche comportava. Ora assisteremo a una recrudescenza di aggravamenti per malattie croniche causata dalla posticipazione di terapie e, in ultima analisi, dall’esclusiva attenzione per il coronavirus. Ricominciamo ad avere cura del cancro e di malattie gravi come prima.

Anche alcuni rappresentanti politici saranno dispiaciuti della fine dell’emergenza, perché finalmente dovranno dire la loro su come governare l’Italia, non ripetendo regolette comportamentali (hanno discusso per settimane su un’ora di coprifuoco serale), ma dicendo cosa fare per tirarci fuori dagli impicci economici in cui ci troviamo.

Non solo, ma adesso dovranno parlare seriamente del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che comporterà spese di entità mai vista da oltre mezzo secolo. Per ambizione, il Pnrr è simile al Piano Marshall che ci ha fatti uscire dalle rovine della Seconda guerra mondiale. Il Pnrr dovrà farci uscire dalle rovine fisiche e morali di una pandemia che è durata poco meno di una guerra. Tra l’altro, ricordiamoci, i prestiti dovremo restituirli. Quindi, invitiamo i politici seri a concentrarsi sulla gravità della situazione e a non girare attorno al palo cercando di spostare il discorso su fantasticherie. Per queste, bastano e avanzano i comunicatori fanfaroni e gli esperti del ministro Speranza.

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