NUOVO PONTE DI GENOVA/ La libertà che lo ha reso possibile serve oggi per non morire

- Renato Farina

Il nuovo ponte di Genova pareva un’utopia, e invece, senza il lacci e i veti della burocrazia, è arrivato. E se facessimo così anche con l’inesistente “fase 2”?

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La salita dell'ultimo impalcato del nuovo ponte di Genova (LaPresse)
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Il nuovo ponte di Genova pareva un’utopia, così come oggi ci appare tale la fine della pandemia, il poter uscire a respirare, lavorare, baciare senza paura. Invece, l’ultimo blocco del viadotto autostradale è stato ancorato ai pilastri, e la luce verde bianca e rossa proiettata sulle sue forme eleganti dice che questa opera grandiosa è stata portata a termine con rapidità degna di un Paese che ha memoria del proprio valore. 

Il Covid-19 rischia di oscurare questa impresa, la avvolge di tristezza, eppure è il caso di impedire che sia seppellita da due nemici uguali e contrari. Seppellirla di retorica o esaltarla come qualcosa di eccezionale. Una realizzazione di questa portata – tempi, spazi, qualità – può e deve essere il modello della normalità.

Teniamo a mente che cosa è successo. 14 agosto del 2018, crolla il “Morandi”, una catastrofe, 43 morti. I primi tempi sono solo lutto e polemiche. Poi – quasi a dispetto delle diatribe da talk-show – comune, regione, governo, imprese pubbliche e private si sono accordate non nello spartirsi la torta degli appalti, ma nel condividere la responsabilità di costruire e di restituire a Genova il suo destino di porto in molti sensi: snodo di trasporti e di futuro.

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Si è dato molto spazio all’archi-star, Renzo Piano, e certo il suo marchio è servito per l’immagine. Ha citato il grande poeta Giorgio Caproni: “Genova è una città d’acciaio forgiato dal vento”. E questo lo ha ispirato a disegnare il ponte sul Polcevera come una nave che attraversa silenziosa, quasi chiedendo permesso, la terra. La forza è stata la coesione di squadre formidabili di ingegneri (il progetto è di Italfer), capimastri, tecnologia, operai, manovali (molti dal Senegal, uno è stato a cena da me: Serigne Mor Ka).

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Ma il segreto è stato soprattutto la mancanza di uno dei soliti protagonisti delle vicende italiane: la burocrazia. Stavolta non ha esercitato il suo potere di veto di ingarbugliamento, di mano morta, di estenuante e petulante ripetersi delle solite frasi per giustificare perdite di tempo: si è sempre fatto così, non posso prendermi la responsabilità, la pratica è stata trasferita in un altro ufficio, l’incaricato è in ferie, manca una firma a margine, il certificato di vaccinazione del morbillo dov’è? Ecco, questo ponte è stato costruito a dispetto del potere di dissuasione e incatenamento proprio degli apparati. Tra l’altro – salvo sempre possibili prossime scoperte  – il togliere le leve del fare e del non fare alla burocrazia di ogni genere e grado elimina spazi alla corruzione e ai ricatti dei concussori.

Il premier Conte ha detto una cosa giusta: il modello Genova è quello della rinascita, che dovrà guidarci per uscire dalla crisi presente e futura del Covid-19. Siamo certi parli con propositi veritieri. Ma allora perché lascia che imprenditori piccoli e medi, artigiani e commercianti, parrucchiere e ristoratori siano costretti a misurarsi con la ragnatela di questionari, dichiarazioni, moduli che rendono un miraggio ottenere un sostegno decisivo per non soccombere? Perché il modello Genova, con la sua rapidità efficace e chiara, con la riduzione al minimo delle incombenze burocratiche ostili, non è diventata prassi adesso che sarebbe indispensabile?

Forza Genova, getta il tuo ponte di acciaio e di vento per consentire a tutti noi di attraversare questa valle terribile di malattia e (per molti) di pena uniti, con autorità di governo che puntino a quel che san Paolo chiedeva per le comunità di allora e di oggi: “Perché tutti noi possiamo vivere una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”. Tagliando lacci e lacciuoli che impediscono il lavoro, oggi non più tollerabili.

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